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Perché la guerra?

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Di Cosimo Risi.

Feltrinelli raccoglie nel libretto Perché la guerra? (2026) la corrispondenza fra Albert Einstein e Sigmund Freud nonché alcuni loro scritti, fra cui le Considerazioni di Freud sulla guerra e sulla morte e La mia immagine del mondo di Einstein.

            La scelta di ripubblicare proprio ora lo scambio fra i due geni del Novecento, l’uno il creatore della fisica moderna e l’altro della psicanalisi, ambedue germanofoni vivendo il primo a Berlino ed il secondo a Vienna, le leggi razziali erano imminenti ma non attuali, è felice e tempestiva. Alcuni argomenti sembrano logorati dal tempo, altri rivelano una straordinaria attualità. Anzitutto la domanda di fondo: perché la guerra?

            La guerra pareva passata di moda, almeno nell’emisfero civilizzato, con la Carta di San Francisco e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non che fosse finita come pratica per risolvere le controversie fra le nazioni, ma come esercizio generalizzato del dominio di una parte sull’altra. Appunto come conflitto mondiale, sia pure nella accezione riduttiva di Papa Francesco della guerra mondiale a pezzetti. Le guerre imperversano nel mondo civilizzato, sempre che questo sia civilizzato davvero, e minacciano dappresso la civiltà europea, quella alla quale assegniamo, forse indebitamente, l’estremo baluardo della razionalità.

            Tutto parte dalla Società delle Nazioni che, nei Trenta del XX secolo, invita i grandi intellettuali a scambiare opinioni sullo stato del mondo. Albert Einstein è chiamato a collaborare al progetto e sceglie Sigmund Freud come interlocutore. Facile immaginare il perché, anche se Freud nella risposta manifesta sorpresa. Freud è appunto un innovatore, è germanofono, è un ebreo laico, studia l’immensamente piccolo della psiche umana. È, per contrasto, il migliore discussant del fisico che, con la teoria della relatività, si avvicina alla legge fondamentale grazie alla frase volutamente paradossale di “Dio che non gioca a dadi con l’universo”.

            La guerra è abiezione, i Due concordano pienamente nel giudizio. La guerra è parte del comportamento umano, della pulsione all’aggressività che si manifesta nei rapporti fra persone e stinge, ingigantita, nei rapporti fra le nazioni. Essi hanno in comune la lettura del classico di Immanuel Kant, il testo è citato nel carteggio: Per la pace perpetua, un progetto filosofico, il pamphlet di fine Settecento con cui il filosofo di Heidelberg detta le condizioni per la cessazione delle ostilità.

            I Due concordano anche sul rimedio fondamentale per superare la bellicosità e risolvere in via transattiva le controversie. Le nazioni devono rinunciare ad una quota della sovranità nazionale a favore di un organismo sovranazionale dotato di poteri efficaci per fare rispettare le proprie decisioni. Per dirla con Einstein: “il cammino verso la sicurezza internazionale passa dalla rinuncia incondizionata degli stati a una parte della loro libertà di azione, vale a dire della loro sovranità, e dovrebbe essere del tutto indubitabile che non c’è altra strada che garantisca quella sicurezza”.

            La Dichiarazione Schuman, ne rinnoviamo ritualmente il ricordo con la Festa d’Europa di maggio, prende le mosse dalla stessa constatazione. Le sovranità nazionali vanno limitate consensualmente a favore di un’autorità sovranazionale, da dotare di poteri tali da imporre il proprio volere nei confronti delle parti costituenti. Quando il trasferimento delle quote di sovranità si inceppa e le parti tornano nel possesso della sua totalità, la forza prevale sul diritto e cerca di modulare un nuovo diritto a propria convenienza.

            E così Freud: “il punto di partenza corretto per la nostra indagine [è] il rapporto tra diritto e forza. Posso permettermi di sostituire la parola “forza” con il termine più forte e stridente “violenza”? Oggi, ai nostri occhi, diritto e violenza appaiono contrapposti. Eppure, è facilmente dimostrabile come l’uno si sia sviluppato dall’altro”. La violenza bellica produce, appunto, un nuovo diritto più consono all’interesse di chi esercita la violenza con maggiore efficacia.

            A volere trasporre l’asserzione alla situazione attuale si leggono con altri occhi le vicende che oppongono la Russia all’Ucraina e Stati Uniti (con Israele) all’Iran. Il diritto pattizio quale scritto nelle varie intese – per l’Ucraina il rispetto dell’indipendenza sin dal collasso dell’Unione Sovietica, per l’Iran il Piano d’Azione sul nucleare – viene meno quando le parti non lo riconoscono più come vincolante. Tendono a modificarlo con la forza (la violenza, per parafrasare Freud) e così produrre un nuovo diritto. L’Ucraina torni nell’orbita russa, l’Iran rinunci al nucleare militare e garantisca la libera navigazione nel Golfo Persico.

            Perché reagiamo con indignazione alla guerra, si chiede Freud: “perché non la accettiamo invece come un’altra delle molte penose necessità della vita? La guerra, in fondo, sembra essere conforme alla natura, biologicamente fondata e praticamente quasi inevitabile”. La risposta alla domanda retorica viene poco dopo: la guerra “annienta vite umane piene di speranza, mette l’individuo in condizioni degradanti, costringendolo a uccidere altri esseri umani, contro la sua stessa volontà, e perché la guerra distrugge beni materiali frutto del lavoro umano, e molto altro ancora”.

            Lo stesso Freud, nello scritto di apertura del libro, conclude le Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915, allo scoppio della Grande Guerra), con una riflessione sul dialogo fra Odisseo vivo e Achille defunto (Omero, Odissea). Ribalta così l’antico adagio “si vis pacem, para bellum” in “Si vis vitam, para mortem”. Perché “sopportare la vita resta pur sempre il primo dovere di ogni essere vivente”. E la guerra è la negazione dell’illusione.

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