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Di Mali in peggio

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Di Stefano Pizzin.

Come il Mali si avvia a diventare il nuovo tassello del disordine mondiale

Sabato mattina, 25 aprile 2026. A Bamako, colonne di fumo nero si alzano nei pressi della Torre Africa, un monumento anacronistico che celebra l’indipendenza con la stessa convinzione con cui i souvenir da aeroporto celebrano l’autenticità locale. Esplosioni vicino all’aeroporto internazionale, spari attorno alla base militare di Kati, dove si trova anche la residenza del generale Assimi Goïta, l’uomo che ha governato il Paese dal doppio golpe del 2020-21. Qualcuno ha colpito la casa del ministro della Difesa Sadio Camara con un’autobomba ed è stato ucciso. Uccisi anche il capo di Stato maggiore è quello dei servizi. Per tre giorni, Goïta scompare dalla scena pubblica, riappare solo il 28 aprile, fotografato con l’ambasciatore russo, a dimostrare che è ancora vivo e che Mosca è ancora lì. I ribelli Tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) e i jihadisti del JNIM — Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, costola africana di Al Qaeda — hanno lanciato l’offensiva coordinata più imponente dai tempi della ribellione del 2012. Hanno colpito Kidal, Gao, Mopti, Sévaré, e i sobborghi della capitale. L’Africa Corps, il corpo paramilitare russo erede della Wagner (sì, lo stesso nome delle truppe di Rommel, a ribadire quanto il putinismo sia pieno di estimatori del nazismo), è stato costretto a ritirarsi da Kidal, Aguelhok e Tessalit. L’esercito maliano ha parlato di «situazione sotto controllo», insomma, quello che si racconta quando sei con l’acqua alla gola.

Come si è arrivati a questo punto? La solita storia africana di colonialismo mal digerito, Stati fragili tenuti insieme con lo spago, potenze straniere che si passano il testimone senza mai chiedersi cosa vogliano davvero i maliani, classi dirigenti locali di bassissimo livello. Proviamo a raccontarla.

Un Paese enorme, uno Stato piccolo

Il Mali è grande quasi tre volte l’Italia e conta poco più di 22 milioni di abitanti; sembrerebbe tanto spazio per vivere, ma buona parte del territorio è il deserto del Sahara. È un Paese senza sbocco al mare, circondato da sette Stati confinanti e con una capitale nel sud che ha sempre faticato a controllare il nord. La composizione etnica spiega molto: i Bambara, nel sud, sono il gruppo dominante: agricoltori stanziali, i rappresentanti principali dell’identità maliana meridionale, accanto a loro, i Mandinka, i Soninke, i Dogon, i Bobo. Nel centro e nel nord è un’altra storia: i Fula (o Peul), allevatori seminomadi islamizzati che negli ultimi anni sono diventati il bacino di reclutamento privilegiato del JNIM, i Songhai lungo il Niger, e i Tuareg, berberi nomadi del deserto, divisi in tribù e federazioni, che da secoli guardano a Bamako come a una capitale straniera.

I Tuareg non sono un gruppo monolitico: sono divisi tra fazioni laiche e jihadiste, tra élite alfabetizzate in francese e guerriglieri dell’entroterra, tra chi vuole uno Stato indipendente e chi si accontenta di una vaga autonomia. Questa divisione interna è la ragione per cui certi accordi di pace reggono assai poco. La novità storica di questi giorni è l’alleanza tra la componente laica del separatismo tuareg — il FLA — con gli islamisti del JNIM . Un’alleanza che ora funziona, ma così stravagante che fa pensare solo a una cosa: un’altra guerra civile se mai dovessero vincere questa.

Il Mali è tra i trenta paesi più poveri del mondo, con un PIL pro capite che si aggira attorno ai 900 dollari. Il sottosuolo, come spesso accade a questi disgraziati Paesi, è ricco: oro — il Mali è il terzo produttore africano — fosfati, bauxite, sale. La classica maledizione delle risorse: il paese esporta materie prime ed importa instabilità. L’agricoltura occupa la grande maggioranza della popolazione attiva, ma la siccità, l’avanzamento del deserto e la violenza nelle zone rurali hanno moltiplicato gli sfollati interni. Il blocco jihadista sulle vie di rifornimento di carburante verso Bamako, già nel 2025, aveva portato il Paese a un passo dal collasso logistico. Insomma, non si produce quasi niente, l’agricoltura sfama a fatica e male gran parte della popolazione, il deserto e i guerriglieri avanzano, e i russi (gli stessi che hanno abbandonato Assad e Maduro in pochi minuti) dovrebbero garantire la tenuta del governo.

Sessant’anni di indipendenza, cinque colpi di Stato

Il Mali ottiene l’indipendenza dalla Francia nel 1960. Il primo presidente, Modibo Keïta, prova a costruire uno Stato socialista con vocazione panafricana; non funziona e nel 1968, un colpo di Stato militare guidato dal generale Moussa Traoré, mette fine all’esperimento. Traoré governa per ventidue anni con i classici metodi del dittatore del Terzo Mondo, finché nel 1991 un altro golpe, stavolta sostenuto da un’ondata di protesta popolare, lo rovescia. La stagione democratica che seguirà sarà troppo debole e fragile per ricostruire il Paese su basi nuove.

La tempesta riparte con violenza nel 2012: i Tuareg del nord, molti dei quali avevano combattuto nelle file di Gheddafi, sono tornati armati dopo la caduta del rais libico, si alleano con i gruppi jihadisti e in pochi mesi conquistano metà del Paese. Ad aprile il nord proclama l’indipendenza dello Stato dell’Azawad. Intanto, un gruppo di ufficiali insoddisfatti rovescia il presidente Amadou Toumani Touré, accusandolo di incompetenza davanti all’avanzata ribelle. È il terzo golpe nella storia della nazione e la democrazia è più irreale di un miraggio in pieno deserto.

All’inizio del 2013, i jihadisti — che nel frattempo hanno estromesso i laici tuareg dall’alleanza e preso il controllo del nord — avanzano verso il centro. Bamako rischia di cadere e la Francia interviene con l’Operazione Serval: in poche settimane ricaccia i gruppi armati sulle montagne dell’Adrar, riconquista Kidal, Gao, Timbuktu. François Hollande è accolto trionfalmente a Bamako. I francesi pensano di aver vinto, ma in realtà hanno solo vinto una battaglia confondendola con la guerra. Serval si trasforma nel 2014 in Operazione Barkhane, una missione di lungo periodo che impegnerà fino a 5.000 soldati in cinque paesi del Sahel (Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad); i risultati, se vogliamo usare un eufemismo, sono stati piuttosto deludenti, ma non perché i militari francesi fossero incompetenti ma perché il problema di fondo era politico e aveva bisogno di una soluzione politica e non militare: uno Stato che non eroga servizi, che non paga gli stipendi ai funzionari, che usa l’esercito per arricchire le élite invece di proteggere i cittadini, non si salva con i paracadutisti della Legione straniera. Parallelamente, l’ONU schiera dal 2013 la missione MINUSMA — Missione Multidimensionale Integrata di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali — che diventa rapidamente una delle più costose e pericolose della storia con oltre 170 caschi blu morti in dieci anni.

Accordi e promesse di carta

Nel 2015, con gli Accordi di Algeri, il governo maliano e le coalizioni armate del nord firmano una tregua. L’accordo prevede autonomia per il nord e l’integrazione dei combattenti nell’esercito regolare. L’entusiasmo dei contraenti è quello di chi si appresta ad andare dal dentista, e così, tanto per non perdere il ritmo, nel 2020, dopo mesi di proteste di massa, arriva il quarto golpe dell’esercito contro il presidente Ibrahim Boubacar Keïta, detto IBK, un politico di lungo corso che si è rivelato incapace di riformare un sistema profondamente corrotto e inefficiente. Il governo transitorio guidato da un generale di facciata dura meno di un anno, fino a maggio 2021, quando il colonnello Assimi Goïta, il vero regista del golpe precedente, si impadronisce formalmente del potere: quinto golpe. Goïta ha quarant’anni, una formazione militare americana e francese, e una visione del potere che non include elezioni nel breve periodo. Nel 2025, il Consiglio di Transizione approva la sua permanenza al potere almeno fino al 2030.

Fuori i francesi, dentro i russi, e non migliora nulla

Goïta arriva al potere cavalcando un sentimento genuino: la rabbia verso la Francia. Non è una costruzione propagandistica, è sentimento reale, sedimentato in decenni di relazione post-coloniale nei quali Parigi ha sostenuto governi corrotti, estratto risorse e dettato le politiche monetarie attraverso il franco CFA. È la Françafrique: un sistema che politologi come François-Xavier Verschave, nel suo omonimo libro del 1998, hanno  documentato come una rete di interessi tra élite politico-finanziarie francesi e africane, colpi di Stato fomentati e repressi secondo convenienza, contratti per le materie prime firmati nell’oscurità.

Detto questo, bisogna dire che la cacciata dei francesi non ha migliorato la vita di un solo maliano. Nel 2022, Goïta espelle le truppe di Barkhane e poi, l’anno dopo, la MINUSMA. Al loro posto arrivano i mercenari russi della Wagner, poi rinominati Africa Corps dopo la morte di Prigozhin. La logica è semplice, i russi combattono i jihadisti senza render conto a nessuno, non fanno domande sui diritti umani, non pretendono elezioni, non finanziano la società civile, e in cambio vogliono oro, uranio, basi. Un affare commerciale. I risultati dell’Africa Corps sono stati contraddittori: a novembre 2023, l’esercito maliano e i mercenari russi riconquistano Kidal, la città-simbolo del separatismo tuareg, persa nel 2012; nei mesi successivi, però, il JNIM intensifica gli attacchi nel centro e nel sud e le perdite militari si moltiplicano, fino a luglio 2024, nella battaglia di Tinzaouatene, dove governo e russi subiscono una pesante sconfitta e la propaganda di Goïta sulla riconquista si sbriciola.

L’asse del Sahel ribelle

In questa vicenda il Mali non è solo ma si inserisce in un contesto regionale inedito. Burkina Faso e Niger, entrambe protagoniste di golpe militari rispettivamente nel 2022 e nel 2023, si sono allineate a Bamako in un blocco informale ostile alla Francia e all’ECOWAS — la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. Nel gennaio 2025, i tre Paesi escono formalmente dall’ECOWAS e fondano l’Alleanza degli Stati del Sahel(AES). Sulla carta è un asse di sovranità contro l’ingerenza occidentale, nella pratica, è un club di giunte militari con problemi di sicurezza ed economie al collasso. Nessuno dei tre Paesi ha migliorato la situazione della sicurezza dall’insediamento delle rispettive giunte militari: il Burkina Faso ha perso il controllo di gran parte del territorio settentrionale, il Niger è nel caos e il Mali, come stiamo vedendo, ci è vicino. L’AES non è altro che un patetico progetto, mascherato da anticolonialismo, ma utile solo ai militari che detengono il potere e i russi con cui fanno affari, finché dura.

L’offensiva del 25 aprile

Quello che è accaduto la mattina del 25 aprile 2026 era prevedibile e i segnali erano evidenti da tempo. Il FLA, la coalizione separatista tuareg nata nel novembre 2024 dalla fusione di diversi movimenti, aveva già dichiarato di voler tornare all’obiettivo dell’indipendenza dell’Azawad e gli islamisti del JNIM avevano intensificato gli attacchi da mesi. La novità  è che i due hanno deciso di coordinarsi per la prima volta in modo esplicito nella storia del conflitto maliano. Il coordinamento è stato militarmente efficace e con una precisione che fa pensare a una pianificazione durata mesi. Droni kamikaze, autobombe, attacchi simultanei su un fronte lungo migliaia di chilometri: Bamako, Kati, Gao, Mopti, Sévaré, Kidal. I jihadisti hanno operato autonomamente nel centro e nel sud, mentre i tuareg si sono concentrati sul nord con una divisione del lavoro quasi aziendale.

I risultati, al 4 maggio: Kidal è saldamente nelle mani del FLA, con l’Africa Corps ritirata dichiaratamente dalla città. Gao è contesa, con le forze governative asserragliate nelle ex basi ONU. Il JNIM rivendica il controllo totale di Mopti. A Kati, il ministro della difesa Camara è stato fatto saltare in aria da un’autobomba. Il capo dei servizi segreti Modibo Koné è stato ucciso come il capo di Stato maggiore e Goïta non è riuscito a fare di meglio che una foto l’ambasciatore russo per dimostrare di avere ancora qualche amico. L’esercito maliano ha dichiarato di aver «neutralizzato centinaia di terroristi» ma non è verificabile. Quel che è verificabile è che ha perso Kidal, che le già scarse vite di comunicazione sono quasi del tutto saltate e nella capitale la gente sta chiusa in casa.

È adesso?

Può cadere il governo di Bamako? Sì, è possibile. Non nell’immediato — le forze governative controllano ancora la capitale e alcune arterie del sud — ma la traiettoria è quella. Il JNIM non ha l’obiettivo dichiarato di prendere Bamako: vuole applicare pressione, espandere il territorio sotto la sua influenza, erodere la legittimità della giunta fino a strangolarla. Il FLA ha obiettivi diversi — vuole l’Azawad, non il Mali intero. I due possono procedere in parallelo abbastanza a lungo da rendere il governo centrale una realtà geograficamente ridotta a una striscia di territorio meridionale. Dopo? Non si sa, ma è immaginabile che non sarà niente di buono. Lo scenario della secessione del nord è già una realtà de facto e lo era anche prima del 25 aprile. La questione è se diventerà de jure, e chi la riconoscerà. Uno Stato di Azawad riconosciuto da qualcuno sarebbe un precedente pericolosissimo per la stabilità di tutta l’Africa sahelo-sahariana: i Tuareg sono presenti anche in Niger, Algeria, Libia. Algeri lo sa benissimo, ed è per questo che segue con attenzione spasmodica ogni sviluppo della vicenda maliana. E poi, ancora: cosa succederebbe se il JNIM prendesse il controllo di porzioni significative del Mali? Come si svilupperà la presenza dello Stato islamico (ci sono anche loro, tanto per non farsi mancare nulla) Saremmo davanti a qualcosa di paragonabile all’Afghanistan talebano, ma in Africa occidentale, con confini porosi verso il Senegal, la Costa d’Avorio, il Ghana. Il Sahel come un nuovo Cliffato? Mah, bisogna dire che dopo l’esperienza radicale di una decina di anni fa, gli islamisti del JNIM si sono resi conto che non possono governare a colpi di mani tagliate, lapidazioni e sharia, e oggi sfoggiano un côté più moderato, oltre a essersi trovati a combattere i guerriglieri dello Stato Islamico provenienti del Burkina Faso. Tra i possibili mediatori, gli analisti segnalano la figura di Mahmoud Dicko, una figura religiosa e politica di spicco nel Mali, attualmente in esilio in Algeria. Dicko è un islamista salafita ma non è organico ai gruppi del JNIM; inizialmente aveva appoggiato il golpe di Goïta per poi entrare in rotta di collisione. Ultimamente, forse per smorzare l’aria austera da integralista, lo si è visto sfoggiare un Patek Philippe da seimila euro, un po’ più di sei volte il reddito medio annuale di un maliano.

Forse il vero scenario è che gli scontri di questi giorni servono ai ribelli per sedersi al tavolo negoziali su posizioni di forza. In fondo, nessuno è in grado, né il governo né l’opposizione di governare un Paese enorme con poche truppe, precarie comunicazioni, e un sentimento nazionale comune quasi inesistente. Tra i vari scenari del caos di questi tempi, stavolta ci troviamo di fronte a una guerra civile che nessuno vuole veramente vincere perché nessuno sarebbe in grado di gestire il Paese.

Intanto Parigi guarda la situazione da lontano. Macron ha definito l’espulsione delle truppe francesi un errore dei governi africani che pagheranno un caro prezzo. Non ha torto nei fatti, ma ha torto nel tono, perché la Francia non è una vittima della propria generosità incompresa: è un attore con interessi propri, e il risentimento che ha accumulato in decenni di Françafrique è reale quanto il vuoto che lascia, ma ora, con il governo Goïta in difficoltà, si riapre il dibattito su un possibile ritorno, non militare, non ci sono le condizioni,  ma diplomatico, economico e di intelligence. La Francia ha ancora rapporti con alcune fazioni tuareg e ha ancora una rete di relazioni nel Sahel che i russi non possono sostituire facilmente. Se Bamako cadesse, o se la giunta cercasse una via d’uscita negoziata, Parigi potrebbe rientrare dalla finestra dopo essere uscita dalla porta. Con meno pretese, più pragmatismo, e probabilmente meno illusioni sulla propria capacità di trasformare lo Stato maliano in qualcosa di funzionante. Quanto ai russi: l’Africa Corps ha una funzione militare reale, ma limitata. Non possono sostituire la MINUSMA, non hanno la capillarità territoriale né il mandato politico per negoziare con le comunità locali. Sono, nella migliore delle ipotesi, una forza di protezione della giunta — e la giunta, in questo momento, ha bisogno di molto di più che di guardie del corpo ben armate. La ritirata da Kidal è un segnale: anche i russi hanno i loro calcoli, e rischiare perdite eccessive per una città simbolo che non controlla risorse minerarie fondamentali non è nell’interesse di Mosca. Come nota acutamente Nathaniel Powell nel suo studio sulle operazioni Wagner in Africa centrale, i mercenari russi seguono la logica del profitto estrattivo, non quella della stabilizzazione statale. Putin negli ultimi anni, ossessionato dalla follia che ha messo in piedi in Ucraina, sta perdendo, pezzo per pezzo, i nuovi alleanti che si era guadagnato nel tempo e la giunta del Mali è candidata a essere il prossimo alleato perduto. Da un po’ di tempo, intanto, nello scenario già pieno di attori si sono fatti vedere i turchi come addestratori dei militari governativi e, pare, come guardie del corpo di Goïto che evidentemente si fida più di loro che dei russi.

L’Unione Europea, nel frattempo, ha espresso solidarietà al popolo maliano — il che, tradotto, significa che non ha nessuna idea di cosa fare. L’Unione Africana ha condannato il terrorismo. L’ONU si preoccupa, tutti si preoccupano, ma nessuno ha un piano che superi la fase della preoccupazione.

Post scriptum

Torno alla foto di Goïta con l’ambasciatore russo del 28 aprile. C’è qualcosa di tetro in quell’immagine: un generale che governa un Paese sull’orlo del collasso, fotografato con il rappresentante dell’unica potenza che ha ancora qualcosa da guadagnare dal suo mantenimento al potere. Una potenza che non fa nemmeno la finzione ipocrita delle vecchie potenze coloniali che portavano una lingua importante e offrivano un biglietto per l’espatrio a un po’ di giovani.

Il Mali è un caso emblematico di questi tempi sgangherati: mostra l’impossibilità di costruire uno Stato moderno sopra fratture etniche mai risolte, la perversione di una globalizzazione che porta le armi ovunque e lo sviluppo solo da qualche parte. Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987 — un paese confinante con il Mali che ha seguito traiettorie simili — diceva che chi ti nutre controlla la tua fame. Valeva per la dipendenza dagli aiuti, vale ancora di più per la dipendenza dalle armi e dai mercenari. Quello che sta accadendo in Mali non è solo una crisi di sicurezza: è una crisi di senso dello Stato, di un’idea nata a Parigi e chiamata «République du Mali» che pare non abbia niente da dire alla gente che vive a Kidal o nelle piane di Ménaka. Se tra Nairobi e Antananarivo, tra Rabat e Addis Abeba, è apparsa una generazione di giovani che protesta in nome delle proprie condizioni sociali e del proprio futuro, in Mali siamo ancora fermi alla vecchia Africa ostaggio di antichi e moderni colonizzatori, di élite incompetenti e rapaci, della arretrata cultura tribale. Intanto si corre verso il baratro e ne sapremo qualcosa, forse, solo a fatti avvenuti, sempre che gli esiti siano talmente grandi da apparire nei telegiornali occidentali.

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