Di Cosimo Risi.
La citazione da Blade Runner ci sta tutta. Il celebre monologo del Replicante moribondo sintetizza quanto è accaduto dal Ferragosto 2025 al Ferragosto 2026.
Ad Anchorage, l’incontro sul tappeto rosso fra Donald Trump e Vladimir Putin avrebbe dovuto resettare le relazioni americano-russe e di conseguenza il difficile rapporto dell’Occidente con l’Oriente. La Russia si portava appresso la Cina e le potenze emergenti BRICS in cerca del multipolarismo.
Putin riteneva di potere negoziare direttamente con Trump, la sintonia personale fra i due era buona sin dal primo mandato dell’americano, e che questi avrebbe indotto Volodymyr Zelenskyj a più miti consigli. Di fatto ad accettare la sconfitta e cedere i territori, per non parlare dell’impegno a non aderire alla NATO.
La resistenza dell’Ucraina è fomentata dall’Unione europea. Scompagina il progetto iniziale del russo. Si aggiunga la volatilità dell’americano, passato dalle contumelie a Zelenskyj nel primo incontro alla Casa Bianca alle lodi per il suo eroismo. E per l’abbigliamento finalmente in linea con i canoni trumpiani, pur senza la cravatta rossa.
In un anno la trattativa bilaterale, da trasformare in trilaterale solo all’atto della firma della resa, non è decollata. Da una parte, appunto, la resistenza dell’Ucraina e la scelta della nuova strategia militare ultratecnologica: scarseggiando le truppe si privilegia l’uso dei droni e di altri artifizi tecnologici, al punto che il paese ne diventa esportatore nel mondo. Dall’altra, la stolidità della Russia nel pretendere tutto, anche ultra vires, e cioè porzioni di terreno non conquistate e anzi rimaneggiate dal controattacco ucraino.
Gli Stati Uniti, inizialmente pronti a sacrificare l’alleato in omaggio alla nuova stagione di affari con Mosca, autorizzano Kiev a portare gli attacchi dentro il territorio russo, fino alla capitale, in un crescendo inusitato di minacce per la popolazione.
Le previsioni sono fosche, si può ipotizzare che il conflitto continui a bassa intensità, in attesa che qualcosa di nuovo accada. Il qualcosa di nuovo potrebbe essere il rilancio della mediazione americana su basi meno accondiscendenti ovvero una posizione russa meno assertiva. Il disagio si avverte a Mosca, le risorse scarseggiano anche nel paese più grande e attrezzato.
In attesa, infine, che l’Unione europea batta un colpo che non sia quello stonato della componente “protestante”. L’auspicio è di Giorgio Starace, si veda il suo intervento per Formiche, e cioè che, assieme all’aiuto politico e militare all’Ucraina, Bruxelles allestisca una iniziativa diplomatica seria e costruttiva. A cominciare dalla discussa nomina del negoziatore. Scartata la candidatura dell’ex Cancelliere Schroeder per l’eccessiva vicinanza al Cremlino, altri nomi andrebbero esaminati, in particolare quello della ex Cancelliera Merkel, la sola in grado di parlare letteralmente la stessa lingua di Putin e vantare con lui un’antica cordialità.
Ma l’America è impegnata sul fronte del Golfo, dove si è “ingolfata” in vittorie non riconosciute dal nemico. L’Iran non si dichiara perdente, rilancia la partita con l’intesa con l’Oman per il controllo comune dello Stretto di Hormuz e con la minaccia a Bab el-Mandeb degli alleati Houthi.
Neppure lo storico amico israeliano risponde agli appelli americani. Gerusalemme continua la campagna di Libano come se non ci fossero le trattative in corso, l’ultimo incontro è in programma a Roma. Continua la campagna di Gaza, malgrado i vagiti del Board of Peace per stabilizzare la Striscia. Apre la campagna di Cisgiordania con l’assalto alle abitazioni dei Palestinesi, si veda il caso del villaggio di Qusra.
È realistico pensare che una svolta sul piano diplomatico venga dopo le elezioni di metà percorso in America e le politiche in Israele. Stiamo fra ottobre e novembre, alle porte dell’inverno nelle pianure ucraine. Iran e Ucraina sono dossier legati dal filo americano.