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Monfalcone in quel maggio 1976

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Di Guido Baggi.

Chi ha vissuto il tremore della terra, lo sbriciolarsi delle case, la nube di polvere che si stendeva nel buio della notte appena iniziata, i lamenti dei feriti ed il silenzio dei morti sotto cumuli di travi e pietre, in questi giorni ricorda le persone che ha perso, le sue emozioni, la paura, l’abbraccio dei soccorritori. Fa memoria di un fatto che ha ferito e cambiato la sua vita, ha stravolto il territorio, ha mostrato la piccolezza dell’uomo davanti ai passi di quello che i friulani hanno chiamato ‘Orcolat’. Chi, come me, era nelle retrovie di quella terra sconvolta in pochi interminabili secondi, ricorda certamente il ‘rumore’ del terremoto che ha fatto uscire molti dalle case, chiedendosi cosa e dove fosse successo.  Sono giusti la pietà ed il ricordo per i morti del terremoto e in questi giorni si susseguono incontri, celebrazioni, momenti di memoria di quanto avvenuto la sera del 6 maggio 1976 e si ripeté l’undici ed il quindici settembre, quasi a completare la distruzione avviata in una sera primaverile più tiepida del solito. Oggi, che il Friuli è indicato come esempio di ricostruzione e di rinascita, il mio ricordo torna all’esperienza vissuta dalla mia città, Monfalcone, nei giorni che seguirono la sera del 6 maggio. Una forte emozione saliva man mano che le notizie rendevano noti lutti e distruzioni (990 morti, 45 mila senza tetto) in luoghi che ci erano vicini e conoscevamo. Un’emozione che si è trasformata subito in solidarietà concreta e organizzata. Il Bollettino informativo”diffuso dal Palazzo Municipale alle ore 20 di sabato 8 maggio 1976”, nel fare la sintesi di quanto avvenuto in giornata a Monfalcone, scrive: ”Presso il centro di raccolta istituito nel Palazzo Municipale con volontà unanime del Consiglio comunale, hanno operato con spirito di umana solidarietà e in clima di strettissima collaborazione operativa, la Giunta comunale, i gruppi consiliari, rappresentanti delle Confederazioni sindacali, delle associazioni culturali, sportive, commerciali, industriali e di categoria, studenti, rappresentanti delle forze politiche, giovani e sacerdoti delle comunità parrocchiali, funzionari e dipendenti del Comune, gruppi di volontari, radioamatori, speleologi, scout e tanti altri che non è possibile elencare. La risposta dell’intera cittadinanza all’appello dei terremotati è stata immediata, generosissima, commovente”.   E’ la descrizione di una città che trova unità per esprimere solidarietà a chi in quel momento aveva perso tutto. Non è stata solo emozione, perché fin da subito si è capito che la generosità aveva bisogno di essere organizzata. La Giunta comunale si riunì la mattina del 7 maggio e la sera si tenne un Consiglio comunale straordinario. Al termine della seduta del Consiglio comunale riconvocato per le otto del mattino del 10 maggio, fu decisa la formazione di un Comitato di coordinamento composto, come si legge nel Bollettino Comunale del luglio 1976, dal sindaco Gianni Maiani, dal vicesindaco Umberto Clapis, dagli assessori Maria Tomadin, Gianfranco Demarchi, Gianfranco Trombetta, Paolo Polli, Sergio Marin, dai consiglieri comunali Luciano Saba, Ezio Bottegaro, Pio Barbariol, Renato Pizzignacco, Lucio Poiani, Bruno Devetta ed Elios Vertovese, dal presidente dell’Ente Comunale di Assistenza Ercole Tambacia, dal direttore del Consorzio per lo sviluppo industriale Francesco Bratina, dal rappresentante della parrocchia di S.Ambrogio don Guido Baggi, dal rappresentante del ‘comitato di zona unitario sindacale’  Vigilio Carraro.  Si aprirono quattro “centri di raccolta e smistamento degli aiuti ai terremotati”  ed una nota del Sindaco informò sulle attività e sui responsabili del loro funzionamento: nell’atrio del Municipio in Piazza della Repubblica, le indicazioni per lo smistamento di tutto il materiale che viene offerto (responsabili: Pizzignacco, Carraro, don Guido e Tambacia) e la raccolta delle offerte di denaro “fatta dalla Signora Mofferdin per incarico dell’Economato del Comune”; nella scuola elementare ‘Duca d’Aosta’, raccolta di materassi, coperte, lenzuola, reti metalliche, tende, sacchi a pelo (responsabili i consiglieri Bottegaro, Dapiran, Labile e Devetta); al Liceo Scientifico Buonarroti la raccolta di vestiario e scarpe (responsabili i Consiglieri Poiani, Rebulla e Romano); al Palazzetto Veneto generi alimentari e stoviglie (responsabili i Consiglieri Saccavini e Barbariol) e nella sala della Pro Loco la raccolta di medicinali (responsabile: il consigliere Saba). Al primo piano del Palazzo Municipale era collocata la sala dei radioamatori e cb che consentiva rapidità alle richieste dei sindaci e delle istituzioni che operavano nelle aree terremotate e alla risposta, per quanto possibile, della rete di solidarietà di Monfalcone. Nomi e funzioni possono sembrare sterili elenchi, ma chi ha vissuto quei giorni ricorda, attraverso quei nomi, quanto Monfalcone abbia risposto ad una vasta e tragica emergenza trovando una sostanziale unità di tutti convergente verso una solidarietà che si faceva concreta con l’invio di materiali, con la presenza nell’area terremotata di persone e gruppi, dagli scout a chi anche singolarmente offriva la propria disponibilità, e con l’organizzazione di squadre di lavoratori delle fabbriche che quotidianamente partivano in particolare per l’area della Val Resia e di Pontebba. La spontaneità e la capacità di organizzazione dei sindacati e di associazioni come quelle scoutistiche hanno consentito da subito di muovere verso le zone terremotate, in accordo con il Coordinamento istituito nella Prefettura di Udine. Il Bollettino Comunale dell’otto maggio segnala che alle 22.00 di venerdì 7 maggio è avvenuta la “partenza del terzo convoglio, con un medico, personale sanitario, nonché volontari e rappresentanti degli scout… la spedizione, autosufficiente, ha raggiunto Gemona dove è stato istituito un ospedale da campo denominato ‘Monfalcone’ ”. Incontro ancora amici scout che ricordano l’innalzamento delle tende e la predisposizione degli spazi per i servizi igienici di quella struttura per l’assistenza sanitaria. Mi passano davanti agli occhi i protagonisti dell’altro aspetto della solidarietà di quei giorni. Un aspetto dove, oltre alla disponibilità, occorrevano competenze e strumenti. I lavoratori della fabbriche monfalconesi e non solo, le loro organizzazioni sindacali con i Consigli di Fabbrica, gli imprenditori che hanno dato vita a partenze quotidiane, per mesi, nelle zone assegnate dal Coordinamento generale per il Friuli. Si recavano in Val di Resia e nell’area di Pontebba per ripristinare i servizi essenziali: occorrevano acqua e collegamenti elettrici, edifici provvisori per ospitare chi era rimasto senza casa o per i bambini che non avevano più asili e scuole agibili. Il Bollettino Comunale del luglio 1976 segnala i coordinatori delle “Squadre di Monfalcone”: Fulvio Valentinuzzi, Claudio Zoff, Luciano Rovina e informa che “finora (al 30.6.1976) oltre 2.000 lavoratori  hanno offerto la loro opera per più di 16.000 ore lavorate”. Nella documentazione degli interventi ricorrono i nomi delle aziende: Italcantieri, Enel, Eaton Est, S.B.E, Navalimpianti, SI.MO,, Acciaierie A.A., Meteor, Detroit, Nest Pack, Candusso, Compagnia portuale, Safog, Paulin, sezione locale del C.A.I..  Una traccia di interventi anche in Comune di Trasaghis, località Peonis, viene dalla lettera del sindaco della località friulana con la quale ringrazia “per il notevole aiuto fornito dal dott. Lotti, dai lavoratori della Detroit, della Compagnia Portuale, dell’Asgen e dai volontari tutti di Monfalcone”.  E le offerte dei cittadini monfalconesi? Nei mesi di maggio e giugno 1976 l’Amministrazione Comunale ha raccolto la somma di 13.407.650 lire, utilizzata per spese dei carburanti per i mezzi dei soccorritori (61.500 lire) e acquisto di materiali da portare nelle zone terremotate (13.326.257 lire). Certo, il nostro è stato un piccolo mattoncino nel grande lavoro di soccorso nell’emergenza provocata dal terremoto del 6 maggio 1976, ma il ricordo di quanto fatto lascia riflettere su quello che siamo stati e su quello che viviamo oggi a Monfalcone. Abbiamo vissuto un periodo di unità solidale, nel quale le appartenenze politiche o confessionali che pur erano vivaci, non hanno impedito dialogo, confronto, scelte ed impegno comuni di fronte ai problemi che si manifestavano. La Casa Comunale è stata ‘trasparente’ e comunicava tutto ciò che avveniva: necessità e iniziative, problemi e scelte. Quello di cui ho avuto esperienza diretta non è tutto ciò che Monfalcone ha dato in solidarietà in quei giorni e nei mesi successivi. Le parrocchie e le associazioni cattoliche si organizzarono anche con un coordinamento diocesano che operò soprattutto a sostegno al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza in diversi comuni terremotati. Dopo le scosse di settembre ho accompagnato un gruppo di studenti monfalconesi al Camping Europa di Grado in appoggio a chi garantiva la logistica e la mensa per famiglie provenienti dal Friuli colpito dal terremoto. Un periodo, non certo facile. dal quale imparare. Sono passati cinquant’anni, ma un piccolo ricordo personale mi rende vivo il clima di quei giorni. Giovane coadiutore del parroco di Sant’Ambrogio, don Battista Tomasin, ero stato inserito nel Coordinamento e nel gruppo di lavoro con Ercole Tambacia e Vigilio Carraro, che di certo non erano frequentatori del mio ambiente abituale. Mentre scendevo lo scalone del Palazzo Municipale sento i due che commentano, dopo un intercalare non ripetibile, “proprio con un prete dobbiamo lavorare”. Li raggiungo e dico; “ciao! Eccomi qua, cosa facciamo?”. Mi guardano un po’ perplessi e poi “Beh! Lavoriamo no?”. E così abbiamo fatto con reciproca stima, durata anche dopo l’impegno comune per i terremotati.  E ancora un ricordo. Nell’ultima pagina di quel Bollettino del Comune “Terremoto in Friuli – Maggio Giugno 1976” sta scritto: “curato dal sindaco dott. Gianni Maiani, da don Guido Baggi, dall’assessore Maria Tomadin”.  Maiani era il primo sindaco socialista espresso da una maggioranza nella quale il Partito Comunista era la forza politica maggiore; Maria Tomadin la conoscevo perché avevamo un dibattito aperto sull’asilo parrocchiale di via Roma; avevamo visioni diverse che lei esprimeva sull’organo del Partito Comunista Italiano, “l’Unità”, mentre io rispondevo sul settimanale della Diocesi ‘Voce Isontina’. Quel terremoto ci ha fatto lavorare assieme. 50 anni fa, altri tempi.

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