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Di Stefano Pizzin.
C’è una parola araba che i palestinesi pronunciano con un tono che non ammette equivoci: nakba. Catastrofe. Non sconfitta militare, non ritirata tattica — catastrofe, nel senso quasi geologico del termine, come uno smottamento che ridisegna il paesaggio per sempre. Il 14 maggio 1948 – a seguito del voto delle Nazioni Unite – David Ben Gurion proclama lo Stato di Israele a Tel Aviv. Il giorno dopo, cinque eserciti arabi che non intendono rispettare le scelte dell’ONU entrano in guerra. Meno di un anno dopo Israele ha vinto e circa 700.000 palestinesi sono fuggiti o vengono espulsi. I villaggi svuotati sono più di 400. È l’inizio di una storia che non ha ancora trovato la sua conclusione. Quella che da una parte viene celebrata come un miracolo — e lo è, per certi versi — dall’altra appare una catastrofe storica e politica che segnerà per sempre un popolo. La nascita di Israele verrà rappresentata per decenni con una forza simbolica e diplomatica che la causa palestinese non ha mai saputo costruire in modo altrettanto efficace. Questo squilibrio è, in fondo, uno dei problemi centrali di tutta la vicenda, è il simbolo di quanto i palestinesi non siano mai riusciti – se non in rare occasioni – a cogliere le occasioni che la storia presentava loro.
Il Piano di partizione dell’ONU — la Risoluzione 181 del novembre 1947 — prevedeva la divisione della Palestina in due Stati: uno ebraico (circa il 56% del territorio, nonostante gli ebrei rappresentassero allora poco più di un terzo della popolazione) e uno arabo mentre Gerusalemme avrebbe dovuto avere uno statuto internazionale. Il movimento sionista dopo uno scontro che vide prevalere la sinistra di Ben Gurion sulla destra nazionalista accettò il piano, i palestinesi e la Lega Araba no, dando inizio a una lunga sequenza di rifiuti che ha segnato, nel bene e nel male, la storia del movimento nazionale palestinese. Il rifiuto del 1947 è comprensibile nella sua logica: si chiedeva a una popolazione di cedere più della metà di una terra che considerava propria per risarcire un torto — la persecuzione degli ebrei europei — di cui non era responsabile (anche se il Gran Muftì di Gerusalemme appoggiò attivamente nazisti e fascisti durante la II Guerra Mondiale). In ogni caso, ciò che è comprensibile non significa necessariamente saggio, e la storia non distribuisce i premi in base alle ragioni e ai torti, ma a chi sa giocare la meglio partita.
L’Occidente, l’URSS e il riconoscimento di Israele
La risoluzione ONU che apre le porte alla nascita di Israele viene votata da 33 Paesi, 13 i contrari e 10 astensioni. Il sostegno internazionale alla nascita di Israele fu, nei primissimi mesi, trasversale in modo sorprendente. Gli Stati Uniti riconobbero il nuovo Stato undici minuti dopo la proclamazione — Harry Truman si mosse con una velocità che fece impallidire il suo stesso Dipartimento di Stato, diviso tra considerazioni strategiche e sensibilità filoebraica del presidente. Ma anche l’Unione Sovietica riconobbe Israele rapidamente, sperando di ottenere una testa di ponte nel Mediterraneo orientale. Stalin, nel 1947-48, vedeva nel nascente Stato ebraico un potenziale alleato contro il colonialismo britannico — illusione destinata a durare pochissimo, visti i successivi orientamenti filo-americani di Israele. La Gran Bretagna che svolgeva il ruolo di mandatario nell’area dalla fine dell’Impero Ottomano, unica tra le grandi potenze, si astenne.
Il mondo arabo si trovava invece in una condizione di debolezza strutturale che i proclami retorici dei suoi leader nascondevano male. Gli eserciti arabi del 1948 erano male equipaggiati, mal coordinati, guidati da ufficiali il cui principale talento era la rivalità reciproca. La Legione Araba giordana di re Abdallah — paradossalmente la forza più efficiente — combatteva anche per i propri interessi espansionistici in Cisgiordania, non certo per creare uno Stato palestinese indipendente. Lo storico Avi Shlaim, nel suo Il muro di ferro, ha documentato con precisione come il re giordano avesse raggiunto accordi separati con i dirigenti sionisti prima ancora che la guerra iniziasse. I palestinesi erano così già diventati merce di scambio dei loro «fratelli arabi».
1956, 1967, 1973: da una guerra all’altra
La guerra del 1956 — la crisi di Suez — riguardò principalmente l’Egitto di Nasser e il suo tentativo di nazionalizzare il canale. Israele vi partecipò in coordinamento con Francia e Gran Bretagna, occupando il Sinai, ma dovette poi ritirarsi sotto pressione americana e sovietica. Eisenhower, in quel passaggio, dimostrò che Washington poteva anche frenare Israele quando lo riteneva necessario — una capacità che gli Stati Uniti hanno progressivamente smarrito nei decenni successivi.
Il 1967 è l’anno che ridisegna tutto. La Guerra dei Sei Giorni — solo sei giorni — consegna a Israele la Cisgiordania, Gaza, il Sinai, le alture del Golan e la parte est di Gerusalemme. Per Israele è un trionfo militare, per i palestinesi, è una seconda catastrofe: ora anche chi era rimasto — chi aveva accettato la condizione di minoranza araba nello Stato israeliano — si trova a convivere con centinaia di migliaia di nuovi occupati. La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza chiede il ritiro israeliano dai territori occupati in cambio di pace e riconoscimento: è la formula «terra per pace» che diventerà la base di tutti i negoziati successivi e che Israele interpreterà sempre in modo selettivo, cedendo il Sinai agli egiziani ma non la Cisgiordania ai palestinesi.
La guerra del 1973 — Yom Kippur, o guerra del Ramadan — è un elemento spesso sottovalutato nel racconto della questione palestinese. Sadat e Assad (Egitto e Siria) attaccarono Israele di sorpresa e, nelle prime ore, ottennero risultati tattici significativi. Ma il vero risultato politico fu altrove: Sadat dimostrò che la guerra poteva servire non a distruggere Israele ma a negoziare da una posizione meno umiliante. Aprì la strada, anni dopo, agli accordi di Camp David del 1978 e alla pace con Israele. Una pace separata che, dal punto di vista palestinese, fu un tradimento — ma che per l’Egitto fu un calcolo tanto spietato quanto razionale.
Gli arabi di Israele e la questione irrisolta della cittadinanza
C’è una storia nella storia che viene sistematicamente trascurata: quella dei circa 160.000 arabi che rimasero nel territorio israeliano dopo il 1948 e divennero cittadini dello Stato ebraico. Oggi sono oltre due milioni, circa il 20% della popolazione israeliana, e la loro condizione è un paradosso vivente. Hanno diritto di voto, siedono in parlamento, esercitano professioni liberali, insegnano nelle università. Ma vivono in uno Stato che si definisce ebraico per legge fondamentale — la Legge Fondamentale del 2018 ha trasformato in norma costituzionale ciò che era già prassi — e che riserva loro, di fatto, un sistema di cittadinanza di serie B: meno fondi per i comuni arabi, esclusione de facto da settori chiave come la difesa, terra confiscata e mai restituita, eppure vivono in una condizione economica e sociale – va detto – enormemente migliore degli arabi degli Stati vicini.
Il sociologo israeliano Shmuel Eisenstadt ha descritto Israele come società di «modernità multipla»: la realtà degli arabi israeliani è forse la dimostrazione più concreta e dolorosa di queste molteplici identità irrisolte. Non sono palestinesi dell’Autorità Nazionale, non sono pienamente cittadini di Israele, sono qualcosa di difficilmente classificabile, una presenza scomoda per tutti: per Israele, che non sa bene come integrarli senza contraddire la propria identità etnica e per i palestinesi dei Territori che li guardano con un misto di invidia e diffidenza.
La nascita dell’OLP e la stagione del terrorismo
L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nasce nel 1964, tre anni prima della Guerra dei Sei Giorni, con un atto fondativo che è già sintomatico delle contraddizioni del movimento: viene creata dalla Lega Araba, a Il Cairo, come strumento dei governi arabi più che come autentica espressione del nazionalismo palestinese. È la fazione Fatah di Yasser Arafat — fondata a fine anni Cinquanta da un gruppo di studenti palestinesi in Kuwait e in Egitto — che darà all’OLP la sua vera spina dorsale politica, prendendo progressivamente il controllo dell’organizzazione dopo il 1967. L’OLP è una organizzazione «ombrello», una sigla che racchiude diverse formazioni politiche palestinesi delle quali Fatah è la più importante. Il nazionalismo arabo, il laicismo, il socialismo sono le ideologie dominanti; nel 1988 la svolta politica con l’accettazione della formula «due popoli due Stati» e il riconoscimento dell’esistenza di Israele, diventando la forza politica che dominerà l’Autorità nazionale palestinese in Cisgiordania ma lasciando Gaza – dopo le elezioni del 2006 e uno scontro cruento con gli islamisti di Hamas. Sostenuta dai Paesi arabi (anche se con diversi momenti di crisi), l’organizzazione guidata da Arafat ottenne l’appoggio del blocco sovietico, si erge a interlocutore dei movimenti anti colonialisti, ma godeva di buoni rapporti con la sinistra occidentale, specie nel mondo socialista (il PSI di Craxi contribuì per anni al finanziamento dell’OLP più del PCI di Berlinguer).
Arafat è una figura che richiede di essere guardata con occhi liberi sia dall’ammirazione acritica che dall’ostilità pregiudiziale. Era un politico di rara capacità di sopravvivenza — guidò il movimento palestinese per trent’anni attraverso sconfitte militari, espulsioni (dalla Giordania nel 1970, dal Libano nel 1982), attentati e tradimenti, mantenendo sempre una sorta di legittimità simbolica che nessun rivale riuscì mai a scalfire davvero. Era anche un leader con una propensione alla retorica che superava di molto la capacità di costruire istituzioni. Il suo dominio sull’OLP fu spesso più verticistico che democratico, e la corruzione che avvolse l’Autorità Nazionale Palestinese a partire dagli anni Novanta ha radici nei metodi di governo che Arafat aveva sempre praticato, ma probabilmente l’errore più grave – tipico dei leader carismatici – è non essere riuscito a costruire una classe dirigente più giovane che gli succedesse e fosse capace di gestire l’ANP e di darle un futuro.
La stagione del terrorismo palestinese — Settembre Nero, le Olimpiadi di Monaco del 1972, i dirottamenti aerei, gli attentati in Europa — va probabilmente letta come l’espressione della disperazione di un movimento che non riusciva a colpire Israele militarmente e cercava di internazionalizzare la propria causa con la violenza spettacolare. Fu il tentativo di dare un’immagine di forza, di presentarsi al mondo arabo come un soggetto capace di infilarsi negli scontri del mondo della guerra fredda ma si rivelò, senza dubbio, uno degli errori politici più gravi della storia del nazionalismo palestinese: ogni attentato contro civili israeliani o occidentali regalava a Israele l’immagine del baluardo della civiltà contro il terrorismo arabo, e allontanava dalle ragioni dei palestinesi l’opinione pubblica internazionale. Il filosofo francese Raymond Aron scrisse che il terrorismo è l’arma dei deboli contro i forti — ma aggiunse che non è detto che sia anche l’arma degli intelligenti.
Dopo la Guerra dei Sei Giorni, le basi dell’OLP in Giordania diventano uno Stato nello Stato. Nel settembre 1970 — Settembre Nero, appunto — re Hussein lancia una brutale operazione militare contro i fedayn (combattenti) palestinesi, causando migliaia di morti e costringendo l’OLP a trasferirsi in Libano. È una sconfitta politica e militare che Arafat non aveva previsto: aveva sopravvalutato la sua forza in Giordania e aveva dato fastidio a un regime che poteva permettersi di reagire con durezza. In Libano la storia si ripete in modo ancora più catastrofico: l’OLP si inserisce nelle fratture della guerra civile libanese, si fa nemici potenti, e nel 1982 subisce l’invasione israeliana — operazione «Pace in Galilea», uno di quei nomi militari che sembrano scelti apposta per la loro macabra ironia — che la espelle dal paese. In Libano si consuma una delle pagine più tragiche delle tante della storia palestinese: tra il 16 e il 18 settembre 1982 a Beirut, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, le forze dell’esercito del Libano del Sud e della milizia paramilitare cristiana delle Falangi Libanesi massacrano oltre 2000 civili in gran parte sciiti libanesi e profughi palestinesi. Arafat e i suoi lasceranno Beirut e finiranno a Tunisi, fisicamente lontanissimi dalla Palestina.
La prima Intifada
Il dicembre 1987 segna l’inizio della Prima Intifada — la «rivolta delle pietre», come fu immediatamente battezzata. Non nasce da una decisione dell’OLP di Tunisi: nasce dai campi profughi, da una rabbia popolare spontanea che coglie di sorpresa sia Israele che la stessa dirigenza palestinese. Le immagini di adolescenti palestinesi che lanciano pietre contro i carri armati israeliani, i giovani picchiati con violenza dai soldati di Gerusalemme, hanno un impatto sull’opinione pubblica internazionale che vent’anni di comunicati dell’OLP non avevano mai raggiunto. È la dimostrazione — che Arafat comprese e seppe cavalcare — che la causa palestinese aveva bisogno di un volto umano, non di dichiarazioni teoriche sull’imperialismo sionista, tantomeno del terrorismo internazionale.
L’Intifada produce anche un effetto collaterale che avrà conseguenze enormi: accelera la crescita di Hamas, il Movimento di Resistenza Islamica fondato nel 1987 dallo sceicco Ahmad Yassin come costola palestinese dei Fratelli Musulmani egiziani. Hamas nasce proprio a Gaza, in quel brodo di coltura di povertà, umiliazione e vuoto politico che la Prima Intifada mette in evidenza. Il motto è quello degli islamisti nel mondo arabo: «il socialismo e il capitalismo hanno fallito, la risposta è nell’Islam». Per qualche anno, Israele guarda a Hamas con un certo favore tattico — un contrappeso all’OLP laica — prima di rendersi conto, tardi, dell’errore. Come direbbe Hannah Arendt studiando le dinamiche del potere: la forza che pensi di strumentalizzare spesso finisce per strumentalizzare te.
Oslo: la speranza perduta
Gli accordi di Oslo del 1993 sono, nella storia della questione palestinese, il momento in cui la speranza sembrò davvero a portata di mano. Dopo negoziati segreti condotti in Norvegia, Arafat e Rabin si stringono la mano sul prato della Casa Bianca il 13 settembre 1993, sotto lo sguardo sorridente di Bill Clinton. Fu un momento di commozione autentica per molti. Non per tutti.
Il problema con gli accordi di Oslo era strutturale, non accidentale. Gli accordi riconoscevano reciprocamente l’OLP e Israele, istituivano l’Autorità Nazionale Palestinese come governo provvisorio nei Territori occupati, e rimandavano le questioni più difficili — confini definitivi, Gerusalemme, i rifugiati, gli insediamenti — ai negoziati dello «status finale» da tenersi entro cinque anni. Quei cinque anni non bastarono, e le questioni «difficili» si rivelarono impossibili. Dennis Ross, il principale negoziatore americano, ha scritto nel suo The Missing Peaceuna versione degli eventi che scarica quasi tutta la responsabilità del fallimento su Arafat, che avrebbe rifiutato un’offerta generosa a Camp David nel 2000, impuntandosi sul rientro dei profughi palestinesi in un numero insostenibile per Gerusalemme. È una lettura che però ha dei limiti: l’offerta di Israele, per quanto più avanzata delle precedenti, non prevedeva una piena sovranità palestinese su Gerusalemme Est né un ritiro completo dai Territori. Robert Malley, anch’egli nel team negoziale americano, ha raccontato una versione assai più critica nei confronti di tutte le parti, inclusa Washington. Ma anche ammettendo che Arafat abbia mancato un’occasione a Camp David — e probabilmente qualcosa di vero c’è — ciò non esime dall’osservare che durante l’intera era di Oslo il numero di coloni israeliani in Cisgiordania raddoppiò, e una pace che cresce mentre si costruiscono insediamenti in territori che Israele avrebbe dovuto lasciare del tutto è, con ogni evidenza, una pace che nasce già con poche prospettive.
L’omicidio di Rabin e l’avvento di Netanyahu
Il 4 novembre 1995, Yigal Amir spara a Yitzhak Rabin in una piazza di Tel Aviv, dopo un comizio per la pace. È uno di quei momenti in cui la storia svolta in modo visibile e irreversibile. Rabin era un militare della vecchia guardia diventato convinto che il negoziato fosse l’unica via. Il suo assassino era un giovane di destra religiosa convinto che cedere la Terra di Israele ai palestinesi fosse un crimine contro Dio. Le elezioni del 1996 portano al potere Benjamin Netanyahu per la prima volta. Netanyahu è convinto che non c’è nessuna possibilità di accordo con i palestinesi e la sua strategia di fondo, nell’arco di tutti i suoi mandati, è sempre stata quella di gestire il conflitto senza risolverlo: abbastanza sicurezza per non cedere ai falchi, abbastanza diplomazia per non perdere gli alleati occidentali, nessun compromesso reale sui Territori. Nella sua autobiografia politica implicita si legge un’ossessione: impedire la nascita di uno Stato palestinese, qualunque cosa dicano i comunicati ufficiali.
Hamas, la Seconda Intifada e la trappola dell’islamismo
La Seconda Intifada scoppia nel settembre 2000, dopo la visita di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee — una provocazione calcolata, inutile persino dal punto di vista israeliano, che Sharon fece perché poteva farlo. La risposta palestinese fu violentissima: attentati suicidi nei mercati, negli autobus, nelle pizzerie di Tel Aviv. Se la Prima Intifada mosse il consenso dell’opinione pubblica internazionale, questa sprofonda i palestinesi a venire identificati con il terrorismo di matrice islamista. Israele rispose con operazioni militari su vasta scala in Cisgiordania, rioccupando le principali città, costruendo il muro di separazione che divide tuttora la Cisgiordania dal territorio israeliano. La Seconda Intifada fu, per la causa palestinese, una catastrofe: distrusse l’economia dei Territori, decimò la leadership moderata, screditò l’OLP, e consegnò Hamas — che aveva rivendicato gli attentati suicidi — un enorme capitale politico. Lo stesso ritiro degli israeliani da Gaza, voluto dal governo di destra di Ariel Sharon con tanto di demolizione delle case dei coloni (a dimostrazione che quando si vuole lo si può fare) diventa un regalo avvelenato per i palestinesi, incapaci di costruire un’entità statuale solida ed efficiente.
La morte di Arafat, nel novembre 2004, chiuse simbolicamente un’epoca. Con lui spariva il leader che, con tutti i suoi difetti, aveva tenuto insieme l’identità nazionale palestinese per trent’anni. Gli succedette Mahmoud Abbas — Abu Mazen — un uomo di temperamento negoziatore, convinto della soluzione dei due Stati, ma privo del carisma e dell’autorità popolare di Arafat. La sua debolezza politica sarebbe diventata sempre più evidente, prima di tutto ai palestinesi stessi.
Le elezioni del 2006 e lo scisma
Le elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006 sono uno di quegli eventi che dimostrano come per costruire una democrazia le elezioni libere sono importanti ma non bastano. Hamas le vinse con circa il 44% dei voti contro il 41% di Fatah — in elezioni che gli osservatori internazionali giudicarono libere e regolari. La risposta occidentale fu un capolavoro di ipocrisia: Washington e l’Unione Europea, che avevano insistito per anni sulla necessità di democratizzare il mondo arabo, si rifiutarono di riconoscere il risultato elettorale e le sanzioni internazionali all’Autorità Palestinese controllata da Hamas strangolarono economicamente Gaza. Nel giugno 2007, dopo uno scontro armato brutale, Hamas prese il controllo militare di Gaza espellendo le forze di Fatah. Da quel momento, la Palestina è di fatto divisa: la Cisgiordania governata dall’Autorità Nazionale di Abbas, Gaza governata da Hamas. La divisione non è solo geografica — è ideologica, generazionale, identitaria. Fatah rappresenta il nazionalismo laico della generazione di Arafat, con tutti i suoi vizi clientelari e la sua corruzione endemica ma con un’idea di Palestina unitaria, di un Paese per i musulmani ma anche per i cristiani e per i laici. Hamas rappresenta l’islamismo politico, con la sua efficienza organizzativa, il suo welfare di quartiere, la sua brutalità e intransigenza ideologica: la Palestina per Hamas è una terra solo per i musulmani, dove deve governare la Sharia e il cui obiettivo è la distruzione di Israele. Tra i due c’è un’ostilità profonda, esistenziale che, nonostante vari accordi di facciata firmati nel corso degli anni, non si è mai ricomposta.
Le relazioni regionali: la frattura con l’Egitto e la Giordania, il Golfo, l’Iran
La pace egiziana e giordana con Israele — Camp David nel 1978, accordo di Wadi Araba nel 1994 — ha cambiato strutturalmente la posizione dei palestinesi nel sistema regionale. Non è che prima i regimi arabi si preoccupassero davvero del popolo palestinese: usavano la causa palestinese come carta politica interna e internazionale, ma raramente sacrificavano interessi strategici concreti per difenderla. La pace separata dei due paesi più importanti e militarmente significativi ha però privato i palestinesi dell’unica leva che avevano: la minaccia di una guerra araba coalizzata contro Israele. Da quel momento, la loro sopravvivenza dipende quasi interamente dalla diplomazia internazionale e dalla propria capacità politica — che si è rivelata sistematicamente insufficiente.
I Paesi del Golfo hanno un rapporto ambivalente con la causa palestinese. Tradizionalmente, hanno contribuito finanziariamente all’OLP e all’Autorità Nazionale, bilanciando il sostegno con interessi strategici propri che poco hanno a che fare con Gerusalemme. Gli accordi di Abramo del 2020 — la normalizzazione di Emirati, Bahrein e Marocco con Israele, negoziata dall’amministrazione Trump — hanno reso esplicito ciò che era già implicito: per Riad, Abu Dhabi e le altre capitali del Golfo, il contenimento dell’Iran è più importante della causa palestinese. I palestinesi sono stati, in sostanza, venduti.
L’Iran ha riempito il vuoto. Teheran finanzia Hamas, finanzia la Jihad Islamica, sostiene Hezbollah in Libano. Non per solidarietà con i palestinesi — gli iraniani sono persiani sciiti, i palestinesi sono arabi sunniti, e i rapporti tra le due comunità non sono storicamente idilliaci — ma perché la causa palestinese è il vettore più efficace attraverso cui l’Iran può proiettare influenza nel mondo arabo e presentarsi come alternativa all’ordine americano. È un matrimonio di convenienza nel quale i palestinesi ricevono armi e denaro in cambio di dipendenza strategica da un attore esterno con agende proprie. Il risultato pratico di questa dipendenza dall’Iran si è visto chiaramente il 7 ottobre 2023.
L’Europa, gli USA e l’inutilità del sostegno verbale
C’è uno schema che si ripete con una regolarità quasi comica nella politica occidentale verso i palestinesi: dichiarazioni di sostegno alla soluzione dei due Stati, condanne degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, fondi all’UNRWA e all’Autorità Nazionale, e poi, nel momento in cui si tratta di esercitare pressione reale su Israele, un ritiro che rasenta la sparizione. L’Unione Europea è il donatore più generoso per i palestinesi — miliardi di euro nel corso dei decenni — e simultaneamente il partner commerciale e diplomatico più fedele di Israele tra i paesi non anglofoni.
Gli Stati Uniti hanno mantenuto, sotto tutti i presidenti, la posizione ufficiale di sostegno alla soluzione dei due Stati, fino a Trump che ha fatto di tutto per renderla impossibile riconoscendo Gerusalemme come capitale israeliana, spostando l’ambasciata, appoggiando l’espansione degli insediamenti, e riducendo la questione di Gaza a un luogo dove costruire resort e campi da golf di lusso. Biden, dopo il 7 ottobre 2023, ha sostenuto militarmente e diplomaticamente Israele nell’operazione a Gaza, anche se in seguito ha manifestato insofferenza verso il protrarsi oltre ogni limite delle operazioni militari israeliane, ha mantenuto il veto americano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU su ogni risoluzione che chiedesse il cessate il fuoco.
Le opinioni pubbliche, nel frattempo, si sono mosse. I sondaggi in Europa e negli Stati Uniti mostrano, particolarmente tra i giovani, un livello di solidarietà con i palestinesi e di critica a Israele che non aveva precedenti negli ultimi trent’anni. I movimenti universitari del 2024 hanno sorpreso per la loro intensità. Ma tra il sostegno delle opinioni pubbliche e la politica estera concreta dei governi occidentali c’è un abisso che la leadership palestinese non ha mai saputo colmare — e qui la responsabilità è almeno in parte palestinese: la diplomazia pubblica, la costruzione di coalizioni politiche nei paesi donatori, la capacità di trasformare la simpatia diffusa in pressione istituzionale sono state, storicamente, punti deboli del movimento, se si aggiungono le pratiche terroristiche di Hamas, non stupisce che il sostegno dell’opinione pubblica occidentale non sia né stabile né efficace.
Il 7 ottobre 2023 e la spirale finale
Il 7 ottobre 2023 è una data che divide il tempo in prima e dopo, come poche nella storia recente del conflitto. L’attacco di Hamas — circa 1.200 morti israeliani, in grandissima parte civili, più di 250 ostaggi — è stato il più grave massacro di ebrei dalla Shoah. La risposta israeliana a Gaza ha causato, nei mesi successivi, un numero di morti stimato in decine di migliaia, con una grandissima percentuale di civili e bambini. L’infrastruttura di Gaza è stata distrutta sistematicamente: ospedali, scuole, edifici residenziali, sistemi idrici.
Chi ha voluto il 7 ottobre — e perché — è una domanda che rimane in parte aperta. Yahya Sinwar, il leader di Hamas a Gaza eliminato dall’esercito israeliano nell’ottobre 2024, era un uomo che aveva passato anni in prigioni israeliane a costruire, apparentemente, una strategia di lungo periodo. Alcuni analisti hanno suggerito che Sinwar sapesse esattamente quale sarebbe stata la risposta israeliana, e la volesse: una risposta così sproporzionata da internazionalizzare definitivamente il conflitto, da scuotere i Paesi arabi, da rendere impossibile la normalizzazione israelo-saudita che si stava negoziando. Se era questo il calcolo, il costo che ne ha pagato la popolazione di Gaza è semplicemente incommensurabile, oltre a rivelarsi fallimentare per qualsiasi prospettiva di nascita di uno Stato palestinese.
Netanyahu, dal canto suo, ha avuto nella guerra un vantaggio politico personale difficile da ignorare: le inchieste giudiziarie che lo riguardano si sono temporaneamente sospese nell’emergenza, la coalizione di governo si è consolidata attorno ai ministri dell’estrema destra religiosa, e l’obiettivo dichiarato — la «distruzione di Hamas» — è sufficientemente vago da non poter mai essere considerato raggiunto o fallito. È la guerra infinita come strumento di sopravvivenza politica, uno schema che Netanyahu ha affinato con una maestria.
La Cisgiordania, i coloni e il piano di un’altra espulsione
Mentre Gaza bruciava, in Cisgiordania si consolidava un processo che procede da decenni con meno clamori ma con conseguenze forse ancora più permanenti: l’espansione degli insediamenti israeliani. Oggi i coloni in Cisgiordania sono circa 700.000 — una cifra che rende strutturalmente impossibile, da un punto di vista puramente geografico, la nascita di uno Stato palestinese territorialmente contiguo e vitale. I ministri dell’estrema destra del governo Netanyahu — Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, due figure che qualche anno fa sarebbero stati considerati marginali anche nell’estrema destra israeliana — hanno apertamente parlato di «incoraggiare» l’emigrazione dei palestinesi, di annettere la Cisgiordania, di soluzioni che suonano in modo inequivocabilmente pulizia etnica per chiunque voglia usare le parole con la loro precisione.
L’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen — il presidente che dovrebbe guidare la soluzione dei due Stati che tutti dicono di volere — controlla sempre meno territorio reale in Cisgiordania, ha una legittimità popolare in caduta libera (non indice elezioni dal 2006), è invisa a molti giovani cisgiordani che la vedono come un meccanismo di sicurezza funzionale a Israele più che come governo nazionale. La nuova generazione palestinese, quella cresciuta durante la Seconda Intifada e dopo, è più radicale, più disperata e ha meno fiducia nei negoziati di qualunque generazione precedente. Non è difficile capirne il perché.
Gli errori della classe dirigente palestinese: un bilancio necessario
La causa palestinese ha sofferto, nel corso di settant’anni, di una classe dirigente che ha commesso errori storici di proporzioni notevoli — e che ha avuto la pessima abitudine di non riconoscerli mai, preferendo il registro del martirio a quello dell’autocritica.
Il rifiuto del Piano di partizione del 1947 è il primo, e per certi versi il più comprensibile. Ma è seguito da una serie di scelte tattiche e strategiche sbagliate che si accumulano fino a diventare una patologia. Il terrorismo internazionale degli anni Settanta alienò simpatie preziose senza ottenere risultati politici. La scelta di Arafat di sostenere Saddam Hussein durante la Guerra del Golfo del 1991 fu una catastrofe diplomatica e finanziaria: i Paesi del Golfo tagliarono i finanziamenti all’OLP, e decine di migliaia di lavoratori palestinesi furono espulsi dal Kuwait. Il rifiuto — ammesso che sia avvenuto nei termini in cui viene raccontato dalla versione israeliana — di un accordo a Camp David nel 2000 senza proporre un’alternativa concreta. La divisione tra Fatah e Hamas, che ha paralizzato la rappresentanza palestinese per quasi vent’anni.
Ma l’errore più profondo, quello che attraversa tutte le leadership palestinesi, è stato l’incapacità di costruire istituzioni credibili. Uno Stato, prima ancora di essere un territorio, è un sistema di leggi, burocrazie funzionanti, giustizia, economia. L’Autorità Nazionale Palestinese ha avuto, dal 1994, risorse, personale, riconoscimento internazionale. Ha prodotto corruzione, nepotismo e una classe politica che ha usato il discorso nazionale come rendita di posizione. Hamas, dal canto suo, ha mostrato capacità organizzative superiori nella gestione del welfare e dei servizi a Gaza, ma le ha messe al servizio di un progetto ideologico — l’islamismo intransigente, il rifiuto di riconoscere Israele, il primato della resistenza armata su qualunque altra considerazione, la repressione brutale di ogni dissenso — che ha sistematicamente bloccato ogni possibilità negoziale, oltre che arrecare danni agli stessi gazawi.
L’islamismo come trappola
Il conflitto tra la tradizione laica del nazionalismo palestinese — quella di George Habash, di Nayef Hawatmeh, di Arafat e della stessa Fatah — e l’islamismo politico è uno dei capitoli più dolorosi e meno discussi di questa storia. Non si tratta di una questione religiosa in senso stretto: si tratta di due concezioni diverse del soggetto politico palestinese. Il nazionalismo laico costruiva l’identità palestinese attorno alla terra, alla storia, al popolo come comunità plurale che include cristiani e musulmani. L’islamismo di Hamas costruisce l’identità attorno alla religione e, implicitamente, esclude chi non la condivide.
L’ascesa di Hamas è stata favorita dai fallimenti della leadership laica: la corruzione di Fatah, il fallimento di Oslo, la disperazione di Gaza hanno creato il terreno su cui l’islamismo è cresciuto. Ma Hamas, a sua volta, ha usato Gaza come laboratorio di un progetto che non aveva nulla del pragmatismo necessario a costruire uno Stato. Dov’è finita, nel progetto politico di Hamas, la questione della governance, della pluralità, dei diritti delle donne, della libertà di stampa? Tutto può aspettare finché non si è liberata la terra. Anzi, forse è meglio essere più chiari: alcune libertà irrinunciabili anche per chi sostiene la causa palestinese per Hamas sono sciocchezze inutili e da combattere nella costruzione di uno Stato islamista.
Oliver Roy, uno studioso dell’islamismo politico, ha scritto ne Il fallimento dell’Islam politico che i movimenti islamisti vincono le elezioni ma perdono il potere perché la gestione concreta di uno Stato produce contraddizioni insanabili con il loro schema ideologico. Hamas a Gaza non ha fatto eccezione: ha governato con efficienza sui servizi di base, ma ha trascinato la popolazione di Gaza in una guerra catastrofica in nome di un progetto messianico che la maggioranza dei gazawi probabilmente non condivideva.
Un futuro sempre più buio
Dove finisce questa storia? Non si sa, ovviamente — la storia non finisce, si trasforma, anche quando sembra definitivamente inceppata. Ma le prospettive immediate sono, a essere onesti, quasi prive di luce.
Gaza è stata demolita in modo sistematico: sono spariti ospedali, università, archivi, mercati, quartieri residenziali interi. La ricostruzione — ammesso che avvenga e ammesso che la si voglia — richiederà decenni e risorse che nessuno ha ancora deciso di stanziare davvero e il Board of Peace messo insieme da Trump pare più un’accolita di clientes preoccupati di compiacere l’imperatore svitato. La popolazione palestinese di Gaza — circa 2,3 milioni di persone — ha subìto uno sfollamento di massa che non ha precedenti nell’era contemporanea dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono piani — mai formalmente adottati ma mai formalmente esclusi — di trasferimento verso Egitto o altri paesi arabi: piani che Egitto e Giordania rifiutano con veemenza. In Cisgiordania, i coloni avanzano, le violenze aumentano, l’Autorità Nazionale arranca. La soluzione dei due Stati — formalmente sostenuta da quasi tutti i governi del mondo — è diventata un’ipotesi geograficamente quasi impossibile da realizzare, salvo uno smantellamento degli insediamenti che nessun governo israeliano ha oggi l’intenzione politica di attuare. La soluzione di uno Stato unico, democratico e laico per ebrei e arabi, è un’idea nobile ma praticamente irrealizzabile nel breve e medio periodo, dato il livello di odio reciproco accumulato e la struttura demografica attuale.
L’opinione pubblica internazionale ha scoperto, con il 7 ottobre e la risposta israeliana a Gaza, una solidarietà con i palestinesi che non aveva avuto per decenni. Ma il sostegno delle piazze non si traduce automaticamente in politica estera, e la leadership palestinese — divisa, delegittimata, corrotta nel caso di Fatah, ideologicamente rigida e folle nel caso di Hamas — non ha gli strumenti per capitalizzare questo momento.
Esiste una parola araba che i palestinesi usano accanto a nakba, è sumud, che significa resistenza nel senso del restare, del radicamento, della resilienza quotidiana. Non è la parola di chi vince — è la parola di chi sopravvive. Gli ebrei israeliani hanno la loro: amidah, la capacità di restare in piedi, di resistere, radicata in una storia di persecuzioni millenarie. Due popoli che praticano la stessa resilienza, ciascuno convinto che l’altro prima o poi cederà. Dopo settant’anni, nessuno ha ceduto. Il popolo palestinese è ancora lì, quello israeliano pure.
Una cosa è inequivocabile: dopo più di settant’anni di guerra quasi permanente i palestinesi non hanno uno Stato e gli israeliani continuano a vivere insicuri. Quel principio per il quale entrambi i popoli dovrebbero avere uno Stato e vivere in sicurezza è irrealizzabile se entrambi pensano di poter annichilire l’altro. Se palestinesi e israeliani non accetteranno la convivenza – in qualsiasi formula – come loro destino, e continueranno a dare credito a classi dirigenti che perpetuano una guerra infinita solo per restare al potere, si condanneranno a un futuro di lutti e sofferenze interminabili e in questo momento della storia pare proprio che abbiano scelto questo destino.