Di Stefano Pizzin.
L’inarrestabile oscillazione tra destra e sinistra tra il Canale di Panama e la Terra del Fuoco.
A Buenos Aires, negli ultimi mesi, è tornata di moda una vecchia battuta: «L’Argentina è un paese ricco che aspetta solo la buona occasione per diventare povero». Funzionava già ai tempi di Perón, e funziona ancora oggi, con la differenza che stavolta la povertà l’hanno vista arrivare con motosega in mano. È solo il capitolo più chiassoso di una storia che si sta scrivendo, con accenti diversi, in tutto il Sudamerica: Cile, Perù, Colombia hanno virato a destra in meno di un anno e il Brasile, forse, ci arriva il prossimo 4 ottobre.
L’Argentina di Javier Milei, la capofila di questa stagione, comincia già a somigliare più a un monito che a un modello. Chi in Europa aveva salutato la «rivoluzione libertaria» come l’alba di un nuovo ciclo ideologico farebbe bene a guardare i sondaggi prima di stappare champagne. Ma andiamo con ordine, perché la tentazione di liquidare tutto come «onda nera» è comoda, rassicurante, di gran moda tra i nostri giornali, ma un po’ pigra e rischia di far perdere di vista quello che sta davvero succedendo. Il primo dato è banale e per questo va detto chiaramente: il pendolo politico sudamericano oscilla, e lo fa da sempre.
In Cile, negli ultimi vent’anni, ogni governo uscente è stato punito a ogni tornata elettorale, senza eccezioni e con una regolarità quasi svizzera. È la stessa logica che attraversato l’Europa post-pandemica, solo applicata con più costanza e determinazione. Dietro l’etichetta comoda di «ondata di destra», si nascondono almeno quattro motori diversi, e vale la pena separarli prima di rimetterli insieme.
Il primo è la sicurezza, che in gran parte del continente ha smesso di essere un tema e ha iniziato a essere un’ossessione. Il Cile, uno dei paesi storicamente più sicuri dell’America Latina, ha eletto José Antonio Kast anche, e soprattutto, perché una «psicosi securitaria» (la definizione è di chi ha seguito la campagna da vicino) si è imposta sul dibattito pubblico, nonostante i dati oggettivi. In Perù il crimine organizzato, tra estorsioni e omicidi mirati, ha scavalcato corruzione ed economia nella classifica delle preoccupazioni popolari. In Colombia gli accordi di pace con le FARC, che dovevano chiudere un capitolo tragico della storia di quella nazione, ne ha aperto altri: gruppi paramilitari rafforzati, più di venticinque attentati nei mesi prima del voto, e l’assassinio nell’agosto 2025 del senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, ucciso mentre si preparava a candidarsi. Non è un dettaglio: è la prova plastica che la «paz total» dell’ex presidente di sinistra Petro, nelle intenzioni un capolavoro di pacificazione, nei fatti ha lasciato campo libero a chi ha usato l’insicurezza come argomento elettorale.
Il secondo motore è la migrazione, che nel continente ha una particolarità rispetto all’Europa: qui i flussi sono quasi sempre interni al Sudamerica stesso (venezuelani in fuga dal collasso di Caracas, haitiani, colombiani) ma la retorica è la stessa: muro contro muro e dagli all’immigrato (che, per essere pignoli, da quelle parti ha quasi sempre la stessa lingua e religione degli autoctoni). Kast ha promesso ai cileni di chiudere le frontiere ed espellere gli irregolari in novantadue giorni, con una polizia ispirata all’ICE statunitense; la minaccia, va detto, ha prodotto in poche ore una crisi umanitaria al confine con il Perù, con centinaia di migranti in fuga verso nord. È il classico caso in cui la promessa elettorale genera il problema che dice di voler risolvere ma questo, si sa, è un dettaglio che nei comizi non trova spazio.
Il terzo motore è l’economia, e qui la storia è più sfumata di come la si racconta di solito. In Argentina l’inflazione è crollata da oltre il 200% a percentuali fisiologiche (anche se nell’ultimo mese ha risollevato la testa verso il 30%), un risultato che pochi anni fa sarebbe sembrato fantascientifico ma il prezzo lo hanno pagato salari e consumi interni, e oggi sono proprio salari bassi e disoccupazione la prima preoccupazione degli argentini, e non più l’inflazione. In Colombia il candidato vincitore ha promesso una crescita al 7% e la liberalizzazione dell’estrazione petrolifera, ricetta vecchia quanto il continente: più mercato, meno Stato, e la scommessa, sempre la stessa, che la crescita arrivi prima della giustizia sociale e spremendo l’ambiente naturale più che si può.
Il quarto motore, infine, è la corruzione, che in America Latina non è mai un tema astratto: è la benzina con cui si accendono le rivoluzioni elettorali. E qui arriviamo dritti al paradosso più interessante di tutti, quello argentino. Perché Javier Milei, l’uomo che ha vinto promettendo di «far esplodere» la casta, motosega alzata sui palchi, rivoluzionario conservatore come un novello Chávez capovolto, oggi è lui stesso travolto dagli scandali che diceva di voler spazzare via, e la sua popolarità è crollata di quasi trenta punti percentuali dall’inizio del mandato, arrivando ai minimi storici. «Sapete chi è stato colpito più duramente dalla crisi economica? Io», ha detto di recente in un comizio, lamentando di essere «il presidente meno pagato delle Americhe», frase che definire totalmente stonata, di fronte a un paese con metà dei salari congelati, è quasi un eufemismo. Eppure a ottobre 2025 il suo partito, La Libertad Avanza, aveva vinto a sorpresa le elezioni legislative di metà mandato, ribaltando sondaggi che lo davano perdente: un exploit che gli aveva permesso di rilanciare in Congresso tagli e liberalizzazioni. Da allora, però, la parabola si è invertita: gli scandali che coinvolgono direttamente il governo, la disoccupazione legata all’apertura selvaggia delle importazioni, il crollo dei consumi interni hanno eroso in pochi mesi quel capitale politico. A poco più di un anno dalle presidenziali del 2027, i sondaggi danno il candidato unitario del blocco kirchnerista (i peronisti di sinistra), Axel Kicillof, il governatore della regione di Buenos Aires, avanti su Milei, e con la candidata ancora più a sinistra, Myriam Bregman, al terzo posto. Il presidente Milei nel frattempo continua a volare a Washington: la sua diciassettesima visita da quando è in carica, per rassicurarsi l’appoggio di Trump sul sostegno al peso argentino (la moneta locale) che l’amministrazione americana ha minacciato più volte di sospendere. C’è un vecchio motto peronista, coniato nel 1945 quando l’ambasciatore USA Spruille Braden tentò di boicottare Perón: «Braden o Perón», che oggi è stato riadattato in «Trump o Argentina». Intanto Trump, per dare una mano all’amico argentino ha fatto comprare tonnellate su tonnellate di carne con l’unico risultato di far infuriare gli allevatori del Midwest che potrebbero essere decisivi nelle elezioni di metà mandato a novembre.
In Cile la destra ha un volto diverso, e più inquietante nella sua genealogia storica. José Antonio Kast, avvocato cinquantanovenne, non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Augusto Pinochet, e la sua vittoria, un netto 58% dei voti e tutte e sedici le regioni conquistate, lo rende il presidente più conservatore dal ritorno della democrazia nel 1990. È significativo, e per nulla casuale, che il ballottaggio si sia svolto proprio mentre in tutto il continente circolava di nuovo «No», il film di Pablo Larraín sul referendum del 1988 che chiuse (allora) l’epoca di Pinochet: la storia cilena ha il vizio di tornare sui propri passi, e stavolta lo fa nella direzione opposta. Di fronte a lui, la comunista Jeannette Jara ha pagato lo scotto di un governo, quello di Gabriel Boric, arrivato al potere nel 2022 con l’entusiasmo di una generazione e uscito quattro anni dopo logorato da una criminalità organizzata in forte crescita e da una crescita economica troppo lenta per tenere il passo delle aspettative che aveva acceso, oltre ad avere perso un sacco di tempo nel riformare la costituzione inzuppandola di estremismi del più ridicolo politicamente corretto. Va detto, a onor del vero, che anche la destra, maggioritaria in parlamento, ha poi proposto la sua costituzione, con il risultato che i cileni, probabilmente alle prese con altre preoccupazioni, hanno bocciato ogni testo di riforma, tenendosi quello pinochettista poi emendato negli anni di democrazia. La ricetta di Kast: pugno duro e liberismo (un classico della destra), ma al momento la sua popolarità è in picchiata, anche se a guadagnarne non è l’opposizione di sinistra ma il Partido de la Gente dell’economista Franco Parisi che si presenta con lo slogan, non proprio nuovissimo: «né di destra né di sinistra»
Il Perù, come sempre, fa storia a sé, nel senso che è l’unico paese della lista dove l’instabilità istituzionale è ormai la norma e non l’eccezione: nove presidenti in dieci anni, la maggior parte destituiti dal Congresso. Keiko Fujimori, alla sua quarta candidatura consecutiva dopo tre sconfitte al ballottaggio, ce l’ha fatta con un margine talmente risicato (49.641 voti su oltre diciotto milioni, lo 0,27%) da rendere la parola «mandato» quasi un eufemismo. È la terza elezione presidenziale consecutiva decisa da meno di cinquantamila voti: la democrazia peruviana, verrebbe da dire parafrasando il premio Nobel Vargas Llosa (che di elezioni peruviane, e non solo come romanziere, se ne intendeva), sembra scritta apposta perché nessuno vinca mai per davvero. Figlia ed erede politica dell’ex presidente-dittatore Alberto Fujimori, Keiko ha costruito la sua campagna su promesse quasi domestiche «pollo più economico, bombole di gas a prezzi abbordabili» mentre il suo partito, Fuerza Popular, controllava già i due rami del futuro Parlamento. Il dato più significativo, però, è un altro: la quota di peruviani che si dichiara di destra è passata dal 29% nel 2021 al 41% nel 2026. Non è più solo un voto di protesta: è un riallineamento ideologico vero, alimentato da un decennio di caos che ha reso l’ordine, qualsiasi ordine, un bene di lusso. Non va dimenticato come in Perù (e in Bolivia) le sinistre locali siano tormentate da una divisione che oppone la loro parte urbana a quella rurale, spesso di discendenza indigena, la prima più attente alle libertà individuali, la seconda ai temi sociali.
In Colombia, infine, la destra che ha vinto il 21 giugno non è quella elegante e patrizia del Centro Democrático dell’ex presidente Uribe (la cui candidata, Paloma Valencia, nipote di un altro ex presidente, è arrivata terza), ma quella più rozza e televisiva di Abelardo de la Espriella, «El Tigre», come lo chiamano tutti, avvocato penalista con un programma che promette bombardamenti sulle coltivazioni illegali, megacarceri sul modello salvadoregno e la fine della «paz total» di Petro. Contro Iván Cepeda, erede designato del primo presidente di sinistra colombiano dopo quasi settant’anni di governi liberali e conservatori, De la Espriella ha vinto con un margine di appena lo 0,96%: praticamente un pareggio, che però in un sistema presidenziale consegna tutto il potere al vincitore. Il richiamo esplicito al presidente del Salvador Bukele con le megacarceri e la retorica militarista non è casuale: è la conferma che un modello contestatissimo dalle organizzazioni per i diritti umani ma popolarissimo nei sondaggi, è diventato il vero laboratorio ideologico della nuova destra sudamericana, più che il liberismo argentino o le nostalgie cilene.
Qui arriviamo al convitato di pietra, che poi tanto pietra non è: Donald Trump. Non c’è governo di destra in Sudamerica, da Milei a Kast, da Fujimori a De la Espriella, che non abbia in Washington un riferimento esplicito, ideologico prima ancora che economico. Trump ha minacciato di sospendere il sostegno al peso argentino per fare pressione su Milei, ha appoggiato senza pudore la campagna di Flávio Bolsonaro in Brasile (bandiere a stelle e strisce e con la stella di Davide sventolate a Copacabana al lancio della sua candidatura non sono un caso), ed è considerato, dalla stampa più critica, ma non solo, il vero regista di questa stagione elettorale, più che un semplice spettatore interessato. Dietro c’è, ovviamente, la competizione con Pechino: la Cina è da anni il primo partner commerciale di quasi tutto il Sudamerica, dal rame cileno alla soia brasiliana, e Washington la sua influenza economica non riesce a ricomprarla e così può solo provare a imporsi per via ideologica, sostenendo governi affini. È una guerra fredda 2.0 giocata non più sui missili ma sui porti, sulle miniere di litio e sulle terre rare, con Trump nel ruolo che fu di Nixon e Kissinger in America Latina negli anni Settanta, con la differenza, non trascurabile, che allora si mandavano i golpe militari e oggi (per ora) ci si limita a minacciare le linee di credito e usare i social, come fece anni fa Elon Musk, padrone tra le tante cose di X, che minacciò di favorire un golpe in Bolivia se non avessero smesso di nazionalizzare le miniere di litio.
Gli errori della sinistra, in questo racconto, meritano una parentesi onesta, perché il progressismo latinoamericano ha spesso preferito l’autoassoluzione all’autocritica. Boric in Cile ha promesso una rifondazione costituzionale che è naufragata due volte nei referendum, lasciando solo macerie identitarie. Petro in Colombia ha scommesso tutto su una pacificazione che i gruppi armati non avevano alcuna intenzione di onorare, e il risultato, al netto delle buone intenzioni, è stato più violenza, non meno. Ovunque, la sinistra sudamericana ha continuato a inseguire un’agenda di diritti e identità che parla soprattutto alle classi urbane istruite, mentre smarriva il contatto con chi vive la sicurezza e il carrello della spesa come le uniche vere urgenze quotidiane, lo stesso smarrimento, detto per inciso, che affligge buona parte della sinistra europea, con la differenza che qui le conseguenze elettorali arrivano più in fretta e sono più brutali. Già, perché se c’è un posto dove, in qualche modo, la lotta di classe esiste davvero è il Sudamerica, dove le classi agiate, i ricchi, spesso non sanno nemmeno cosa sia il problema sociale e quando possono più che affrontarlo preferiscono comunicare con i poveri a manganellate.
Resta il Brasile che il 4 ottobre chiuderà (per ora) questo ciclo. Lula, ottant’anni compiuti, cerca un quarto mandato contro Flávio Bolsonaro, senatore e primogenito di Jair l’ex presidente che sconta gli arresti domiciliari per il tentato golpe del 2022, e che dal carcere domestico continua comunque a pesare. I sondaggi più recenti danno Lula in testa al primo turno: un vantaggio che resiste ma che si è ristretto sensibilmente nelle ultime settimane e che, con ogni probabilità, vedrà il ballottaggio deciso da un pugno di voti. Certamente i meriti di Lula sono innegabili: milioni di persone strappate alla fame e alla miseria e una crescita economica a che né generali né liberali e conservatori erano mai riusciti a dare al Brasile, C’è da chiedersi, però, come sia possibile che la sinistra del più grande Paese del Sudamerica si debba aggrappare ancora una volta a un energico leader di ottant’anni e non sia riuscita a costruire una nuova classe dirigente.
In questo quadro c’è una eccezione: l’Uruguay, la cosiddetta Svizzera del Sudamerica per la tranquillità e il relativo benessere che lo hanno spesso distinto dai turbolenti vicini. Il Frente Amplio di Yamandú Orsi, erede politico di José «Pepe» Mujica, governa dal marzo 2025 con un margine risicato ma solido, e finora ha retto senza scossoni: nessuno scandalo travolgente, nessuna crisi economica acuta, nessuna «psicosi securitaria» degenerata in isteria collettiva. Forse pragmatismo e attenzione ai risultati concreti sono la chiave del successo della sinistra uruguaiana: un Paese piccolo, ordinato, con un tasso di corruzione percepita tra i più bassi del continente e una buona situazione economica, resta la prova che si può essere di sinistra e restare stabilmente al governo, cosa che per un paese sudamericano nel 2026, è già una notizia enorme.
Resta da ricordare che i Paesi sudamericani hanno il peggior sistema elettorale e istituzionale del mondo: elezione diretta dei presidenti e parlamenti eletti con il sistema proporzionale, sistema che costringe il presidente a estenuanti trattative con parlamenti frammentati e composti di mille partiti e cacicchi locali, e dove, a turno, il parlamento tenta di mettere in stato d’accusa il presidente e lui di chiudere l’assemblea legislativa; una situazione che in un continente dove l’uso della retorica e della demagogia sono strabordanti rende alla fine precaria la posizione di qualsiasi governo.
Ci sarebbe qualcosa da dire sul Venezuela. Ma lo faremo un’altra volta, anche perché più che a una vicenda politica ci troviamo di fronte a un film di gangster con tradimenti, colpi di mano, menzogne e un popolo fregato per l’ennesima volta.
Alla fine, viene da chiedersi se il vero protagonista di questa stagione sia, più che la destra vincente e la sinistra in difficoltà, il pendolo stesso, quella meccanica elettorale spietata che in vent’anni ha punito quasi ogni governo uscente, di qualunque colore, non appena l’inflazione saliva o la criminalità si faceva sentire nei quartieri delle città. Mercedes Sosa cantava che «cambia, todo cambia», e in Sudamerica il cambiamento continuo è il sintomo di Paesi che non riescono a trovare un punto di equilibrio, che faticano a raggiungere quella normalità, forse noiosa, ma necessaria per avere istituzioni che funzionano e una società che non sia tanto divisa tra chi ha molto e chi ha troppo poco.
Vedremo, intanto a Bueno Aires qualcuno sta imparando che il pendolo è più micidiale della motosega.