di Paolo Polli
È passata abbastanza in sordina, lontano dalle prime pagine dei quotidiani, la ricorrenza dell’11 settembre 1973, una delle date che hanno segnato profondamente la storia del Novecento e la coscienza democratica di un’intera generazione.
Eppure quella data, a 53 anni di distanza, conserva intatto il suo significato. Non soltanto per chi, come molti di noi, l’ha vissuta da giovane e ne ha tratto insegnamenti politici e civili destinati a durare nel tempo, ma per tutti coloro che continuano a credere che la democrazia, la libertà e le sue istituzioni non siano conquiste scontate e definitive.
L’11 settembre 1973, dopo mesi di fortissime tensioni sociali e politiche, alimentate, fomentate, dall’intervento e dalle pressioni degli Stati Uniti contro il governo di Unidad Popular presieduto dal socialista Salvador Allende, i militari cileni misero in atto un tragico colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet.
L’immagine simbolo di quel giorno rimane quella del bombardamento del palazzo presidenziale, la Moneda. Al suo interno Allende, presidente democraticamente eletto, rimase al suo posto fino all’ultimo, guidando la resistenza contro i golpisti e difendendo fino alla fine la legittimità delle istituzioni democratiche.
Alla sua morte seguì una repressione durissima, crudele e destinata a durare 17 anni. Campi di calcio, caserme, scuole, municipi, ospedali e altri edifici pubblici vennero trasformati in luoghi di detenzione, interrogatorio, tortura e morte. Il rapporto della Commissione nazionale cilena sulla prigione politica e la tortura, elaborato nel 2004-2005, documentò l’esistenza di 1.132 luoghi di detenzione.
Per la sua redazione gli otto membri della commissione ascoltarono oltre 38.000 persone, più di 27.000 delle quali furono riconosciute come vittime dirette della repressione.
Decine di migliaia furono le persone perseguitate, incarcerate, torturate o costrette all’esilio; migliaia furono uccise o fatte sparire. Una ferita profonda, che ancora oggi non è del tutto rimarginata nella società cilena. E come non ricordare, fra le tante vittime e gli esiliati, figure come Víctor Jara, Pablo Neruda, Antonio Skármeta, gli Inti-Illimani e Luis Sepúlveda, che fece anche parte del gruppo di difesa personale di Allende, il GAP? Quella enorme tragedia insegnò molto anche alle democrazie occidentali e a noi, giovani militanti e dirigenti della sinistra storica di allora.
Il Compromesso storico di Enrico Berlinguer prese spunto anche da quella vicenda. La lezione cilena spinse Berlinguer a riflettere sulla necessità di un dialogo più stretto fra le principali forze democratiche e popolari del nostro Paese: quella cattolica, quella socialista e quella comunista. L’esperienza cilena mostrava infatti quanto fosse fragile una democrazia quando una parte della società e delle forze politiche smetteva di riconoscere nell’altra un interlocutore legittimo.
Scrisse in merito Luis Sepúlveda: «I mille giorni di governo di Allende misero in luce che governare attraverso una rivoluzione pacifica non è un’utopia. E poi, che era possibile un’alleanza tra sinistra e cattolici: in Cile si sperimentò quel compromesso storico che Berlinguer lanciò in alcuni suoi scritti proprio a seguito del golpe».
È forse questa la ragione principale per cui vale la pena tornare oggi, nel 2026, a quella vicenda. Non soltanto per ricordare ciò che accadde, ma perché il problema posto allora da Allende e dal Cile continua a riguardarci: quanto siano fragili le democrazie quando vengono meno il confronto, il rispetto delle istituzioni e la capacità di riconoscere nell’avversario politico un interlocutore e non un nemico.
Ricordare oggi, a 53 anni di distanza, l’11 settembre 1973 e far conoscere l’esperienza democratica cilena di allora è quindi ancora fortemente significativo, soprattutto in un tempo nel quale troppo spesso la storia viene dimenticata, semplificata o distorta. Anche per questo quella data, pur lontana nel tempo e oggi poco ricordata, continua a parlarci.
La democrazia non è una conquista definitiva. È un patrimonio da conoscere, rispettare e difendere ogni giorno.