di Paolo Polli del 1/5/2020 – Maurizio Mattiuzza, poeta,paroliere,performer, che scrive in lingua italiana, friulana e nel dialetto della Valsugana, ha pubblicato le raccolte di poesia “La cjase su l’ôr”, “L’inutile necessitât” , “Gli alberi di argan” e “ La donna del chiosco su Po”,
Nel 2017 ha vinto il premio nazionale di poesia Alda Merini ; da molti anni lavora come paroliere collaborando con il cantautore Lino Straulino, noto interprete della canzone popolare e la band dei Luna e un Quarto. Maurizio, con La Malaluna è all’esordio nella narrativa: lo fa con un romanzo storico che ripercorre una lunga storia di confine attraverso la tragedia di due guerre: una storia che è anche un racconto che lo riporta alla sua famigli di origine, una storia che conosce da sempre ma che è costata anni di lavoro e ricerca per approfondire il periodo in cui si dipana questa saga familiare.
Un racconto affascinante ” diventato romanzo perché la poesia mi sembrava troppo sintetica per contenerla” dice l’autore. Una storia personale, quindi, con dinamiche individuali e locali, ma che dimostrano ancora una volta che le microstorie, anche quelle locali, sono determinanti nel contesto più ampio della Storia.
Ambientato nella località (inventata) di Braidevueide, un mucchio di case in quella valle slavofona del Friuli che sta tra Nimis e Taipana, il romanzo intreccia le vite e le morti di una battaglia per l’esistenza che comincia qui, ai tempi della disfatta di Caporetto, continua nel Ventennio con l’accanimento anti-slavo del regime fascista in quest’area di confine e finisce la notte dello sbarco alleato del luglio ’43 a Gela, dove è chiamato a combattere Giovanni Sbaiz, uno dei protagonisti del romanzo.
Maurizio, partiamo dal titolo, è una luna piccola o cattiva? E nel sottotitolo, presenti la famiglia Sbaiz come una famiglia friulana di lingua slovena, una definizione un po’ insolita.
E’, prima di tutto, una luna mala nella lingua stessa dei protagonisti, ovvero piccola, in sloveno. Piccola ma luminosa, come una moneta d’oro in cielo. La luna che brilla tra i castagni, che fa luccicare la neve e riporta a casa i cani da caccia, i contrabbandieri. Poi è anche, più volte, una luna di sventura, che non illumina a sufficienza il cammino alla vita e alla fine anche il nome di una contrada siciliana dove Giovanni Sbaiz, il protagonista principale del romanzo, incontra Maddalena e con lei un amore fugace eppure importante, fondamentale. Grazie per questa domanda sulla definizione che ho dato della famiglia Sbaiz. E’ una cosa che nasce dalla mia vita, dalla mia osservazione del mondo. Sono partito, romanzandoli ampiamente, da fatti davvero accaduti, da sogni, ricordi, perdite e malinconie della mia famiglia d’origine per parte di padre. Una famiglia che ha sempre parlato lo sloveno di quella zona come madrelingua e al contempo il friulano dei vicini di casa, mescolandoli felicemente, serenamente. Uomini e donne che hanno sentito, partecipando democraticamente a tante lotte, il Friuli come terra della propria storia. Una condizione apparentemente di faglia, un meticciato linguistico naturale che somiglia a certi alberi nati al confine, con le radici di qua e la chioma al di là della frontiera.
Quanto c’é di autobiografico nel romanzo?
Non molto, almeno a livello diciamo così conscio, consapevole. C’è invece, di certo, un bisogno, un desiderio giunto fino a me da gente a cui anche io appartengo. I miei prozii, i miei bisnonni. Ho sentito che mi chiamavano. Soprattutto Giovanni, il protagonista. Come se il suo bisogno di dire, di raccontare e non venire dimenticato, fosse diventato il mio, ecco. Una cosa che, conoscendo noi in famiglia le sue promesse, la sua vita, non ha stupito poi molto ne’ me, ne’ mio padre. Questo dialogo, questo filo teso verso il passato, quando è arrivato, ed è arrivato così, un giorno guardando la valle da cui abbiamo origine è stato un dono della vita. Un regalo bellissimo. Io poi ho fatto la mia parte. Ho scritto, inventato, con la massima libertà.
Ho parlato all’inizio di Giovanni Sbaiz dicendo che è solamente uno dei protagonisti del romanzo: a mio avviso tutti i componenti della famiglia hanno un ruolo che li rende centrali nel percorso della narrazione, il padre, la madre, il fratello.
Si, certo. Il “meccanismo narrativo” se vogliamo chiamarlo così è questo. Quello della vita se vuoi. Senza gli altri la nostra storia, il nostro essere persone, a un certo punto si inceppa. I membri della famiglia Sbaiz, pur vivendo ciascuno la propria esistenza, lo hanno chiaro in mente. Lo scoprono, passo dopo passo, nel dolore che li avvicina e nelle scelte su cui a volte convergono e altre divergono, come è normale che sia. Parole, silenzi, sguardi voltati saggiamente altrove. Un legame asciutto, ma anche profondo, pieno d’amore, che nel romanzo, così come fu anche nelle vite a cui mi sono ispirato, non frana mai, nemmeno di fronte alla morte.
Lo squadrismo fascista, impersonato da Enea Zompicchiatti, è stato particolarmente feroce e brutale nell’area del confine orientale, dove la lingua e la cultura slovena era ed è una presenza storica importante. In questo periodo, sempre più spesso, vengono sminuiti e banalizzati i valori rappresentati dalla lotta di liberazione e dalla liberazione dal nazifascismo
Zompicchiatti, nel libro, è il volto diretto del regime, della dittatura. Una figura che prova in tutti i modi, per ragioni sue personali e di fede politica, a negare i valori, le idee, la lingua madre degli Sbaiz. La sua presenza nel romanzo è un segnale di allerta. Uno dei pericoli della società liquida, pre-virtuale di oggi, a me pare quello di non riuscire più a immaginare a livello individuale le conseguenze di alcune svolte macropolitiche. Detto in altri termini, chi vagheggia oggi un ritorno più o meno velato al fascismo sappia che la dittatura è anche uno come Zompicchiatti, ovvero un vicino di casa che si sente e diviene autorizzato a mettere in pericolo garanzie sociali e personali imprescindibili. La lotta di liberazione dunque, potremmo dire, siamo noi per come ci vediamo ogni giorno. Da lì viene ciò che abbiamo vissuto negli ultimi 75 anni. Ovvero il periodo di pace più lungo di sempre per il nostro paese, conquiste sociali ed economiche straordinarie. Io credo che mettere in discussione questo sia francamente impossibile. La Costituzione, la Repubblica nate dalla lotta di liberazione non sono negoziabili. Difenderle è un dovere civile che riguarda tutti.
All’edizione primaverile della rassegna primaverile goriziana de Il libro delle 18.03, oltre alla tua presenza era prevista anche quella di Giorgio Fontana con il suo libro Prima di noi, che ripercorre in parte lo scenario da te trattato: un peccato non aver potuto ascoltarvi…
Stimo molto il lavoro di Fontana. E essere vostri ospiti con lui sarà un onore. Dico sarà perché spero che, magari in autunno. la rassegna si possa fare. Se sarà poi anche possibile essere, Giorgio Fontana ed io, con voi a Gorizia anche allora, superfluo dire che ne sarò davvero molto felice.
Quali sono i programmi per l’immediato futuro e come stai vivendo questo periodo drammatico della pandemia da Coronavirus ?
Appena possibile vorrei riprendere il tour de “La Malaluna”, che a fine febbraio aveva già molte date fissate in Italia. Nel periodo della pandemia ho sentito, per prima cosa, vicinanza a chi ha perso affetti, ha sofferto. Con l’attrice Carlotta Del Bianco, grazie all’idea di appendere alla recinzione della nostra casa poesie per i passanti e alla determinazione di alcuni vicini nel trasmettere ogni giorno della musica in diffusione, ho sperimentato poi il lato più emozionante della prossimità. Ho conosciuto visi, volti, storie del mio quartiere di cui non sapevo nulla e che in questo frangente, sono stati un mondo nuovo, solidale, bello e profondamente umano. Ora, all’alba di una possibile fase 2, 3 e chissà cosa ancora, sento il dovere di partecipare democraticamente a giorni che immagino non saranno semplici. Il futuro prossimo può avere purtroppo in serbo problemi economici e politici che richiedono un impegno nuovo, speciale. Non ti nascondo anche una mia certa preoccupazione per alcune ombre all’orizzonte. Vedo salire nel dibattito pubblico una visione dirigista e digitalizzata della vita che può generare una diluizione dei rapporti umani e dei desideri intimi. Insomma ci sarà da sorvegliare su questi aspetti, sulla tenuta delle democrazie europee e sullo stato dei rapporti futuri tra USA e Cina.