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La piccola politica della negazione

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di Davide Strukelj del 24/3/2020 –  Aristotele ci ricorda che ogni uomo insegue la propria felicità, e così il fine della politica, e dunque dell’uomo politico, deve essere la felicità del popolo, ovvero dell’intera città. L’intera città: questo è “il bene più bello e il più divino”.
Per raggiungere un tale obbiettivo l’uomo (politico) deve avere doti notevoli di educazione morale, solo così gli potrà essere chiaro il percorso da seguire. In particolare, e qui Aristotele cita Esiodo, “l’uomo migliore è colui che tutto sa” (moralmente parlando), ovvero che possiede una precisa visione etica del mondo. Ma, considerata la penuria di tali personaggi, Esiodo ci dice che vanno molto bene anche uomini che per completare la loro conoscenza “sanno prestar fede a chi bene li consiglia”, sempre riferendosi alla correttezza delle azioni. Sono invece pessimi coloro che “nulla sanno, né sanno accogliere i suggerimenti di chi bene li consiglia”, così perseverando nei loro errori. Questi ultimi, sempre secondo Esiodo, dal punto di vista politico sono “uomini buoni a nulla”, ovvero individui che occupandosi della cosa pubblica non saranno mai in grado di inseguire e raggiungere, e forse nemmeno di concepire, il “bene più bello e più divino”: la felicità della città intera.
Chi sono dunque questi capi che vogliono “tirar dritto” senza ascoltare nessuno, senza mai dubitare delle loro idee. Personaggi che sanno “battere i pugni” fino alla slogatura (metaforica) dei polsi, senza mai fare tesoro dei pareri altrui, senza porsi il dubbio e senza mai cambiare idea? Due sono le categorie che ci vengono in mente.
La prima è quella del capo sedicente-carismatico: un leader che esercita il potere in virtù di doti eccezionali, o addirittura soprannaturali, che lui stesso i suoi seguaci gli riconoscono. In tale contesto, il leader sedicente-carismatico ha una (sua) visione del mondo e delle cose limpida e talvolta imperscrutabile ai suoi stessi sostenitori. La massa di ammiratori si affida al capo anima e corpo, senza discutere su ogni cosa e senza necessità di verifica, con lealtà ed obbedienza, spronata dagli obbiettivi e unita contro i nemici che il leader di volta in volta identifica utilizzandoli come collante per i suoi proseliti. Il leader sedicente-carismatico gode dell’autorità carismatica: ipse dixit, poco importa se esprime valori positivi o meno. La sua prorompente dominanza gli conferisce in ogni situazione uno status superiore. Il leader sedicente-carismatico è spesso un modello al quale tendono imitatori sedicenti-capi, anche se privi delle minime qualità necessarie.
Altra categoria è quella del capo-burocrate. Il capo-burocrate (con il termine “burocrate” inteso nel suo significato negativo) è un capo che esercita il potere conferitogli con fini spesso diversi da quelli dichiarati, tentando indefessamente di trasformare il suo ruolo in status ed ambendo ad un carisma che in coscienza sa di non possedere. La burocrazia (i.e. il potere degli uffici) è per questo leader una forma di esercizio dell’autorità che si nasconde dietro masse di norme e procedure, nate astratte e generali, ma utilizzabili anche a fini personali per limitare, vincolare o condizionare l’iniziativa altrui. Il capo-burocrate preferisce giocare una partita impari e in posizione di vantaggio, grazie all’apparato amministrativo che governa e che lo rende dominante rispetto ad ogni interlocutore (che egli ritiene) disarmato e impotente.
Ma la categoria di gran lunga peggiore è certamente quella che nasce dall’incestuoso fondersi delle due precedenti. Un Golem distruttivo e pericoloso che vive cibandosi di facile approvazione e di dedizione totale, e capace di un pensiero vendicativo da finalizzare al personale consenso. Un capo capace di “tirare dritto” verso il suo fine particolare senza badare ai mezzi necessari, siano questi oggetti inanimati o esseri umani da sacrificare al suo insaziabile desiderio di appagamento.
È costui un capo che di volta in volta identifica una minoranza, piccola o grande, quale nemico dichiarato da sacrificare all’altare del suo indice di gradimento e, utilizzando atti amministrativi appositamente deliberati, ne limita l’iniziativa, il diritto d’impresa oppure la libertà di culto, la partecipazione o i diritti giovanili, di aggregazione, di rappresentanza o ancora la fruizione di spazi pubblici… Insomma agisce contro gli “altri” mai con lo scopo di fare il bene della collettività (tutta) ma con l’intento di far emergere critiche fondate o meno e denigrare, punire, o svilire alcune persone e le loro istituzioni, di fatto attuando una piccola politica basata sulla negazione.
Ma un tale capo è dunque un leader autentico secondo Esiodo, o solo un burocrate micro-carismatico in cerca di uno status che sa di non avere? È un capo con una visione del mondo e della realtà più chiara degli altri, o semplicemente un improvvisato manipolatore di consenso che si gioca il proselitismo del suo seguito a discapito di una minoranza e in spregio ai “non allineati”?
L’esercizio del potere è un’arte sottile e complicata che compete ai leader. Quelli veri, quelli che esercitano il loro carisma per fini nobili e non personali, costruendo progetti e non procedendo per piccole negazioni, e così perseguendo il bene comune secondo la nota “etica della responsabilità”.
Un vero capo ascolta gli altri, richiede e valuta le più diverse opinioni, delega, coinvolge e aggrega, consapevole che la sorte di un popolo è troppo fragile se riposta nella volontà e nelle idee di una persona sola, come ci ha spiegato Cicerone alcuni secoli fa.

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