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Il mosaico della democrazia. Costruire un’alternativa fondata sulla cultura democratica

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di Paolo Polli.

C’è un’illusione rassicurante nella quale è facile cadere quando si osserva la dinamica politica: credere che ogni norma, ogni riforma o ogni dichiarazione viva di vita propria. Giudicare i singoli provvedimenti in modo isolato ci fa sentire analisti imparziali, ma ci impedisce di vedere la realtà.

È una prospettiva miope. Non dobbiamo guardare soltanto la singola tessera, ma l’intero mosaico. È soltanto osservando il disegno complessivo che si comprende la reale direzione verso cui un Paese sta camminando.

Oggi ciò che suscita profonda inquietudine non è soltanto il singolo decreto, pur ampiamente discutibile. È la convergenza sistematica di numerosi interventi verso un’unica direzione: il rafforzamento dell’esecutivo a discapito di quei contrappesi istituzionali che la Costituzione ha posto a tutela della democrazia. Il premierato, proposto e riproposto in forme diverse, il premio di maggioranza che neanche la legge truffa prevedeva, l’autonomia differenziata, la progressiva compressione del dibattito parlamentare e una crescente insofferenza verso gli organi di garanzia non sono episodi casuali: sono linee che finiscono per convergere nello stesso punto.

In questo scenario, il tema della sicurezza rappresenta uno dei banchi di prova più delicati. Garantire la tutela dei cittadini è un dovere fondamentale dello Stato, ma, proprio perché si tratta di un diritto essenziale, esso non può diventare un principio mutevole, cavalcato sull’onda dell’emozione del momento, piegato alla cronaca del giorno o trasformato in uno strumento di propaganda elettorale.

Tutto quanto sta avvenendo attorno alla vicenda del gioielliere piemontese ne costituisce una sintesi, così come quanto accaduto a Bologna con la tragica morte dell’imprenditore tunisino, rimasto schiacciato tra due realtà che avrebbero dovuto garantire sicurezza e salute.

Di fronte a simili episodi, i vertici del Governo dovrebbero assumere l’atteggiamento di statisti, non quello di tifosi da curva. La sicurezza autentica si costruisce all’interno dello Stato di diritto e nel rispetto delle garanzie costituzionali, non alimentando paure dalle quali ricavare un consenso immediato, come troppo spesso fanno Salvini e Meloni, dimenticando il ruolo che ricoprono. Quando la tutela dei cittadini viene ridotta a uno slogan umorale, cessa di essere un diritto e rischia di trasformarsi in arbitrio.

Se il mosaico va osservato nella sua interezza, allora anche la prospettiva storica diventa una tessera indispensabile. Non per sovrapporre epoche diverse o evocare paure infondate, ma perché la storia offre gli strumenti per riconoscere i processi attraverso i quali gli equilibri democratici possono essere modificati senza apparenti rotture. È in questa prospettiva che il richiamo al passato acquista significato.

Non si tratta di sostenere che si voglia riproporre il fascismo nella sua forma storica. Sarebbe un paragone improprio e storicamente scorretto. È invece legittimo interrogarsi quando si tende a ridimensionare il valore dell’equilibrio tra i poteri, della mediazione parlamentare e del pluralismo, principi che la Costituzione ha posto al centro dell’ordinamento proprio come risposta alla tragedia del regime fascista.

Ricordare quella stagione non rappresenta un esercizio retorico, ma un atto di consapevolezza storica. Il nazionalismo esasperato, il culto del capo e la progressiva delegittimazione dei controlli democratici condussero l’Italia alla perdita della libertà, alle leggi razziali, alla guerra e a una devastazione morale e materiale che il Paese avrebbe poi pagato per generazioni.

È qui che la storia offre la sua lezione più importante. Non perché la storia si ripeta identica, né perché sia corretto sovrapporre l’Italia di oggi a quella di un secolo fa. Il punto è un altro. La marcia su Roma del 1922 non coincise con l’immediata instaurazione della dittatura; per alcuni anni continuarono a esistere molte delle istituzioni dello Stato liberale. Fu soltanto dopo il delitto Matteotti che, tra il 1925 e il 1926, le cosiddette leggi fascistissime trasformarono progressivamente l’ordinamento, svuotando di sostanza istituzioni che, formalmente, continuavano a esistere.

L’insegnamento che possiamo trarne è che le democrazie possono cambiare gradualmente. Le trasformazioni più profonde raramente si manifestano attraverso una rottura improvvisa; più spesso avanzano per accumulo, una riforma dopo l’altra, un limite rimosso dopo l’altro. Ogni singolo intervento può apparire persino ragionevole se considerato isolatamente. È soltanto osservando l’insieme che diventa visibile il mutamento del sistema.

Per questo sarebbe riduttivo liquidare ogni preoccupazione limitandosi a osservare che “si vota ancora” o che “le elezioni sono libere”. La questione non è stabilire se oggi l’Italia sia una democrazia: lo è, ancora, e nessuno seriamente sostiene il contrario. La vera domanda riguarda quale tipo di democrazia stiamo costruendo e quale equilibrio tra i poteri consegneremo alle generazioni future. Le Costituzioni non vengono necessariamente abbattute: possono essere lentamente svuotate, lasciandone intatta la forma mentre, poco alla volta, se ne modifica la sostanza.

Il compito dei cittadini, dunque, non è evocare fantasmi del passato né gridare all’imminenza di una dittatura, ma osservare con attenzione il presente, cogliere la direzione dei cambiamenti e interrogarsi sul loro significato complessivo.

Tuttavia, di fronte a questa spinta accentratrice e restrittiva, la risposta non può essere affidata soltanto alla vigilanza dei cittadini o ai richiami del Presidente della Repubblica. Si impone anche una seria riflessione sul ruolo delle forze di opposizione. Di fronte a un progetto politico che procede con una visione chiara del proprio obiettivo, chi si oppone continua troppo spesso a privilegiare ciò che divide rispetto a ciò che unisce.

Le differenze programmatiche e le diverse sensibilità sono il sale della democrazia e non devono essere cancellate. Esistono però momenti, e questo è uno di quelli, nei quali la difesa dei principi costituzionali e dell’equilibrio tra i poteri dovrebbe prevalere su ogni calcolo di partito o sulla competizione per la leadership.

Se chi governa mostra una strategia coerente nel ridisegnare l’assetto istituzionale, chi si oppone non può limitarsi a rincorrere le emergenze quotidiane o a denunciare i singoli provvedimenti. Deve essere capace di proporre una visione alternativa del Paese, fondata sulla cultura democratica, sulla centralità della Costituzione e sulla credibilità delle proprie proposte.

La democrazia raramente scompare in un solo giorno. Più spesso arretra poco alla volta, fino a quando ciò che sembrava impensabile diventa normale. Per questo difendere la Costituzione non significa conservare il passato: significa proteggere il futuro.

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