Di Cosimo Risi.
Il Likud di Netanyahu perde seggi e resta il primo partito. Yashar di Eisenkot guadagna seggi al debutto elettorale ma non conquista il primato. La coalizione di destra ha la maggioranza ma non raggiunge la quota fatidica di 61 seggi. Il cartello delle opposizioni guadagna punti rispetto al passato ma non raggiunge quota 61. Larga parte dell’elettorato non si cura della reputazione internazionale dello Stato né delle manovre politiche e giudiziarie avverso il Primo Ministro, continua a ritenerlo elemento decisivo per la sicurezza.
L’opposizione diverrebbe maggioranza se accettasse di allearsi con i Partiti Arabi, un conservatore e un progressista, i veri vincitori della corsa, avendo raggiunto insieme una ventina di seggi. Gli Arabi hanno votato in massa per la prima volta, in una competizione che ha registrato punte di oltre il 70% degli aventi diritto. Si aspetta lo spoglio delle migliaia di schede di elettori in condizioni particolari. Il loro scrutinio non dovrebbe alterare il risultato finale quale ora si delinea.
Il passaggio successivo è nelle mani del Capo dello Stato. Le consultazioni cominceranno in novembre, per dare tempo ai partiti di organizzare le fila e tessere le prime tele degli accomodamenti. Il Presidente Herzog propenderebbe per un governo di unità nazionale, probabilmente destra – centro, ad esclusione delle estreme di destra e sinistra e dei partiti arabi. E d’altronde né la coalizione di destra, comprensibilmente, né il cartello delle opposizioni, meno comprensibilmente, dichiarano di volere gli Arabi al governo.
Si distingue il leader dei Democratici, il solo a pronunciarsi a favore della ricucitura della società nazionale riconoscendo che gli Arabi sono cittadini di Israele al pari degli altri. La diffidenza nei loro confronti è tale che il Likud li accusa di brogli elettorali, talché il loro risultato sarebbe artificiosamente gonfiato “dagli amici dei terroristi”. A sospettare i propri concittadini di intelligenza con il nemico non è il viatico migliore per superare la spaccatura fra le varie componenti dello Stato: quella etnica e quella sociale.
Lo stallo premia il Primo Ministro. Egli resterà in carica ad interim fino alla costituzione del nuovo esecutivo o alle nuove elezioni. Se lo stallo si prolunga e dopo le consultazioni il Presidente accerta che non v’è una certa maggioranza, egli scioglie di nuovo la Knesset. Sarebbe l’ennesimo caso di elezioni anticipate negli ultimi anni, a riprova della instabilità ormai cronica dello Stato.
Il periodo interinale darebbe l’occasione al Primo Ministro per rilanciare le campagne di guerra, in primis contro l’Iran. Eisenkot, da ex Capo di Stato Maggiore, invita i commilitoni a non prestarsi all’uso politico dei conflitti.
Da Washington interviene Donald Trump. Il Presidente mena vanto del risultato di Netanyahu come proprio: dallo smacco alla rimonta grazie al mio sostegno. Avverte le monarchie arabe del Golfo di prepararsi ad una nuova offensiva contro l’Iran, d’intesa con l’amico Bibi, subito dopo le elezioni di metà percorso. In novembre si ricostituirebbe l’alleanza USA – Israele contro la Repubblica Islamica, con conseguente via libera al Governo interinale di Gerusalemme di proseguire la battaglia domestica contro i Palestinesi di Gaza ed a favore della rioccupazione strisciante di Cisgiordania.
Le elezioni non hanno dissipato i venti di guerra, rischiano di rialimentarli.