di Enrico Bullian del 1/5/2020 – Il 25 aprile pubblico un post sul mio profilo Facebook personale con una fotografia che mi ritrae senza fascia di rappresentanza con il pugno chiuso alzato davanti al monumento dei caduti per la guerra di Liberazione, scattata in coda alla cerimonia istituzionale di Turriaco svoltasi, come previsto, senza la partecipazione di cittadini a causa dell’emergenza Covid-19. Nel testo scrivevo: “Per tutti quelli che avrebbero voluto esserci, ma non hanno potuto. Buona Resistenza Antifascista a tutte/i! Universale e perenne ringraziamento a chi 75 anni fa ci ha liberato dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista”.
L’istintività di un gesto politico che simboleggia la forza dei più deboli quando sono uniti. Il giusto orgoglio di chi resiste, nonostante tutto
In seguito alla pubblicazione del post si sono scatenate molte reazioni: una grande maggioranza di condivisioni, solidarietà, attestazioni stima, ma anche diverse denigrazioni, offese e un paio di valutazioni sull’opportunità o meno dell’azione. Ritengo, come già specificato a caldo, di non dover giustificarmi per il gesto, che confermo in pieno, ma colgo questi spazi per aggiungere qualche spunto di riflessione e fornire alcune motivazioni. Fermo restando che è stato un gesto – essenzialmente politico – ma istintivo, “naturale”, di un senso di appartenenza profondo e consolidato in una storia personale e in una storia, se così si può dire, di quella parte di umanità che nei secoli ha lottato per estendere la sfera dei diritti e per avanzare nell’emancipazione politica, socio-economica, individuale. In un’evoluzione che non di rado ha subito brusche e violente regressioni, come si verificò negli anni Venti del Novecento con l’ascesa della dittatura fascista, dopo che al calare dell’Ottocento si erano sviluppate le prime organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori (rosse, bianche e laiche) per migliorare le condizioni di vita del proletariato industriale e rurale.
Il gesto del pugno chiuso – per nulla “nostalgico” – si colloca idealmente fra due date centrali nell’ambito delle ricorrenze civili del nostro Paese: il 25 aprile Festa della Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista e il 1° maggio Festa dei Lavoratori, di quelle “masse di diseredati” che, nel corso di oltre due secoli di lotte (se ci limitiamo alla storia contemporanea), hanno dato un così grande contributo a quel processo di emancipazione che le società hanno conosciuto e che è passato inevitabilmente anche attraverso i Movimenti di Liberazione che attuarono la Resistenza armata durante gli anni duri della Seconda Guerra Mondiale, ma che clandestinamente prepararono quella fase insurrezionale nei vent’anni precedenti. Il “mio” pugno chiuso voleva rivolgersi ai cittadini di oggi che sentono come proprie quelle lotte di emancipazione, che sono state condotte da tante generazioni di lavoratori, mossi da ideali di libertà, eguaglianza e fratellanza e che – a livello generale – hanno fatto progredire l’umanità. Certo, fra errori e incertezze, ma non potremmo mai mettere in discussione questo assunto: nel 1943-45 c’era chi ha lottato per la libertà e chi contro. Noi siamo grati ai primi (ai partigiani antifascisti e agli Alleati) e combatteremo sempre contro i secondi, i fascisti liberticidi. Chiaramente esisteva allora, come esiste oggi, un’ampia “zona grigia”, passiva, attendista, che tende a collocarsi sulla base dell’evolvere degli eventi. Gli indifferenti, che Gramsci odiava. Ma sarà sempre compito del fronte democratico evitare che quella zona “grigia” si saldi con i populismi nazionalisti, che la storia ha già dimostrato con quale facilità – quando il piano inizia a inclinarsi – si trasformino in dittature repressive e feroci.
Ecco il perché di una così netta rivendicazione, qui e ora. Usando la potenza anche emotiva dell’immagine. Perché è pericoloso che formazioni nazionaliste e revisioniste occupino sempre più spazi pubblici. E perché la “zona grigia” deve prendere coscienza del rischio e capire di stare senza equivoci dalla parte della libertà, della democrazia e dell’eguaglianza. Per il bene di tutti.
Il contesto presente. Il dilemma dell’antifascismo: difensivo o militante?
Abbiamo davanti un dilemma. Semplificando, ci possono essere due linee di impostazione per il fronte antifascista: quella difensiva, stile “politicamente corretto” che punta a non suscitare le reazioni dei sovranisti e quella più militante, che intende riappropriarsi di spazi indebitamente lasciati vuoti da parte di un antifascismo divenuto passivo. In entrambe le scelte – e nelle possibili variabili intermedie – ci possono essere pro e contro, ed entrambe possono avere elementi di validità in determinate fasi.
Ho ritenuto che sia controproducente continuare a usare metodi “morbidi” contro questo populismo sovranista e nazionalista, che ha aumentato la propria base di consenso (senza risolvere nessuna delle problematiche globali attuali). Il rischio di suscitare reazioni indignate da parte di chi non si riconosce “senza se e senza ma” nella Resistenza non deve spaventarci. Non a caso avete letto le repliche scomposte dei leghisti locali. Va tenuto fra l’altro in considerazione che la Lega (che considero l’avversario totale in particolare in questa versione salvinista ) fa la forte con i deboli ed è invece debole con i forti: in generale, per fronteggiarla è preferibile, dunque, contrapporle una decisa militanza.
Inoltre percepivo come necessario, a livello territoriale, risollevare e in qualche modo ricompattare un popolo di tendenze progressiste che si sente un po’ disperso. Non so se sono riuscito nell’intento, ma abbiamo ottenuto una maggioranza di reazioni positive ed è stato un segnale politicamente rilevante la solidarietà espressa dal segretario provinciale del PD e da decine di amministratori locali del PD, del M5S e della Sinistra che hanno “fatto quadrato”, come scriveva il pezzo giornalistico de “Il Piccolo”, non tanto su di me, quanto sulla legittimità di un tale gesto. Il sostegno è giunto anche da chi ha provenienze e percorsi culturali e politici diversi dai miei, ma accomunati dalla condivisa e inclusiva appartenenza al composito fronte antifascista.
Cenni storici. L’antifascismo e il movimento operaio nella mia formazione.
La mia formazione è storica all’università e politico-amministrativa sul campo. Mi piace segnalarvi alcuni spunti che mi hanno sempre colpito e, in conclusione, citarvi alcuni passaggi che trovavo nelle ricerche che attuavo, che si sono concentrate sulle tematiche del lavoro e delle sue ricadute in infortuni e malattie nella navalmeccanica monfalconese.
Si parte da lontano. Ed è giusto sia così, volendo dare qualche riferimento che è stato fondativo per la mia esperienza.
1847, Congresso della Lega dei Giusti. Anche grazie alla spinta decisiva di Marx e di Engels, si cambia la parola d’ordine del movimento da: “Tutti gli uomini sono fratelli” al celebre motto “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, che rappresentò una cesura importante per la storia politica del movimento operaio contemporaneo e che costò una frattura interna, ma consentì la nascita del primo embrione delle organizzazioni socialiste e comuniste. Come a dire, che certe scelte sono dolorose, ma con gli sfruttatori che ammorbavano la classe operaia non si era poi tanto fratelli e serviva organizzare innanzitutto il proprio campo e, attraverso la classe operaia, poi emancipare anche il resto della società, superando la divisione in classi e socializzando i mezzi di produzione. Certo, siamo nel campo della teoria marxista, non sempre e non tutto ha funzionato, ma è bene non scordare i punti di partenza (un mondo di sfruttati e di sfruttatori, con i bambini e le bambini che morivano negli opifici di quelle drammatiche rivoluzioni industriali ottocentesche), senza giustificare i totalitarismi nati in seguito riadattando (male) quel modello.
L’origine del pugno chiuso alzato, tra l’altro, parrebbe risalire ai moti rivoluzionari europei del 1848 (la “primavera dei popoli”). Nei primi decenni del Ventesimo Secolo, il pugno chiuso è divenuto simbolo dei movimenti operai mondiali, poi fatto proprio dai Repubblicani spagnoli nella guerra civile contro il generale Franco (quindi perfettamente in tema con la ricorrenza della Liberazione), dai movimenti studenteschi del Sessantotto (come riscatto contro l’ingiustizia e ribellione contro la protervia del potere), dai movimenti per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti (celebre la foto di Tommie Smith e John Carlos sul podio di Città del Messico nel 1968), e, ovviamente, dai movimenti politici di sinistra (di cui sono parte). In definitiva un gesto che non rivendica solo un’appartenenza politica, ma che porta in sé la rivendicazione di diritti universali, contro ogni tipo di discriminazione.
Noi viviamo in un contesto infinitamente meno drammatico e più confortevole di quello che spesso hanno conosciuto i nostri predecessori. Pensate che Sandro Pertini amava dire che “Nella vita alle volte è necessario saper lottare, non solo senza paure, ma anche senza speranza”, che è una frase che racchiude tutta la serenità interiore di chi ha affrontato il carcere fascista e la guerra partigiana sapendo di stare dalla parte giusta della Storia. A riguardo, ritorna valido anche per le (R)esistenze di oggi, il motto kantiano di un altro grande dell’antifascismo, Ernesto Rossi, che ha guidato tutta la sua vita: “fai ciò che devi, accada ciò che può”.
E per tanti antifascisti non c’è stato il lieto fine, come nel caso dei 7 fratelli Cervi. Due aneddoti sulla storia della famiglia Cervi sono illuminanti per un’idea di antifascismo, che sia valida anche per il presente.
Il primo riguarda il 25 luglio 1943. Che cosa fu? Fu anche la pasta portata dai fratelli Cervi nella piazza di Campegine per festeggiare la caduta del fascismo il 25 luglio del ’43. Qualcuno avvertì Antenore Cervi che ad aspettare la pasta c’era anche un giovane in camicia nera. Lui affermò: “si vede che ha fame”. Poi gli si avvicinò e gli disse: “Almeno la camicia te la potevi togliere”. “Ho solo questa”. “Hai capito come ti ha ridotto il fascismo?”.
Poco dopo, gli eventi precipitarono, e siamo al secondo momento, la fucilazione dei sette fratelli il 28 dicembre 1943. Il padre Alcide, che sopravvisse ai figli, ricostruirà così il momento nel quale, prima dell’esecuzione, i fascisti mandarono il prete per la confessione: “I miei gli rispondono che non hanno peccati da pentirsi, e i fascisti sono contenti, perché hanno una grande fretta”. Il funerale dei figli potrà avvenire solo due anni dopo, a Liberazione avvenuta. Quando però la moglie di Alcide, Genoeffa era già morta per infarto subito dopo che nel 1944 i fascisti tornarono nella loro casa per devastare e bruciare.
E qui volevo collegarmi con alcune mie ricerche storiche dei tempi della laurea e del dottorato. Mi sono occupato prima specificamente dell’esposizione all’amianto dei lavoratori e poi dell’evoluzione della sicurezza sul lavoro nella cantieristica navale, con il caso di studio incentrato proprio sul Cantiere di Monfalcone, all’interno di una comparazione con altri stabilimenti. Essendo convinto che anche nella scelta degli argomenti da trattare si manifestino i propri orientamenti, pur nell’osservanza del massimo rigore scientifico da riservare alla ricerca . E la Resistenza entrava di sfuggita, magari all’improvviso attraverso qualche documento nelle ricerche d’archivio o nelle consultazioni delle pubblicazioni non specifiche sulla sicurezza. D’altra parte i 503 operai caduti durante la Resistenza e ricordati nel monumento nell’area esterna del Cantiere di Monfalcone stanno lì a testimoniare quel contributo, che ha beneficiato dell’apporto di formazioni politiche differenti, ma che soprattutto nel nostro territorio fu marcatamente “di classe”.
A riguardo, non si può non leggere L’antifascismo operaio monfalconese di Galliano Fogar. L’antifascismo era il tema principale, ma c’erano continui rimandi alle condizioni di lavoro dentro il Cantiere di Monfalcone. Sono profondamente convinto che, spesso, non abbiamo contezza di quanto potremmo avere a disposizione dal nostro presente, a cui anteponiamo un piagnisteo indifferente. Vi saluto facendo emergere le tribolazioni interiori che vivevano i compagni antifascisti durante il Ventennio dentro il Cantiere di Monfalcone. Che servano per capire fino in fondo il loro sacrificio e le libertà e, spesso, le agiatezze di cui disponiamo.
Il passaggio trae le mosse dal tentativo, a fine anni Venti, del Partito Comunista, ormai clandestino, di agire fra gli operai della più importante fabbrica del territorio (il Cantiere di Monfalcone, appunto). Scriveva Fogar:
Sempre nel ’29, l’operaio Fabio Vittor ricorda che la parola d’ordine del partito era di «sabotare, rovinare, rompere tutto. Io ero caposquadra, avevo15-20 o 30 fra operai e ragazzi. Il partito diceva che bisognava sabotare tutto: ma se hai un disegno davanti a te, io dicevo, a questi ragazzi che sono giovani non puoi che insegnare a fare questo disegno e non a rovinare tutto, rovinare i motori. Ma allora quando noi arriveremo a fare la rivoluzione chi farà le navi dopo?». In ciò Vittor era in contrasto coi dirigenti.
«Era il 1929-30… Mi sono trovato con un compagno che qui ha scritto la sua vita, Antonio Sfiligoi che è stato il mio maestro, era più che mio padre, a discutere questi problemi e gli ho detto: compagno insegniamo ai giovani a lavorare. Quando abbiamo fatto le navi belle le facciamo saltare magari, ma dobbiamo imparare a fare le navi! Invece no, tu come comunista dovevi sabotare. Su questo io non ero d’accordo e mi sono trovato per circa tre mesi in lotta con tutti coloro che mi erano superiori, compreso quello che ha preso 16 anni (Giovanni) Godeas e anche Donda Camillo. Loro erano del comitato regionale».
Certo nelle parole di Vittor c’è ben marcato il senso dell’«etica del lavoro» propria dell’operaio di mestiere, del militante legato malgrado tutto alla sua professionalità di operaio, di cui sente l’orgoglio (una figura questa che è frequente fra i comunisti in fabbrica negli anni fra il Venti e il Trenta e che è ben radicata anche se gradualmente ridotta nella composizione di classe di quegli anni). Ma le sue obiezioni riflettono bene al di là delle preoccupazioni professionali e soggettive (se spacchiamo tutto, cosa succede, cosa si mangia ecc.), il contrasto talora stridente fra le “grandi” direttive politiche che calano dall’alto (calano anche sui dirigenti locali) imponendo una linea di lotta che prelude allo scontro decisivo col capitale […] e la realtà nazionale e di fabbrica che non offre spazi ne occasioni insurrezionali, che vede il movimento stretto nella morsa del regime, perseguitato, costretto a muoversi in fabbrica con grande cautela. Sì, qualcosa è stato fatto, ma in modo più consono alla mentalità operaia di quegli anni, come reazione alle condizioni di lavoro, al disprezzo padronale per la vita umana a cui si antepongono tempi ed esigenze produttive. Vittor, ad es., ricorda che nel ’25-’26 si è fatto in modo di ritardare il più possibile il varo della ‘Saturnia’. Le condizioni di lavoro sulla nave erano pericolose, c’erano stati venti morti […] .
Enrico Bullian
Nato nel 1983 a Monfalcone, si è laureato in Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Trieste e ha successivamente conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze Umanistiche indirizzo storico e storico artistico presso la stessa Università, con la tesi “La sicurezza sul lavoro e la navalmeccanica dal secondo dopoguerra a oggi. Il caso del Cantiere di Monfalcone” (2013), disponibile on-line al link: https://www.openstarts.units.it/handle/10077/10260. Ha pubblicato monografie e saggi storici sull’emergenza amianto, sulle condizioni di lavoro nella cantieristica navale, sulla sicurezza sul lavoro e sulla cooperazione di consumo e ha svolto su queste tematiche attività di ricerca e di insegnamento. Dal 2002 è amministratore locale e dal 2014 ricopre l’incarico di Sindaco del Comune di Turriaco (GO). Lavora in una Cooperativa della Grande Distribuzione Organizzata. Per contattarlo: enrico.bullian@gmail.com