di Davide Strukelj del 1/5/2020 – L’eguaglianza è un principio che a priori tutti condividiamo. Nessuna persona al mondo, almeno tra quelle che io ritengo essere degne dell’appellativo di “essere umano”, potrebbe pubblicamente sostenere che l’eguaglianza sia una modalità sbagliata per la convivenza degli esseri umani. Buona parte delle persone avrebbe anche seri problemi a pensarlo solamente. Per inciso, chi fosse capace di pensare che l’eguaglianza sia un abbaglio sarebbe automaticamente esonerato dal continuare questa lettura. Anzi, sarebbe pregato di non leggere proprio.
Il principio dell’eguaglianza di certo vale nelle nostre quotidiane dichiarazioni di intenti, ovvero quando parlando pubblicamente cerchiamo di manifestare la nostra bontà d’animo, la nostra apertura culturale e la nostra disponibilità verso l’altro. “Altro” che in questi casi è spesso qualcuno che si trova, secondo i parametri di riferimento, in una condizione di inferiorità rispetto alla nostra.
Siamo così propensi a valutare con grande disponibilità l’eguaglianza dei diritti (e naturalmente dei conseguenti doveri) di una persona più povera. Tutti siamo pronti a sostenere che un altro essere umano, che magari si trova in uno stato di indigenza, abbia il diritto a un pasto quotidiano e a un tetto sotto il quale dormire.
Nello stesso modo, ad esempio parlando di persone ammalate, siamo pronti a sostenere che tutti abbiano il diritto di essere curati ed assistiti nel migliore dei modi possibili, sia dal punto di vista medico che umano (questo perlomeno nel nostro mondo, altrove le cose vanno diversamente, ahimè).
Ancora, se guardiamo ai bambini appartenenti a fasce sociali disagiate, tutti noi sosteniamo con forza che i più giovani abbiano il diritto di vivere un’infanzia felice e di avere un’istruzione e una famiglia in grado di sostenerli economicamente ed educarli dando loro tutto l’affetto necessario ad una crescita sana.
E di seguito, se pensiamo ad una persona con disabilità e conseguenti difficoltà oggettive, chi non si dichiarerebbe convinto della necessità di dover fornire a costui tutto il supporto, anche economico, necessario ad attenuare o risolvere le sue problematiche.
Proseguendo, quando ci capita di vedere una persona anziana e sola, come potremmo non sentirci desiderosi di donargli un’ora di felicità, di spensieratezza e di calore umano. Come non pensare che una persona vecchia a provata abbia il diritto di sentirsi al sicuro in un ambito di certezze e serenità esistenziali che lo accompagnino negli ultimi anni della sua vita?
Fin qui le premesse, ma quanto vale in concreto la nostra dichiarazione di disponibilità alla solidarietà verso l’eguaglianza?
È evidente che una eguaglianza di fatto rappresenta un costo per la comunità. E considerato che la ricchezza complessiva di una società è una quantità finita, va da sé che solo una sufficiente redistribuzione delle risorse possa permettere a chi ha di meno di poter raggiungere un livello minimo di sussistenza, tale per cui una bozza di eguaglianza possa trovare compimento.
Naturalmente tale forma di redistribuzione rappresenta un processo in divenire, non certo una fotografia bensì un film nel quale, al mutare delle condizioni, mutano anche i termini degli equilibri e dunque i conseguenti flussi.
Il primo pensiero in tal senso va al sistema delle imposte. Tutto sommato, le tasse sui redditi, sul capitale, sul patrimonio, sui consumi e sulle successioni costituiscono uno strumento adatto al prelievo e alla successiva redistribuzione della ricchezza, così da poter garantire quantomeno un livello minino della dignità umana di tutti. Ma, in considerazione dello stato delle cose, è evidente come tale sistema non sia sufficiente, non esisterebbero altrimenti i poverissimi, le persone abbandonate nella miseria, le famiglie indigenti, eccetera, eccetera.
Siamo dunque davanti ad un bivio. O si considera che la pubblica amministrazione non sia in grado di garantire l’eguaglianza dei cittadini, oppure bisogna accettare che si renda necessario un ulteriore atto di redistribuzione della ricchezza.
Partiamo dal presupposto che lo Stato non sia in grado di fare più e meglio di quanto già faccia. Non lo dico perché sono convinto che sia impossibile, ma perché l’esperienza ci insegna che aspettarci una migliore gestione delle risorse nel breve periodo rappresenta una vana speranza, comunque con esiti incerti e tempi di attuazione lunghissimi e incompatibili con le necessità quotidiane delle persone.
Allora, quantomeno a titolo di esperimento mentale, consideriamo l’ipotesi che per garantire l’eguaglianza tra le persone si renda necessario un ulteriore prelievo della ricchezza dei cittadini, dove con ricchezza intendiamo qualsiasi tipo di apporto di tempo, denaro, lavoro, patrimonio o di diritti acquisiti.
Dovendo redistribuire verso il basso, è ovvio che chiunque abbia una certa quantità delle risorse menzionate dovrà cederne una parte, grande o piccola in base alle disponibilità, ma comunque vada per costoro il risultato sarà una perdita netta. Si perderanno così una grossa o piccola parte del proprio patrimonio, del proprio tempo, del proprio lavoro e dei propri diritti acquisiti. Il tutto naturalmente a favore di quell’eguaglianza che, per ipotesi di partenza, tutti dichiariamo pubblicamente essere un valore sacro e irrinunciabile.
Ora viene la domanda fondamentale. Quanto vale per ciascuno di noi l’eguaglianza? Ovvero, quanto siamo disposti a dare del nostro patrimonio, conquistato con fatica e già tassato, per garantire l’eguaglianza degli altri, la loro parità di diritti, la loro ragione ad avere almeno quanto serve per essere altrettanto “esseri umani” quanto lo siamo noi stessi?
È una valutazione da fare in coscienza, ognuno per conto proprio, e comunque prima di poter parlare ancora di eguaglianza. Ciascuno di noi sa o dovrebbe sapere quanti denari, quante ore di lavoro, quanto del suo tempo libero o quale quota del suo status è disposto a cedere ulteriormente per vedere garantita l’eguaglianza, e questo ad esclusivo vantaggio di chi oggi si trova in maggiori difficoltà. Tutto ciò ovviamente vale in condizioni ordinarie, ovvero quando le cose vanno bene e quindi il costo individuale può essere minimo, ma vale ancor di più quando la situazione si fa critica ed il prezzo da pagare per garantire un’eguaglianza di base per tutti può diventare notevole.
In conclusione forse dovremmo semplicemente ammettere che l’eguaglianza non è esclusivamente un principio da professare. L’eguaglianza è un modus vivendi da applicare quotidianamente, a partire dalla messa a disposizione del proprio patrimonio di idee, delle proprie capacità intellettuali e lavorative, del proprio tempo e delle proprie disponibilità economiche, così come dei propri diritti acquisiti giacché, per sua natura, l’eguaglianza rappresenta il primo e non negoziabile diritto di ogni essere umano, prevalente rispetto a qualsiasi altro.
Quando così non fosse, l’eguaglianza rimarrebbe solo un bel principio, ovvero una ignobile e ipocrita fuffa di facciata perché, come spesso accade, il costo dell’altrui eguaglianza rappresenterebbe solo il prezzo che gli altri dovrebbero corrispondere, ma che noi stessi non siamo preparati a versare di tasca nostra.