Di Stefano Pizzin.
I Mondiali di calcio del 2026 tra geopolitica, figuracce annunciate e il Presidente strambo in campo
Pronti al calcio d’inizio: l’11 giugno 2026, alla SoFi Stadium di Inglewood, ribattezzata per l’occasione «Los Angeles Stadium», cominceranno i Mondiali di calcio probabilmente più caotici della storia. Stati Uniti, Canada e Messico co-ospitano il torneo più seguito della terra: 104 partite, 48 nazionali, sedici sedi sparse sul continente americano. Chi ha resistito alle interminabili code digitali per acquistare un biglietto, o i nababbi che hanno potuto permettersi i prezzi del mercato secondario della FIFA, dove un posto al sole per la finale al MetLife Stadium è stato quotato fino a quasi due milioni di dollari (non è un errore di battitura), avrà finanziato la macchina più redditizia dello sport mondiale.
Il calcio, almeno quello dei Mondiali, non è mai soltanto calcio. Non lo è stato dal 1934, quando Mussolini usò il torneo italiano come piattaforma di propaganda fascista; non lo è stato nel 1954 quando una miracolosa, e per alcuni miracolata, nazionale tedesca vinse la coppa, riprendendosi dalle ferite della guerra, non lo è stato nel 1978, quando la giunta militare argentina organizzò la Coppa del Mondo mentre nelle carceri segrete si torturava, non lo è stato nel 2018 in Russia né nel 2022 in Qatar, dove decine di migliaia di lavoratori migranti morirono sui cantieri degli stadi nel disinteresse generale. Ogni edizione dei Mondiali è, in qualche misura, una storia di potere che si maschera da festa. Quella del 2026 non fa eccezione, anzi, aggiunge qualche capitolo inedito.
La FIFA e Trump: un’amicizia utile
Che i Mondiali si svolgessero negli Stati Uniti era tutt’altro che scontato. Nel 2018, la FIFA aveva assegnato l’edizione 2026 al consorzio North American bid, battendo il Marocco in una votazione che segnò un’inequivocabile inversione di tendenza dopo anni di tornei assegnati a Paesi autoritari. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, svizzero di nascita, cosmopolita di professione e opportunista di vocazione, ha coltivato fin dall’inizio un rapporto di stretta prossimità con Donald Trump, che nel frattempo è tornato alla Casa Bianca. Trump ha istituito una task force presidenziale ad hoc per i Mondiali, ha ricevuto Infantino a Washington e ha fatto del torneo uno strumento di proiezione dell’America First anche nel campo del soft power. La FIFA, in cambio, ha potuto contare sulla promessa di un mercato di consumatori vasto, ricco e disposto, si sperava, a pagare prezzi altrove inimmaginabili. In più, per aggiungere un tocco di grottesco: la FIFA si è inventata il premio per la pace da dare a Trump come risarcimento per il mancato Nobel. Sì, lo stesso presidente che bombarda l’Iran, sequestra il presidente del Venezuela, che vuole annettersi la Groenlandia e invadere Cuba.
Comunque, l’entusiasmo di Trump per i Mondiali non ha impedito alla sua amministrazione di mettere in atto una delle politiche migratorie più restrittive della storia recente degli Stati Uniti. Con il risultato che il paese ospitante ha rivolto al resto del mondo, nello stesso momento, due messaggi contraddittori: «Benvenuti ai Mondiali» e «Attenzione ai controlli alle frontiere». Insomma, rischi di pagare fior di quattrini per goderti il miglior calcio del momento per poi farti fermare alla frontiera e finire in qualche carcere in El Salvador.
Un evento troppo grande per un Paese solo
Perché, negli ultimi anni, i Mondiali vengano assegnati a consorzi di più Paesi? Il problema sta nel gigantismo insostenibile dell’evento. Nel 2022, il Qatar aveva potuto reggere logisticamente grazie alle sue dimensioni ridotte e a un budget pressoché illimitato. La FIFA, sotto la presidenza Infantino, ha espanso il torneo da 32 a 48 squadre: 104 partite da organizzare, stadi da costruire o ristrutturare, infrastrutture di trasporto da adeguare. Nessun paese di dimensioni normali può permetterselo da solo senza compromettere il proprio bilancio. L’edizione 2030 è stata assegnata a un’altra coalizione: Marocco, Spagna, Portogallo e con tre partite simboliche in Sudamerica per celebrare il centenario del torneo. Quella del 2034 andrà in Arabia Saudita, Paese senza problemi di portafoglio e dove i diritti umani sono, diciamo, in lavorazione. La FIFA, dunque, ha trovato la formula perfetta: quando un singolo Paese non basta, si mettono insieme più Paesi; quando nessun Paese democratico accetta le condizioni, si va dagli autocrati.
Il triangolo impossibile: USA, Messico, Canada
Per co-ospitare un evento come un Mondiale ci vuole una certo tasso di collaborazione e «amicizia tra i diversi Paesi». Le relazioni tra USA e Canada e, soprattutto, tra USA e Messico hanno avuto alti e bassi ma con l’arrivo di Trump hanno toccato il minimo storico: dazi punitivi, minacce di annessione del Canada, retoriche nazionaliste aggressive e un premier canadese che vince le elezioni perché percepito come il più anti-Trump tra tutti i candidati. Così il Canada, mentre il Messico ha dovuto fare i conti con una amministrazione statunitense che lo ha definito un «narco-stato», e la presidente Claudia Sheinbaum ha dovuto trovare tutti i modi, anche i più spicci, per non apparire subalterna a Trump; inoltre, la sede messicana del torneo è diventata un rifugio per le squadre che non possono o non vogliono entrare negli Stati Uniti.
Il caso Iran
La vicenda dell’Iran richiede qualche riga in più. La nazionale iraniana si è qualificata per i Mondiali — la sua quarta partecipazione consecutiva — con le partite del girone previste negli USA (a Los Angeles e Seattle). Ma nel febbraio 2026 la situazione geopolitica nel Medio Oriente è precipitata: gli Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi contro l’Iran, uccidendo la Guida Suprema. L’Iran ha risposto militarmente e in questi giorni continuano a spararsi. In questo contesto, Trump ha scritto sui suoi canali social che l’Iran è «benvenuto» ai Mondiali, «ma non credo sia appropriato che siano lì, per la loro stessa vita e sicurezza»: vieni pure, ma sarebbe meglio di no.
La Federazione calcistica iraniana – il calcio in Iran è uno sport amatissimo – ha risposto con una controquerela alla FIFA chiedendo che fossero gli Stati Uniti a essere esclusi dal torneo. I giocatori iraniani sono così arrivati in Messico, a Tijuana, e si muoveranno negli USA solo per disputare le partite, con visti concessi con dieci giorni di anticipo rispetto alla prima gara. Diversi membri dello staff tecnico non hanno ottenuto i documenti. La FIFA, interpellata, ha dichiarato di non avere competenza sui processi migratori del paese ospitante. Il segretario generale Mattias Grafström ha avuto una «conversazione positiva» con il presidente della federazione iraniana: nel lessico diplomatico della FIFA, «conversazione positiva» significa che i problemi rimangono ma che non se ne parla.
L’ICE al Mondiale
Ma il tema dell’immigrazione non riguarda solo l’Iran. Da mesi, le organizzazioni per i diritti civili e le federazioni del giornalismo sportivo avvertivano che tenere i Mondiali negli Stati Uniti del secondo mandato Trump, cioè negli USA che hanno condotto le deportazioni di massa, che hanno espanso il travel ban, che hanno militarizzato il controllo delle frontiere, avrebbe creato problemi enormi per gli spettatori. Amnesty International ha pubblicato un rapporto a fine marzo 2026 denunciando una «emergenza dei diritti umani» nel paese ospitante. Human Rights Watch ha documentato che quasi tutte le città-sede avevano prodotto piani per la tutela dei diritti umani del tutto inadeguati e di norma le città sono amministrate dai democratici e assai più accoglienti del governo federale.
I fatti hanno confermato i timori. Il fotografo ufficiale della nazionale irachena, Talal Salah, è stato fermato alla frontiera e trattenuto per oltre dieci ore prima di essere rimandato indietro. Il Senegal è invece atterrato a New York e i giocatori sono stati sottoposti a una perquisizione degna dei narcotrafficanti: scarpe tolte, borse aperte, cani antidroga. La nazionale dell’Uzbekistan — alla sua prima storica partecipazione mondiale, guidata dalla leggenda del calcio italiano Fabio Cannavaro — è stata accolta all’arrivo per un’amichevole di preparazione da metal detector e cani.
Il miglior arbitro africano rispedito a casa
Il caso più simbolicamente pesante è quello di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo selezionato dalla FIFA come uno dei 52 direttori di gara del torneo: il primo somalo nella storia a raggiungere questo traguardo, Artan, considerato il miglior arbitro africano, aveva già arbitrato la finale della CAF Champions League e la Coppa d’Africa. Aveva il visto, è atterrato a Miami il 7 giugno, dove è stato fermato, sottoposto a «ulteriore ispezione», e rimandato indietro: «inadmissible due to vetting concerns». La Somalia è nella lista dei paesi soggetti al travel ban di Trump — lo stesso ban rispetto al quale Trump aveva più volte dichiarato che la carve-out per gli atleti dei Mondiali avrebbe garantito loro l’accesso. Artan non era un atleta ma un arbitro: la distinzione, a quanto pare, è stata considerata rilevante. Il Consiglio sulle relazioni islamo-americane (CAIR) ha protestato. La FIFA ha espresso rammarico. Nessuno ha risolto nulla.
Seattle, il Pride e il doppio standard della FIFA
Il 26 giugno, al Lumen Field di Seattle, Egitto e Iran (sempre loro) si affrontano nel Girone G. Prima che il calendario fosse reso noto, il comitato organizzativo locale di Seattle aveva già designato quella data come «Pride Match», una partita celebrativa della comunità LGBTQ+, in coincidenza con il Pride Weekend della città. Il sorteggio ha poi assegnato proprio quella data e quello stadio alla sfida tra due Paesi in cui i rapporti omosessuali sono illegali (in Iran possono essere puniti con la morte). Entrambe le federazioni hanno protestato formalmente presso la FIFA, chiedendo la cancellazione delle iniziative Pride. Il comitato di Seattle ha risposto che andrà avanti come previsto, perché la cultura LGBTQ+ è «parte integrante» dell’identità della città. Come andrà a finire? Boh. Comunque un pezzo dei sostenitori di Trump sull’omosessualità la pensano quasi come gli iraniani.
La FIFA si trova in una posizione magnificamente imbarazzante. Nel 2022, in Qatar — dove l’omosessualità è anch’essa reato (ma «solo» con una pena da uno a sette anni di reclusione) — la stessa FIFA aveva vietato ai capitani delle nazionali europee di indossare la fascia «OneLove» contro le discriminazioni, minacciando sanzioni. Aveva, insomma, tutelato i «valori culturali» del Paese ospitante contro quelli dei Paesi ospiti. Adesso il paese ospitante ha valori diversi, e la FIFA deve scegliere se tutelare i valori culturali di Seattle o quelli del Cairo e di Bagdad. Finora, il silenzio.
I problemi che verranno
Il torneo sta per cominciare mentre scrivo queste righe e i problemi già enumerati sono soltanto quelli emersi in fase di preparazione. Ce ne saranno altri. Cinquantatré paesi sono soggetti a restrizioni di viaggio variabili verso gli Stati Uniti: alcuni hanno squadre qualificate, altri hanno tifosi che vorranno seguirle. Haiti è qualificata ed è nella lista dei Paesi con divieto totale di ingresso negli USA. Le 48 squadre provengono da tutto il mondo; i loro tifosi anche. Non tutti avranno la stessa facilità ad attraversare la frontiera.
La dimensione mediatica del torneo è, d’altra parte, senza precedenti. Con 104 partite e 16 sedi, il numero di eventi da coprire ha moltiplicato esponenzialmente la presenza di accreditati da tutto il mondo, giornalisti, fotografi, operatori, produttori. Per alcuni di loro, le stesse restrizioni che colpiscono i tifosi si applicano in egual misura. La FIFA ha venduto i diritti televisivi a oltre cento Paesi: il mondo guarderà e la domanda è se quello che vedrà sarà anche una pubblicità efficace per gli USA, oppure il contrario. Immaginatevi l’ICE – quelli delle «esecuzioni» di Minneapolis – che prima della partita picchia e deporta i tifosi di qualche Paese sgradito a Washington.
La bulimia da partite e la possibile figuraccia
C’è poi la questione del formato. Il passaggio da 32 a 48 squadre, deciso da Infantino nel 2017, contro il parere di molti tecnici ed esperti, ha prodotto un torneo che dura quaranta giorni, con partite che spesso vedono in campo nazionali di livello modesto contro avversari che le sovrastano. Alcuni gironi sono già decisi e privi di interesse agonistico e trovare partite di un certo interesse nella prima fase non sarà un’impresa semplice. Possiamo dire che la FIFA ha raddoppiato la quantità di prodotto senza necessariamente raddoppiarne la qualità.
C’è infine la questione dell’organizzazione logistica. Gli Stati Uniti non hanno un campionato calcistico nazionale di primo livello mondiale (la MLS esiste, ma non è la Premier League); gli stadi scelti per il torneo sono spesso impianti da football americano o da baseball, adattati con interventi che i professionisti del settore hanno definito con aggettivi poco lusinghieri; le distanze tra le sedi sono tali che alcune squadre potrebbero percorrere più chilometri in aereo per spostarsi da una partita all’altra che l’intera lunghezza dell’Europa. Il tutto in un contesto di infrastrutture pubbliche di trasporto che negli USA non sono, come noto, il punto forte del sistema. Si ricorderà che la NJ Transit aveva inizialmente annunciato un biglietto di andata e ritorno da 150 dollari per il treno da Penn Station a New York al MetLife Stadium nel New Jersey, un percorso che normalmente costa 13 dollari. Dopo le proteste, ha ridotto il prezzo a novantotto dollari. Un vero gesto di magnanimità.
Infantino e la macchina mangia-soldi
Gianni Infantino guida la FIFA dal 2016 con uno stile che combina la retorica dello sviluppo globale del calcio con una competenza manageriale di prim’ordine nell’arte di monetizzare qualsiasi cosa si muova. I biglietti per la finale al MetLife hanno raggiunto prezzi che sfidano la gravità: fino a undici milioni di dollari sulla piattaforma di rivendita ufficiale della FIFA stessa, che preleva una commissione del quindici per cento su ogni transazione. I prezzi base per il settore economico dell’incontro inaugurale degli USA (contro il Paraguay, il 12 giugno a Los Angeles) erano di 1.940 dollari. Trump stesso, che non è esattamente un paladino dei consumatori, ha detto al New York Post che non avrebbe pagato mille dollari per un posto in gradinata.
Gli attorney general di New York e New Jersey hanno avviato un’indagine sulle pratiche di biglietteria della FIFA. I fan europei, abituati ad altri standard di accessibilità, hanno parlato di «tradimento monumentale». Miguel Poiares Maduro, già presidente del comitato di governance della FIFA, ha accusato l’organizzazione di aver fatto prevalere gli interessi commerciali su quelli degli appassionati. La risposta di Infantino è stata perfettamente onesta nel suo cinismo: gli americani pagano di più per la rivendita dei biglietti, è il mercato.
Una nota finale
La nazionale italiana non ci sarà. Per la terza volta consecutiva, dopo il mancato accesso a Russia 2018 e Qatar 2022: una tragedia sportiva che ha già i contorni di un’abitudine. Vedremo i Mondiali in televisione, come il resto del mondo, con la differenza che il resto del mondo avrà qualcosa per cui tifare. Potremmo raccontarci la storia che evitiamo i mondiali degli autocrati, e aspiranti tali, e di chi non rispetta i diritti umani, invece siamo solo diventati scarsi nello sport più popolare.
Per il resto: vedremo quale sarà il livello tecnico, probabilmente saranno caotici, sicuramente costosi, politicamente imbarazzanti e calcisticamente ineguali. La FIFA incasserà miliardi, Trump userà il torneo come palcoscenico con il rischio di beccarsi un concerto di fischi come alle finali della NBA, l’Iran giocherà scortata, il Senegal ricorderà la perquisizione in pista, l’arbitro somalo guarderà ingiustamente le partite dalla Somalia. Ma da qualche parte, in uno stadio da baseball convertito alla bell’e meglio, qualcuno segnerà un gol bellissimo, una nazionale esibirà schemi innovativi e qualche promessa del calcio sboccerà, e tutto ciò farà dimenticare ogni cosa a noi appassionati del pallone.
Sì, perché noi devoti a quella che Gianni Brera chiamava la dea Eupalla, ci scordiamo presto di tutto. In fondo, per parafrasare quello che cantavano i Rolling Stones: «it’s only football (o soccer) but i like it».