apertamente_logoapertamente_logoapertamente_logoapertamente_logo
  • Home
  • Statuto
  • Persone
  • Scrivono per noi
  • Attività
  • Premio Roberto Visintin
  • Contatti

Il miracolo di Lula

Categories
  • Mondo
Tags

Di Stefano Pizzin.

Domenica sera del 25 ottobre, passando per piazza Navona, ho trovato una folla di brasiliani che aspettavano lo spoglio dei voti dei connazionali in Italia ed erano convinti, ma convinti davvero, che Lula avrebbe vinto. Quella loro convinzione poggiava su assai poco di concreto; i numeri dei sondaggisti erano implacabili: la media di tredici rilevazioni, calcolata dai giornali brasiliani mostravano un 51,16 per cento per il candidato della destra con i mercati di previsione che gli attribuivano oltre l’ottanta per cento di probabilità di vittoria. Eppure avevano ragione loro e torto tutti gli altri: Lula ha vinto con il 51,79 per cento, circa 64,3 milioni di voti con uno scarto di 4 milioni e 400 mila. I sondaggisti non hanno solo sbagliato le previsioni, hanno sbagliato elezione.

Per capire la dimensione della cosa bisogna tornare a domenica 4 ottobre, al  primo turno Flávio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente Jair ora in carcere per tentato golpe, aveva preso il 47,03 per cento (56,1 milioni di voti), Lula il 45,16 (53,9 milioni), e gli altri candidati, prevalentemente di destra, si erano spartiti le briciole, il 7,81. La destra era avanzata al Senato e alla Camera, e a San Paolo Tarcísio de Freitas, il loro candidato, era stato rieletto governatore al primo colpo, battendo Fernando Haddad, che Lula aveva indicato come proprio erede. Quella sera Flávio aveva annunciato “la fine dell’era del Pt” (Il Partido dos Trabalhadores, il Partito dei lavoratori fondato dallo stesso Lula), e il coro dei congratulanti si era fatto sentire in tempo reale: Milei, Netanyahu e, naturalmente, Donald Trump, che aveva parlato di “grande vittoria, molto risicata ma impressionante contro il comunista Lula”. Dal ritorno della democrazia, nel 1989, nessun candidato arrivato secondo al primo turno aveva mai vinto il ballottaggio. Lula lo ha fatto a ottant’anni (il martedì successivo ne ha compiuti ottantuno, l’età in cui altri presidenti scrivono le memorie) e in un continente che da due anni scivola a destra: Milei in Argentina, Noboa in Ecuador, Paz in Bolivia, Asfura in Honduras, Kast in Cile, Keiko Fujimori in Perù e in Colombia Abelardo de la Espriella. Se Flávio avesse vinto, il Messico e l’Uruguay sarebbero rimasti i soli governi di centrosinistra in tutta l’America latina. Lula ha interrotto una striscia di diciotto mesi di sconfitte per la sinistra a sud del Rio Grande.

Il “miracolo” (lo scrivo tra virgolette perché i miracoli in politica hanno poche preghiere e molta organizzazione alle spalle) non è nato dal nulla. Lula ha perso al primo turno e ha avuto il merito rarissimo di capire perché. André Janones, il suo uomo del web, lo ha detto senza giri di parole: “Abbiamo perso il primo turno solo sui social. Ci si poteva rassegnare, oppure ci si poteva ricordare di essere il partito che porta la gente in strada, e il Pt ha scelto la seconda via”. Dopo il 4 ottobre la campagna si è rimessa in moto da sola, con studenti, volontari e influencer che hanno riempito il vuoto lasciato da una macchina rimasta per qualche giorno a leccarsi le ferite, e le piazze si sono riempita, a Rio, San Paolo e in altre città. Tra il primo e il secondo turno Lula ha guadagnato più di dieci milioni di voti, Flávio meno di quattro. Il Nordeste ha dato a Lula il 69,4 per cento, il Nord ha superato il cinquanta, e all’estero ha preso il 53,9; il Sud e il Centro-Ovest hanno votato per Flávio con il 62,6 e il 60 per cento, e Rio de Janeiro con il 53,1. Eppure anche negli Stati dove ha perso il presidente uscente ha preso più voti nelle grandi città, come Rio, San Paolo e Porto Alegre.

André Singer in Os sentidos do lulismo (2012) ha descritto il rapporto di Lula con la parte più povera del Paese come il sentimento di chi sa che il presidente gli ha riempito il frigorifero. Con il Brasile più povero Lula ha costruito un patto concreto e materiale, più solido di qualsiasi ideologia; negli ultimi mesi glielo ha ricordato e ha rinnovato quel patto: diciassette giorni prima del primo turno aveva alzato il Bolsa Família (il sussidio alle classi più povere) del 15,04 per cento (il minimo mensile è passato da 600 a 691 reais), il 16 ottobre è stato promulgato l’emendamento costituzionale che abolisce la scala 6×1, sei giorni di lavoro e uno di riposo, con la settimana a quaranta ore da raggiungere per gradi entro dicembre 2027, a ciò si sono aggiunti l’esenzione dall’imposta sul reddito fino a 5.000 reais mensili, l’azzeramento dell’imposta sulle piccole spedizioni dall’estero, il sostegno per le famiglie indebitate e quello per gli studenti e, su tutto, il racconto delle cose già fatte nei suoi lunghi anni di presidenza con la povertà ridotta e il Brasile uscito dalla mappa della fame ed entrato in quella dei Paesi che contano.

In questo quadro i dibattiti televisivi hanno fatto a Flávio più danno di quanto i suoi strateghi avessero previsto, perché Lula li ha adoperati abilmente per ciò che sono: un teatro dove vince chi tiene meglio la scena. Il primo si è tenuto domenica 18 ottobre: Flávio ha chiesto al presidente di spiegare perché il 73 per cento dei detenuti avesse votato per lui al primo turno (senza citare alcuna fonte) e ha aggiunto che Lula aveva avuto “voti di stupratori, di rapinatori, di gente della peggior specie”; Lula ha risposto: “Voglio che votino tutti al cento per cento, anche tuo padre” (Jair Bolsonaro è stato condannato a 27 anni e tre mesi per il tentato golpe). Il colpo è stato di una precisione chirurgica. Il secondo è quello organizzato da Rete Globo venerdì 23. Parlando di salario minimo, Flávio ha detto che non serve a niente se con una mano dai e con “nove dita” togli. “Nove dita”: il riferimento è al dito che Lula perse da operaio metalmeccanico. Ecco, se  dovessi spiegare che cosa sia il disprezzo di buona parte dell’élite sudamericana per i ceti popolari, non gli parlerei di sfruttamento, liberismo o altre questioni teoriche, gli farei sentire quella frase che non è solo un insulto a un uomo, è un insulto ai poveri, agli ultimi, specie se come Lula hanno avuto l’ardire di protestare, lottare e diventare presidente. Stavolta Lula non ha risposto con una battuta ma ha detto: “Non permetterò che un miliziano mi chiami nove dita”, e ha preteso le scuse in diretta. Flávio, spiazzato, ha detto “Lula, se ti ho offeso chiamandoti nove dita, ti chiedo scusa, davvero” e nella politica televisiva c’è un momento in cui si capisce chi comanda: quando l’altro chiede scusa. Nella stessa serata, Lula ha osservato che nel quartiere privato dove abita Flávio nessuno soffre la fame, segnando così ancora di più la differenza tra i due: lui l’operaio mutilato diventato presidente da una parte e, dall’altra, il figlio di papà dei quartieri alti che pensa di essere di una razza superiore. Il caso di Ana Clara, la bambina di cinque anni uccisa a Rio da un poliziotto militare che Flávio aveva difeso, è stato il filo rosso dei due confronti e a Globo, parlandone, Flávio ha sbagliato il nome della madre, chiamandola con quello della figlia morta. Un errore che può capitare a chiunque, ma non a chi sta cercando di convincere un paese di essere pronto a governarlo e che dimostra, un’altra volta, la distanza emotiva siderale tra il Brasile dei ricchi e quello dei poveri.

Flávio era anche accompagnato da diversi scheletri che nessun consulente d’immagine riesce a rimettere nell’armadio. Il suo nome compare nell’inchiesta sull’avvocato Willer Tomaz, in cui la Polizia federale indaga su un presunto riciclaggio legato a società e case di scommesse, e nella quale il giudice Alexandre de Moraes ha disposto il blocco di beni fino a sei miliardi di reais. C’è poi il capitolo del film Dark Horse, la biografia cinematografica di Jair Bolsonaro con Jim Caviezel nel ruolo del protagonista, per il cui finanziamento, secondo messaggi e audio rivelati da The Intercept Brasil, Flávio come senatore avrebbe trattato con Daniel Vorcaro, il banchiere del Banco Master, per circa 24 milioni di dollari. Flávio nega ogni irregolarità e sostiene che i fondi fossero privati.

Una parte consistente del Brasile vota anche in nome di Dio. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una grande crescita delle chiese evangeliche protestanti, e proprio il voto evangelico è diventato la base più solida dell’elettorato di destra. Secondo Datafolha, Flávio aveva il 62 per cento tra gli evangelici e Lula il 29; un’altra rilevazione (Meio/Ideia) dava al candidato della destra quasi il 70 per cento di quell’elettorato, mentre Lula risultava avanti con il 55 tra i cattolici. Nonostante ciò la campagna di Lula ha provato a bussare alla loro porta. Il presidente ha pubblicato una «Carta aos Evangélicos» in cui afferma di rispettare la fede cristiana e parla di sanità, tutela delle donne, crimine organizzato, economia, e dove scrive di sapere che nelle famiglie evangeliche tutto si decide in preghiera. La mossa, rivolta in particolare alle donne capofamiglia, con il pacchetto economico (stop alle scommesse, fine della 6×1, rinegoziazione dei debiti, nuovo tetto per i microimprenditori), ha trovato qualche alleato, come il pastore Renan Mendonça, candidato del Republicanos che ha dichiarato di aver scelto Lula, o il Fronte degli evangelici per lo Stato di diritto, ma è stata attaccata con durezza da Silas Malafaia e da Valdemiro Santiago, i due predicatori più rumorosi dell’area di destra. Ronaldo de Almeida, in Bolsonaro presidente: conservadorismo, evangelismo e a crise brasileira (2019), ha inserito il voto evangelico dentro un’ondata conservatrice più larga che ha colpito il continente americano negli ultimi anni, partendo da nord. Rodrigo Toniol, antropologo dell’Università federale di Rio, ha detto qualcosa di simile con parole più brutali: “quello di Lula con gli evangelici non è un problema di comunicazione, è un problema di relazione”. Il problema non è, dunque, la fede, ma la politica progressista che per anni ha lasciato quell’elettorato senza interlocutori, e una lettera, per quanto abile, non cancella quel vuoto. Quanto ai pastori, nelle ore dopo il voto hanno oscillato tra due toni. Malafaia ha pubblicato un video in cui dice di lamentare profondamente il risultato, pur riconoscendo che le urne hanno parlato, chiude invocando che “Dio abbia misericordia del Brasile”, e accusando Lula del “più grande abuso di potere economico della storia politica del Brasile”, difendendo il diritto di Flávio di contestare (“in qualsiasi nazione democratica, chi perde ha il diritto di mettere in dubbio”), e dando degli “omissivi e codardi” agli altri leader evangelici che non si sono esposti. Il vescovo Robson Rodovalho, più sobrio, ha scritto che “democrazia è questo, vince chi riesce a comunicare e a convincere la maggioranza”, ammettendo che Lula “ha saputo giocare”. Sul fronte cattolico la musica è stata diversa. La Conferenza nazionale dei vescovi (Cnbb) ha diffuso una nota in cui si congratula con Lula e gli chiede “gesti concreti di pacificazione”, rispetto per le differenze e difesa delle istituzioni democratiche, mettendo in agenda, per il quarto mandato, la lotta alla fame e alla miseria, il lavoro dignitoso, la salute, l’istruzione e la casa, i popoli indigeni e la cura dell’ambiente. Non è una novità che i vescovi brasiliani siano i custodi di una certa idea di giustizia sociale: il Pt è nato, nel 1980, anche dalle comunità ecclesiali di base che la Chiesa del Concilio e della teologia della liberazione aveva seminato nelle periferie. La maggioranza dei vescovi ha scelto di non schierarsi ma in un Brasile in cui la destra evangelica ha gridato forte, il silenzio della Chiesa cattolica è sembrato una dichiarazione di voto dall’altra parte.

Poi c’è il capitolo digitale: nel 2018 Bolsonaro padre vinse grazie a una macchina di mobilitazione orizzontale, fatta di gruppi e di messaggi, in cui la distinzione tra militante e propagandista era scomparsa. Nel 2026 la sinistra ha fatto sua la lezione. Dopo il primo turno Janones ha trasformato un canale di WhatsApp nell’«Esercito di Lula», dove si autodefinisce «Generale di Lula» e assegna ai membri missioni quotidiane di diffusione dei contenuti; ricoverato in terapia intensiva per un’aritmia dopo un dibattito, è uscito dall’ospedale per annunciare, con la sobrietà che gli è nota, di essere pronto a comandare “il più grande esercito democratico del mondo” nella “battaglia finale”. Il ruolo di Facebook merita una analisi particolare: il 10 ottobre la campagna di Lula ha accusato l’azienda, proprietaria di Instagram, Facebook e WhatsApp, di aver ridotto la portata dei post del presidente e di aver favorito, con il proprio algoritmo, quelli di Flávio. Il 9 ottobre, ha denunciato il Pt, il profilo di Lula non riusciva a creare inserzioni a partire dai post già pubblicati. I profili della sinistra, sostiene la campagna, sarebbero stati per un po’ tolti dalla ricerca di Instagram e secondo un’analisi del partito la pagina di Flávio aveva un coinvolgimento 2,96 volte superiore a quella di Lula pur avendo il 17,2 per cento di follower in meno. Secondo un’inchiesta di Metrópoles la campagna di Flávio ha speso almeno 1,6 milioni di reais per promuovere diciannove post contro Lula. In un’epoca in cui l’algoritmo è il vero moderatore del dibattito pubblico, la tesi che una multinazionale californiana possa spostare il vento può essere paranoica ma ha un sostanzioso fondo di verità.

Arriviamo a Trump, che in questa storia recita da regista invisibile e da spettatore deluso. Se dopo il primo turno aveva esaltato Flávio, dopo il secondo la Casa Bianca non ha riconosciuto pubblicamente la vittoria di Lula, e il presidente americano è intervenuto sistematicamente con il suo solito carico di contraddizioni. Prima con “sembra esserci stata una frode” e poi “mi piace Lula, ho un ottimo rapporto con lui, io non sto governando il Brasile, sto governando gli Stati Uniti”. Washington voleva un alleato a Brasilia, per la guerra ai cartelli, l’accesso ai minerali critici e lo sfruttamento più facile dell’Amazzonia e ora si ritrova un presidente che difende la sovranità nazionale. A novembre 2025 Trump aveva imposto dazi punitivi al Brasile nel tentativo di aiutare Bolsonaro ma secondo diversi osservatori quei dazi hanno finito per rilanciare Lula. Il Brasile non è l’Argentina o qualche piccola nazione dell’America centrale, ma ha una identità nazionale forte e Lula lo sa benissimo.

Domenica sera Bolsonaro aveva denunciato una presunta frode e preteso l’annullamento delle elezioni, per poi fare marcia indietro lunedì, dopo che diversi suoi sostenitori di rilievo lo hanno spinto a riconoscere il risultato, il suo Partito Liberale ha riconosciuto l’esito del voto e così i suoi alleati. Nel frattempo la magistratura, riprendendo in mano le vecchie inchieste, aveva cancellato i suoi passaporti e la Polizia federale gli aveva ordinato di consegnarli entro 24 ore. Martedì, raggiunta l’Argentina clandestinamente, con l’aiuto di Milei è volato negli Stati Uniti, da dove, tanto per aggiungere un tocco di farsa alla sua fuga, si è paragonato al generale De Gaulle che lasciò la Francia occupata dai nazisti per dirigere la resistenza.

Che cosa viene adesso? Bolsonaro probabilmente svernerà a Miami e Trump, che ha i suoi problemi e non ama i perdenti, si dimenticherà di lui. Lula invece di problemi ne ha nonostante la vittoria; la destra è avanzata nel Congresso e la prima sfida sarà legislativa: il debito pubblico si sta deteriorando e la campagna elettorale ha moltiplicato le promesse (Bolsa Família, fine della 6×1, gratuità del trasporto pubblico, penne dimagranti), la sua la squadra economica ha già avvertito che sarà necessario contenere la spesa per evitare una “bomba fiscale”. Lula sostiene di voler tassare di più i contribuenti ad alto reddito e rivedere i benefici fiscali a certi settori. Il secondo problema è il tempo. Nel 2030 Lula avrà 85 anni e un terzo mandato consecutivo gli è in ogni caso vietato dalla Costituzione. Il suo partito ha da quarant’anni ha un solo leader e ha il problema di trovarne un successore. Ad agosto, alla convenzione, Lula ha lanciato il nome di Haddad,  “quando tu, Haddad, dopo aver governato San Paolo per otto anni, vorrai fare il presidente”, aveva detto, ma pochi mesi dopo Haddad ha perso con Tarcísio al primo turno. Restano in lista il governatore del Piauí Rafael Fonteles, João Campos del Psb, candidato in Pernambuco, e Alckmin, vicepresidente e garanzia del centro, oltre al guru dei social Janones. Dall’altra parte, uno dei veri vincitori di questa storia è Tarcísio: rieletto al primo turno e volto presentabile del bolsonarismo per la rivincita elettorale tra quattro anni. 

Ricordate il pendolo sudamericano che oscilla incessante tra destra e sinistra? Sta tornando a sinistra? Albert Hirschman, in Shifting Involvements (1982), sosteneva che le società oscillano tra periodi di ritiro nel privato e periodi di impegno pubblico non per un mutamento di principi, ma per delusione: ogni polo, una volta raggiunto, genera la propria stanchezza, e spinge la società nella direzione opposta. È una lettura che si adatta bene all’America Latina contemporanea, dove, come sostengono diversi analisti, più che uno spostamento a destra si sta verificando uno spostamento contro chi sta al governo: i presidenti in carica perdono, i nuovi vincono, finché non sono a loro volta in carica e deludono le aspettative di chi li aveva votati. Il caso di Lula contraddice la regola, ed è questo che lo rende interessante: è il presidente uscente che vince, in una continente che punisce gli uscenti, e vince perché l’alternativa era considerata peggiore. A gennaio un sondaggio Quaest registrava che il 46 per cento degli intervistati temeva di più il ritorno dei Bolsonaro al potere, contro il 40 per cento che temeva la continuità di Lula, e la campagna elettorale ha fatto il resto. La vittoria di Lula potrebbe segnare il punto in cui l’onda comincia a ritirarsi, con Kast e Milei già in calo di consensi in Cile e Argentina. Io sarei più prudente: Lula ha vinto per ragioni sue, materiali, organizzative, in parte irripetibili; ha vinto perché ha ancora qualcosa da dare alle sua gente e gli viene riconosciuto ciò che finora ha fatto; esattamente quello che sentivano i brasiliani in piazza Navona quella domenica sera.

Adesso gli resta la parte più difficile nella carriera di ogni statista: saper consegnare la sua eredità a una nuova generazione. Una cosa alle volte più difficile del fare miracoli.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org