Di Luciano Patat.
Rappresenta indubbiamente una sorpresa la decisione assunta dalle Rsu Fim Fiom e Uilm e dal Comitato unitario antifascista dello stabilimento Fincantieri di Monfalcone di non celebrare la data del crollo del regime fascista del 25 luglio 1943 e quella dell’armistizio e della formazione della Brigata Proletaria dell’ 8 settembre ma di accorparle alla manifestazione del 25 aprile, festa della Liberazione.
Penso che quella sia stata una scelta sbagliata. Ritengo, infatti, che sia molto importante celebrare anche quelle due date per ricordare una volta di più l’importanza del contributo dato dalle maestranze del cantiere di Monfalcone alla lotta per abbattere il fascismo e per conquistare la libertà e la democrazia.
Una lotta, quella dei cantierini, durata ininterrottamente oltre vent’anni perché, anche nei momenti in cui il fascismo appare saldamente al potere e forte è la repressione poliziesca contro ogni manifestazione di antifascismo, nel cantiere di Monfalcone è attiva una rete clandestina di militanti comunisti che diffondono manifestini, operano scritte antifasciste, raccolgono fondi per il Soccorso Rosso per i condannati politici e per le loro famiglie e tengono viva fra i lavoratori la voglia di lottare e di abbattere un regime oppressivo e violento.
Molti di quei militanti pagano il loro impegno antifascista con l’arresto, il licenziamento, la condanna al carcere o l’invio al confino e molti altri, reduci dai luoghi di pena fascisti e posti sotto sorveglianza dalla polizia politica, per anni sono condannati, assieme alle loro famiglie, ad una vita di restrizioni e di umiliazioni.

L’elenco dei cantierini arrestati e condannati per attività contraria al regime nel corso del Ventennio è particolarmente lungo e non è un caso che fra i perseguitati politici antifascisti, che scontano decine di anni di carcere o di confino, molti diventino in seguito partigiani e comandanti di reparti combattenti come Ferdinando Marega, comandante della Brigata Proletaria, Camillo Donda commissario del Battaglione Triestino, Lino Marega, combattente delle Brigate internazionali di Spagna e commissario della divisione garibaldina Nino Nannetti, Romano Fumis, commissario delle formazioni gappiste dell’Isontino e della Bassa Friulana, Giovanni Siess, fondatore e commissario del battaglione garibaldino Mazzini e Giovanni Calligaris, commissario di battaglione della Brigata Proletaria.
Altri lavoratori, che si formano alla scuola politica antifascista del cantiere di Monfalcone, ricoprono posizioni di comando nelle grandi formazioni partigiane, come Vinicio Fontanot, comandante della brigata GAP Bruno Montina, Elio Tambarin, commissario di battaglione della Brigata Proletaria, Riccardo Giacuzzo, comandante della brigata Garibaldi Trieste e i decorati di medaglia d’argento al valor militare Mario Modotti, comandante della brigata garibaldina “Ippolito Nievo” e Mario Fantini, comandante della divisione Garibaldi Natisone.
La crescita di una solida coscienza politica antifascista fra i lavoratori dello stabilimento spiega il perchè diversi cantierini, ancor prima del crollo del regime, facciano la scelta della lotta armata per abbattere il fascismo e si aggreghino sul Carso alle formazioni partigiane slovene, e perchè nel marzo del 1943 partecipino alla costituzione del Distaccamento Garibaldi, la prima formazione partigiana della Resistenza italiana.
I lavoratori del cantiere sono i protagonisti delle manifestazioni popolari che si registrano a Monfalcone dopo l’annuncio dell’arresto di Mussolini del 25 luglio 1943.
Per tre giorni i cantierini si astengono dal lavoro, danno vita a comizi e cortei per le vie cittadine, si scontrano nello stabilimento con la Milizia fascista e riprendono il lavoro solo sotto il ricatto del comando del XXIII Corpo d’Armata che minaccia di fucilare due operai del cantiere San Marco di Trieste, presi come ostaggi.
E sono ancora le maestranze del cantiere che la notte dell’11 settembre 1943 costituiscono a Ville Montevecchio la Brigata Proletaria e, a fianco alle formazioni slovene, danno vita alla battaglia partigiana di Gorizia. Per venti giorni i lavoratori tengono testa prima a una e poi a due divisioni tedesche e scrivono in tal modo una pagina straordinaria di storia, unica in Italia, meritevole di trovare un posto di rilievo in tutti i manuali scolastici accanto agli altri episodi più significativi della Resistenza italiana.

Quello che i lavoratori del cantiere hanno offerto alla lotta antifascista e alla Resistenza è stato un contributo notevole ma pagato a caro prezzo: numerosi sono stati i cantierini che hanno subito anni di carcere o di confino, centinaia sono stati quelli che sono caduti combattendo nelle formazioni partigiane o sono stati uccisi alla Risiera di San Sabba o sono morti nei lager tedeschi.
Questi fatti di grande rilevanza non sono avvenuti per caso ma sono il risultato consequenziale di una lunga storia di lotte politiche e sindacali in cui i lavoratori del cantiere hanno maturato una forte coscienza politica antifascista e in cui si sono formati i militanti e i dirigenti protagonisti della guerra partigiana al confine orientale.
Ecco perché accanto alla data del 25 aprile 1945, che indica il giorno della Liberazione del Paese dal nazifascismo, vanno celebrate anche la data del 25 luglio 1943, che ricorda il crollo del regime mussoliniano ma anche la lotta sostenuta nel Ventennio dai cantierini per combatterlo, e quella dell’8 settembre 1943, che ricorda l’armistizio con gli alleati ma anche la formazione della Brigata Proletaria, la battaglia partigiana di Gorizia e i 503 lavoratori del cantiere caduti per costruire un’Italia migliore.