Redazione
A venticinque anni dal G8 di Genova, Annalisa Camilli riflette sull’evoluzione dei movimenti di protesta e sul crescente ricorso a strumenti legislativi che rischiano di restringere gli spazi del dissenso nelle democrazie contemporanee.
Ci sono libri che arrivano nel momento giusto perché aiutano a comprendere trasformazioni profonde della società. Divieto di protestare, l’ultimo lavoro della giornalista Annalisa Camilli, è uno di questi.
Camilli è una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano sui temi dei diritti umani, delle migrazioni e dei conflitti. Dopo aver lavorato per Associated Press e RaiNews24, dal 2014 segue le rotte migratorie verso l’Europa, raccontando le storie di uomini e donne in fuga da guerre, persecuzioni e povertà. Nel 2017 ha ricevuto l’Anna Lindh Mediterranean Journalist Award per l’inchiesta La barca senza nome. Tra i suoi libri figurano La legge del mare (2019), dedicato ai soccorsi nel Mediterraneo, Un giorno senza fine. Storie dell’Ucraina in guerra (2022) e L’ultimo bisonte (2023).
Con Divieto di protestare l’autrice affronta un tema cruciale per ogni democrazia contemporanea: il rapporto tra sicurezza e libertà, tra ordine pubblico e diritto al dissenso.

Negli ultimi decenni, osserva Camilli, la risposta prevalente dei governi occidentali alle crescenti tensioni economiche e sociali è stata quella di rafforzare gli strumenti della sicurezza. La crisi dello Stato sociale, l’indebolimento delle forme tradizionali della rappresentanza politica e la crescente sfiducia nelle istituzioni hanno trovato spesso una risposta non nel rilancio della partecipazione democratica, ma nell’espansione degli strumenti repressivi.
È in questo quadro che il libro analizza l’evoluzione dei movimenti di protesta.
Dalle mobilitazioni del movimento no global ai Fridays for Future, dalle azioni di Ultima Generazione fino alle grandi manifestazioni internazionali nate dopo la guerra di Gaza, il dissenso ha assunto forme nuove: meno gerarchiche, più reticolari, capaci di coinvolgere giovani, studenti e cittadini normalmente lontani dall’impegno politico organizzato. Accanto alle manifestazioni tradizionali si sono diffuse pratiche di resistenza passiva, blocchi simbolici, boicottaggi e forme di disobbedienza civile.
Secondo Camilli, proprio questa trasformazione ha prodotto una risposta legislativa sempre più orientata alla prevenzione penale. Non è tanto il reato già commesso a essere perseguito, quanto la presunta pericolosità di determinati comportamenti o, in alcuni casi, la semplice appartenenza a gruppi considerati potenzialmente conflittuali. Una logica che rischia di spostare il baricentro del diritto penale dalla punizione dei fatti alla prevenzione delle intenzioni.
Il riferimento all’attualità italiana è evidente. I recenti provvedimenti in materia di sicurezza hanno riaperto un dibattito delicato: fino a che punto uno Stato democratico può comprimere il diritto di manifestare per garantire l’ordine pubblico? Dove si colloca il confine tra tutela della sicurezza collettiva e limitazione delle libertà costituzionali?
Camilli non propone risposte semplici, ma invita il lettore a osservare una tendenza che attraversa molte democrazie occidentali: la progressiva criminalizzazione del conflitto sociale.
In questa riflessione occupa un posto centrale il G8 di Genova del 2001. Per l’autrice quella vicenda rappresenta uno spartiacque nella storia repubblicana. Le violenze avvenute durante quei giorni — culminate nei fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto — furono definite da Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”. A distanza di venticinque anni quella ferita continua a interrogare le istituzioni italiane sul rapporto tra uso della forza pubblica e garanzie costituzionali.
Il merito principale del libro consiste proprio nel ricostruire il filo che collega Genova alle vicende più recenti. Non attraverso forzature ideologiche, ma mostrando come alcune categorie giuridiche e culturali elaborate all’inizio degli anni Duemila siano progressivamente entrate nel lessico della sicurezza contemporanea.

Per un’associazione come Apertamente, che si richiama alla tradizione del socialismo democratico e del liberalismo riformatore, la lettura di questo volume assume un significato particolare. La cultura riformista si fonda infatti su un principio essenziale: i diritti e la sicurezza non sono valori alternativi, ma devono rafforzarsi reciprocamente. Una democrazia matura non teme il dissenso; al contrario, lo riconosce come componente fisiologica della vita pubblica, purché esercitato nel rispetto della legalità.
Naturalmente lo Stato ha il dovere di prevenire violenze e tutelare cittadini, istituzioni, la legge. Ma proprio per questo ogni limitazione delle libertà fondamentali deve essere proporzionata, motivata e sottoposta al controllo delle garanzie costituzionali. Quando il dissenso viene percepito come una minaccia in sé, il rischio è che si restringano progressivamente gli spazi della partecipazione democratica.
Divieto di protestare è dunque molto più di un libro dedicato ai movimenti di protesta. È una riflessione sullo stato di salute delle democrazie contemporanee e sul delicato equilibrio tra libertà e sicurezza. Un tema che riguarda non soltanto gli attivisti, ma tutti i cittadini, perché la qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità di garantire il diritto di dissentire.
È una lettura rigorosa, documentata e ricca di riferimenti storici e giuridici, capace di stimolare un confronto serio, senza indulgere alla semplificazione. Per questo merita di essere discussa: non solo da chi si occupa di politica o di diritto, ma da chiunque ritenga che il pluralismo, il confronto e la libertà di manifestazione del pensiero costituiscano il fondamento di una società realmente democratica.
Divieto di protestare di Annalisa Camilli offre una riflessione documentata su uno dei nodi più delicati del nostro tempo: come conciliare sicurezza e libertà senza indebolire i principi dello Stato democratico.