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Ratko Mladić, il “boia di Srebrenica”. La memoria di un genocidio e i pericoli del presente
A poco più di un mese dalla ricorrenza del genocidio di Srebrenica è morto all’Aia Ratko Mladić, l’ex comandante dell’esercito dei serbi di Bosnia, tra i principali responsabili delle atrocità commesse durante la guerra in Bosnia-Erzegovina.
Mladić è morto il 27 agosto 2026, all’età di 84 anni, mentre si trovava detenuto all’Aia, dove scontava una condanna all’ergastolo. Nel 2017 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo aveva riconosciuto colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La condanna è stata confermata in appello nel 2021.
Era stato soprannominato il “macellaio di Bosnia” e soprattutto il “boia di Srebrenica”, per il ruolo avuto nel massacro del luglio 1995, una delle pagine più terribili della storia europea dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Srebrenica, luglio 1995
Srebrenica era stata dichiarata dalle Nazioni Unite “area protetta”. Eppure, nel luglio 1995, le forze serbo-bosniache entrarono nella città. Uomini e ragazzi bosgnacchi musulmani vennero separati dalle loro famiglie e sistematicamente uccisi.
Furono più di 8.000 le vittime. Migliaia di persone furono costrette alla fuga e all’espulsione. I corpi vennero sepolti in fosse comuni e, in numerosi casi, successivamente trasferiti in altre fosse nel tentativo di cancellare le tracce del crimine.
Una piccola forza di peacekeeper olandesi delle Nazioni Unite, presente nell’enclave, non reagì in nessuna maniera dando così il via libera al massacro.
Non si trattò di una strage casuale nel caos della guerra. I tribunali internazionali hanno accertato che a Srebrenica venne commesso un genocidio: un crimine organizzato con l’intento di distruggere la comunità bosgnacca musulmana.
La Corte internazionale di giustizia e il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia hanno riconosciuto la natura genocidaria dei crimini commessi a Srebrenica.
Mladić e la responsabilità dei crimini
Ratko Mladić fu per anni una figura centrale delle forze serbo-bosniache. Dopo la guerra rimase latitante per sedici anni, fino all’arresto avvenuto in Serbia nel maggio 2011.
Il processo all’Aia lo ha indicato come responsabile, in qualità di comandante, di una vasta serie di crimini: dal genocidio di Srebrenica alle persecuzioni, agli omicidi, alle deportazioni e ai trasferimenti forzati della popolazione, fino alla campagna di terrore contro i civili di Sarajevo.
La sua morte non cancella naturalmente né le responsabilità accertate dai tribunali né il dolore delle vittime e dei loro familiari.
E non cancella una domanda che riguarda tutti noi: come è stato possibile che nel cuore dell’Europa, meno di cinquant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si potesse arrivare nuovamente a un genocidio?
La memoria come responsabilità
È proprio qui che la memoria di Srebrenica smette di essere soltanto memoria del passato e diventa una responsabilità per il presente.
Non esistono automatismi storici: l’Europa di oggi non è quella degli anni Novanta e le democrazie europee non possono essere semplicisticamente paragonate alla Bosnia devastata dalla guerra.
Ma sarebbe altrettanto pericoloso dimenticare che le tragedie non cominciano con i massacri.
Prima vengono le parole. La ricerca di un nemico. La paura trasformata in strumento politico. La contrapposizione tra “noi” e “gli altri”. La disumanizzazione di intere comunità.
La glorificazione della forza. La progressiva normalizzazione della guerra. E infine la manipolazione o la negazione della verità storica.
È questo uno degli insegnamenti più inquietanti di Srebrenica.
Oggi, in Europa, assistiamo alla crescita di nazionalismi identitari, alla diffusione di narrazioni che relativizzano o negano crimini storicamente accertati e a una preoccupante assuefazione alla guerra come strumento della politica.
Ci sono anche elementi concreti che ci fanno guardare con angoscia al nostro continente: l’avanzare di forze estremiste e razziste a est come a ovest, i bombardamenti continui sui civili ucraini a opera del regime di Putin che già si è macchiato degli orrori di Bucha e Mariupol, e nei Balcani, in Bosnia e in Serbia i nazionalismi non si sono sopiti e fino a pochi giorni fa qualcuno a Belgrado chiedeva il ritorno a casa di Mladic quasi fosse una specie di esule ed è di queste ore la raggelante notizia che il governo Vucic seppellirà il boia di Srebrenica con tutti gli onori; Vi è, senza dubbio, una grande parte dell’opinione pubblica, in Serbia come in Bosnia o Kosovo, che chiede pace e democrazia ma ancora forti e pericolose sono le voci del nazionalismo.
Anche l’Italia non è immune.
Il fenomeno che viene definito “vannaccismo”, con la sua retorica identitaria e la contrapposizione esasperata tra “noi” e “gli altri”, merita di essere osservato con attenzione. Allo stesso modo, non può essere considerata irrilevante la difficoltà di alcuni esponenti politici e istituzionali nel pronunciare una condanna netta e inequivocabile della dittatura fascista e delle responsabilità storiche del regime.
Questo non significa sostenere che l’Italia sia sull’orlo di una nuova dittatura, ma porre attenzione al fatto che certi sentimenti, certe parole d’ordine, un tempo impensabili, vengono sdoganate e talvolta considerate accettabili.
Una democrazia non si difende soltanto quando è già in pericolo. Si difende anche quando qualcuno comincia a mettere in discussione, un pezzo alla volta, le parole, i valori e la memoria sui quali essa è stata costruita.
Srebrenica ci ricorda che la pace non è mai un dato acquisito e che la convivenza civile non può essere affidata all’indifferenza.
Ricordare gli oltre 8.000 uomini e ragazzi assassinati e le donne stuprate significa allora assumersi una responsabilità nel presente: non accettare che l’odio diventi linguaggio normale, che il nazionalismo diventi una risposta semplice a problemi complessi, che la guerra diventi inevitabile e che il negazionismo diventi un’opinione come le altre.
Perché la memoria non serve soltanto a sapere ciò che è accaduto.
Serve a riconoscere, quando tornano, quei segnali che possono riportarci nell’abisso.