Di Paolo Polli.
Il 25 aprile di quest’anno ha restituito un’immagine forte e partecipata.
Da Milano ai centri più piccoli, migliaia di persone sono scese in piazza, con una presenza significativa di giovani: un segnale importante, che dimostra come i valori della Liberazione continuino a parlare alle nuove generazioni.
Ma proprio perché il 25 aprile non è una celebrazione rituale, bensì un momento profondamente politico, occorre dirlo con chiarezza: questa giornata non può essere svuotata, banalizzata o piegata a polemiche strumentali.
Ricorda la sconfitta del fascismo e dell’occupazione nazifascista, ma soprattutto quella straordinaria unità tra forze diverse che rese possibile la nascita della Repubblica e della Costituzione.
In questo senso, quanto accaduto in alcune manifestazioni — come a Milano — mostra un limite che non va ignorato. L’introduzione di simboli e bandiere che nulla hanno a che vedere con la storia e il significato del 25 aprile rischia di trasformare una giornata di unità in un terreno di contrapposizione.
È un errore politico prima ancora che simbolico: il 25 aprile non è il luogo per trasferire conflitti, né per affermare identità di parte.
Tuttavia, ancora più grave è ciò che non viene detto o viene volutamente minimizzato.
A Roma, due militanti antifascisti sono stati colpiti da spari di pistola ad aria compressa da parte di un aggressore. Un atto intimidatorio che richiama esplicitamente un clima che non può essere sottovalutato. Eppure, su episodi come questo, troppo spesso si registra un silenzio o una timidezza inaccettabile da parte delle istituzioni.
Non basta richiamarsi genericamente alla democrazia: difenderla significa anche riconoscere e condannare con chiarezza ogni forma di violenza e ogni rigurgito neofascista, finalmente senza ambiguità e senza doppi standard. Altrimenti si rischia di delegittimare proprio quella memoria condivisa che il 25 aprile dovrebbe rafforzare.
Parimenti andrebbero esplicitamente condannate altre manifestazioni inneggianti esplicitamente al fascismo come quella del giorno dopo, il 26 aprile sul lago di Como ma come purtroppo succede sempre più spesso in altre situazioni.
Difendere il 25 aprile oggi significa allora assumersi una responsabilità politica precisa: custodirne il significato, impedire che venga distorto e riaffermare con forza i valori antifascisti su cui si fonda la nostra Repubblica. Non per guardare al passato con nostalgia, ma per evitare che certi segnali, se sottovalutati, diventino qualcosa di più pericoloso nel presente.
Allo stesso tempo andrebbe ricordato, anche alle più alte istituzioni, che se tutti i morti di quel triste periodo possono essere ricordati con la pietà dovuta, non si possono accomunare ecelebrare il 25 aprile, c’è chi la lottato e perso la vita per riacquisire la libertà di cui oggi noi godiamo e chi invece lottava e moriva per preservare il criminale regime fascista e occupatore nazista. Ricordando Calvino nei Nidi di ragno “ Noi, questo furore, lo usiamo per non essere più schiavi, per non avere più paura, per costruire un mondo in cui quel furore non sia più possibile.
Loro, invece, lo usano per restare schiavi, per continuare ad avere paura, perché quel furore sia l’unica legge del mondo.»
Il 25 aprile è la festa della libertà ma la libertà, come ci insegna la storia, non è mai acquisita una volta per tutte.