Di Stefano Pizzin.
È il 4 novembre del 1995, Tel Aviv, Yitzhak Rabin, il primo ministro che era arrivato alla pace con i palestinesi, viene assassinato da Yigal Amir — un giovane religioso nazionalista che aveva deciso che il premier tradiva la patria. Nelle settimane precedenti, Benjamin Netanyahu aveva partecipato a raduni in cui Rabin veniva ritratto in uniforme nazista, dove si urlava «morte al traditore». Netanyahu non sparò. Ma aveva creato il clima in cui maturò quell’atto, agendo con la freddezza di chi sa esattamente cosa sta facendo e finge di non saperlo.
Questo è Benjamin Netanyahu, un politico di rara abilità tattica che ha costruito la sua carriera su una sola certezza che ha portato sempre fino in fondo: la paura, se gestita con cura, è il combustibile più affidabile per tenere il potere, e il nemico — reale o costruito — è il miglior collante per tenere insieme un quadro frammentato e complesso come quello di Israele; ma soprattutto, è un giocatore spregiudicato che ha messo sopra ogni cosa la sua sopravvivenza politica, anche sopra la storia, la proiezione nel mondo e l’anima del suo stesso Paese.
Il Likud e il controllo del partito
Netanyahu non è nato nel Likud: ci è arrivato dalla carriera diplomatica, dall’ambasciata a Washington, e da una televisione americana che aveva imparato a usare come nessun israeliano prima di lui. Figlio di un intellettuale nazionalista — suo padre Benzion era uno storico convinto che l’antisemitismo fosse una costante irriducibile della civiltà occidentale, e forse questo spiega qualcosa — Bibi aveva capito prima degli altri che la politica moderna si vince sui media, non nelle assemblee di partito.
Il controllo del Likud è stato una conquista graduale, e non sempre lineare. Netanyahu ha perso la leadership, l’ha riconquistata, ha visto il partito vincere e perdere elezioni ma è sopravvissuto a tutto questo perché ha capito una cosa che i suoi avversari interni hanno sottovalutato: in un partito di destra nazionalista, l’estremismo è una risorsa, non una minaccia, purché tu sappia come incanalarlo. Ha lasciato che la base si radicalizzasse, e poi si è presentato come l’unico in grado di tenere insieme tutte le fazioni della destra israeliana.
Il risultato è che oggi il Likud è essenzialmente Netanyahu, e Netanyahu è il Likud. I quadri intermedi che avrebbero potuto sfidarlo o non ci sono più o sono stati cooptati. Coloro che hanno provato a fare carriera autonoma — Gideon Sa’ar, Naftali Bennett — hanno lasciato il partito o sono stati marginalizzati. Il partito come macchina di selezione della classe dirigente è morto: è rimasto come brand e strumento del capo.
L’alleanza con l’estrema destra religiosa e nazionalista
Se volete capire la svolta più importante della politica israeliana degli ultimi vent’anni, non guardate solo a Netanyahu. Guardate Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, i due leader dell’estrema destra nazionalista-religiosa che siedono oggi nel suo governo. Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, aveva in casa un ritratto di Baruch Goldstein — l’uomo che nel 1994 massacrò 29 palestinesi in preghiera alla moschea di Hebron; lo stesso Ben-Gvir, l’uomo che amava girare armato, non ha fatto il militare, respinto dall’esercito che lo riteneva una pericolosa testa calda. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con poteri sulle politiche in Cisgiordania, ha dichiarato che Israele dovrebbe «espellere» i palestinesi. Questi non sono comprimari: sono i garanti della sopravvivenza parlamentare di Netanyahu.
L’alleanza con il blocco religioso-nazionalista è stata costruita nel tempo, pezzo per pezzo, con una logica di mutuo soccorso che ha finito per stravolgere le priorità dello Stato. I partiti ultra-ortodossi — Shas e Torah ebraica unita — hanno ottenuto esenzioni dal servizio militare per gli ortodossi (una ferita aperta nella società israeliana che la Corte suprema ha recentemente rimesso al centro del dibattito politico), finanziamenti statali alle scuole religiose, controllo sui registri di stato civile. I nazionalisti religiosi hanno avuto carta bianca in Cisgiordania: nuove colonie, espansioni, impunità de facto per i coloni violenti.
Netanyahu sa benissimo che questi alleati sono ideologicamente oltre quello che lui stesso, figlio di un nazionalismo laico e pragmatico, avrebbe scelto in condizioni normali, ma le sue condizioni non sono normali da anni: è sotto processo per corruzione, frode e abuso di potere in tre procedimenti distinti, e la sua sopravvivenza politica dipende dal restare alla guida del governo. Un leader condannato che non governa è un privato cittadino in attesa di sentenza, un leader condannato che governa può riformare il sistema giudiziario, nominare giudici e prolungare i suoi processi all’infinito.
La debolezza degli avversari e lo spostamento a destra del Paese
Sarebbe troppo comodo attribuire l’egemonia di Netanyahu solo alla sua astuzia tattica. C’è una storia demografica e culturale dietro, che molti analisti occidentali faticano a vedere. L’arrivo massiccio di immigrati dall’ex Unione Sovietica negli anni Novanta — circa un milione di persone tra il 1990 e il 2000 — ha introdotto nell’elettorato israeliano un blocco elettorale che non aveva nessuna simpatia per il compromesso con i palestinesi, portava con sé un’esperienza di Stato forte e autoritario, e cercava in Israele una patria da difendere e non un progetto da costruire.
Questa componente, unita alla crescita demografica del mondo sefardita e mizrahi (gli ebrei provenienti dal Medioriente) — tradizionalmente più conservatore, meno legato alla cultura laica e socialista dei fondatori del Paese, ha spostato il baricentro dell’elettorato israeliano in modo strutturale. Netanyahu ha capito il cambiamento del Paese prima degli altri e lo ha cavalcato. I suoi avversari — Lapid, Gantz, tutti leader che si sono impegnati nei vari tentativi di ricostruzione del centro-sinistra — continuano a fare campagna elettorale come se l’elettorato di riferimento fosse ancora quello di quarant’anni fa.
L’opposizione israeliana soffre inoltre di un vizio strutturale: è guidata da personalità che si propongono come alternative personali a Netanyahu più che come portatori di un progetto politico alternativo. Benny Gantz è un ex capo di stato maggiore che ha pensato di poter vincere per inerzia. Yair Lapid è un ex presentatore televisivo con un partito centrista che non sa bene cosa vuole. Yoav Gallant è stato licenziato da Netanyahu nel mezzo della guerra. Il risultato è che ogni volta che l’opposizione sembra finalmente pronta a sfidarlo, Netanyahu trova un modo — spesso un’escalation militare — per ricordare agli elettori perché, in fondo, è sempre meglio tenersi lui.
Come si demolisce un processo di pace
Il capitolo più oscuro della storia politica di Netanyahu è quello che precede e segue immediatamente l’assassinio di Yitzhak Rabin nel novembre 1995. Non perché Netanyahu sia responsabile dell’omicidio — non lo è, nel senso stretto e giuridico del termine — ma perché la campagna di delegittimazione di Rabin condotta dal Likud in quegli anni ha creato il clima in cui Amir ha potuto agire convinto di fare una cosa giusta e necessaria.
Netanyahu si era opposto agli Accordi di Oslo del 1993 con una radicalità che andava ben oltre la normale dialettica politica. Non contestava solo i dettagli negoziali: contestava la legittimità stessa del processo, dipingeva Rabin come uno che svendeva la sicurezza di Israele per un riconoscimento internazionale effimero, evocava scenari catastrofici in cui lo Stato ebraico sarebbe stato inghiottito da una marea araba ostile. Era retorica. Era politica. Era anche, come si è visto, qualcosa di più.
Dopo Oslo, dopo Rabin, Netanyahu ha costruito una narrazione alternativa che ha finito per diventare il senso comune dominante in Israele: non esiste un interlocutore palestinese credibile, ogni concessione viene letta come debolezza e incoraggia la violenza, la sicurezza è l’unico parametro rilevante e la pace un miraggio per ingenui. Questa narrazione non è interamente falsa — le difficoltà del processo di pace erano reali, l’Autorità palestinese ha fatto errori enormi, il terrorismo di Hamas ha fornito a Netanyahu argomenti potenti — ma è una narrativa senza speranza, quella della guerra permanente. La stessa narrativa di Hamas nel campo palestinese.
Gaza, la Cisgiordania, i coloni
Per capire la strategia di Netanyahu verso i palestinesi bisogna partire da una premessa che lui stesso non ha mai esplicitato pubblicamente in modo diretto ma che traspare da trent’anni di scelte concrete: l’obiettivo non è risolvere il conflitto, ma gestirlo o, meglio, usarlo. Una soluzione — qualsiasi soluzione — richiederebbe di prendere posizioni definitive su confini, Gerusalemme, rifugiati, che sono politicamente impossibili da sostenere nella coalizione che Netanyahu ha costruito. L’indefinitezza permanente, la provvisorietà continua, al contrario, permettono di mantenere la Cisgiordania in uno stato di occupazione de facto senza mai formalizzarla in annessione e di tenere Gaza in uno stato di blocco che punisce la popolazione civile senza eliminare Hamas.
I coloni — oggi circa 700.000 in Cisgiordania, distribuiti in oltre 130 insediamenti ufficiali e decine di avamposti non autorizzati — sono il cuore di questa strategia. Ogni nuovo insediamento è un fatto sul terreno che rende più difficile immaginare una soluzione a due Stati. Ogni avamposto non autorizzato tollerato dal governo è un segnale ai coloni che le regole non si applicano a loro. Smotrich, che controlla buona parte dell’amministrazione civile della Cisgiordania, ha accelerato questo processo in un modo senza precedenti: approvazione di nuove costruzioni, regolarizzazione retroattiva di avamposti illegali, confisca di terre palestinesi.
La violenza dei coloni contro i villaggi palestinesi — incendi di case, distruzione di oliveti, aggressioni fisiche, qualche omicidio — è aumentata drammaticamente dopo il 7 ottobre 2023, in una quasi totale impunità. I soldati presenti sul posto spesso assistono senza intervenire e se intervengono, come è successo recentemente, si trovano attaccati dai coloni stessi. Questo non è caos: è una scelta politica per la quale i coloni sono intoccabili perché sono l’elettorato di riferimento dei partner di coalizione.
Come si gestisce il nemico ideale
C’è un’accusa che viene mossa a Netanyahu con crescente insistenza anche da commentatori israeliani non di sinistra: di aver deliberatamente indebolito l’Autorità Palestinese e rafforzato indirettamente Hamas, perché un’Autorità debole e un Hamas forte rendevano impossibile qualsiasi negoziato serio. La tesi è supportata da un fatto concreto: per anni, il governo israeliano ha consentito — e in parte facilitato — il trasferimento di fondi dal Qatar a Hamas, con il ragionamento che serviva a mantenere una relativa calma a Gaza. Funzionari dell’intelligence israeliana avevano avvertito che Hamas si stava riarmando sistematicamente. Gli avvertimenti sono stati ignorati o sottovalutati.
Il 7 ottobre 2023 ha cambiato tutto — e non ha cambiato niente. L’attacco di Hamas è stato il peggiore contro civili ebrei dalla Shoah: circa 1.200 morti, 250 ostaggi, un atto di una brutalità oscena (con stupri, decapitazioni e torture — meglio ricordarlo davanti a chi fa lo gnorri). La risposta militare israeliana ha devastato Gaza, causando decine di migliaia di morti palestinesi (le stime variano, ma i numeri sono nell’ordine delle decine di migliaia e lo stesso esercito israeliano ha parlato di 70 mila, una proporzione di civili che ha sollevato accuse di crimini di guerra davanti alla Corte Penale Internazionale), distruggendo infrastrutture, ospedali, scuole. Netanyahu ha trasformato questa guerra in una campagna di sopravvivenza politica: finché dura la guerra, non si vota. Finché non si vota, non si è giudicati.
L’obiettivo dichiarato di «distruggere Hamas» è rimasto, dopo oltre due anni di operazioni, solo un desiderio, tanto sul piano militare che su quello politico. Hamas come organizzazione armata è stata degradata significativamente, ma non eliminata. Hamas come ideologia e come risposta politica alla frustrazione palestinese resta viva e, se possibile, più forte di prima. L’Autorità Palestinese guidata dall’ottantanovenne Mahmoud Abbas, corrotta e priva di legittimità popolare, non è assolutamente in grado di governare Gaza dopo la guerra. I palestinesi non sono mai stati deboli come adesso: a Gaza guidati da islamisti fanatici, a Ramallah da una gerontocrazia corrotta, per i governi vicini di Egitto e Giordania sono solo una noiosa perdita di tempo, così come per i petrostati del Golfo, impegnati a ostacolarsi a vicenda. Una marea di debolezze e contraddizioni che il premier israeliano conosce e cavalca senza remore.
Da Clinton a Biden: il rapporto più complicato del mondo
Il rapporto tra Netanyahu e gli Stati Uniti è la più lunga relazione disfunzionale della storia diplomatica recente. Netanyahu parla un inglese perfetto, con accento americano (ha studiato al MIT), conosce la politica americana dall’interno, sa come lavorare il Congresso, sa come parlare agli evangelici (la destra protestante vive nel mito di Israele come terra del Signore), sa come usare la potente lobby filo-israeliana AIPAC, distribuendo sostegni e fondi elettorali a candidati democratici e repubblicani. È più americano di molti americani, e questa è sia la sua forza che il suo problema.
Con Bill Clinton il rapporto era di cortese ostilità: Clinton ha sostenuto Oslo e ha trovato in Netanyahu un interlocutore che sabotava i negoziati pur non potendo rifiutarli apertamente. Con George W. Bush è andata meglio: il clima post-11 settembre aveva creato una convergenza sulla narrativa della guerra al terrore in cui Israele si inseriva comodamente. Con Obama è stato aperto conflitto — Netanyahu ha umiliato pubblicamente Biden nel 2010 annunciando nuove costruzioni in Cisgiordania mentre il vicepresidente americano era in visita in Israele, e ha tenuto un discorso al Congresso nel 2015 contro l’accordo nucleare iraniano, invitato dai repubblicani senza informare la Casa Bianca.
Con Trump il rapporto è stato idilliaco: riconoscimento di Gerusalemme capitale, riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan, accordi di Abramo con alcuni paesi arabi (che però non risolvevano la questione palestinese, si limitavano ad aggirarla). Con Biden — che è stato il presidente americano che ha inviato più aiuti militari a Israele nella storia — il rapporto è stato paradossalmente più teso di quanto sembri: Biden ha appoggiato l’operazione a Gaza, ma ha espresso critiche sempre più esplicite sulle vittime civili, sugli ostacoli agli aiuti umanitari, sull’espansione delle colonie. Netanyahu ha ignorato le critiche di Biden con la stessa sistematicità con cui ha ignorato quelle di Obama. Nel suo secondo mandato Trump ha nominato ambasciatore un fanatico evangelico che ritiene che Israele debba prendersi tutto il Medioriente, e spesso sembra essere «pilotato» dal premier israeliano. I giornalisti raccontano di una battuta dal sen fuggita del Segretario di Stato Marco Rubio che avrebbe detto che gli americani «sono stati trascinati in guerra da Israele».
La rottura con le opinioni pubbliche occidentali: perdere la battaglia della narrazione
C’è stato un momento, difficile da datare con precisione ma reale, in cui l’opinione pubblica occidentale — soprattutto quella giovane, progressista, universitaria — ha smesso di vedere Israele come la democrazia sotto assedio circondata da regimi autoritari ostili, e ha cominciato a vederlo come una potenza occupante che pratica l’apartheid. Questo cambiamento non è avvenuto per caso: è il risultato di decenni dell’espansione delle colonie, di episodi di violenza contro civili palestinesi documentati sui social media, di una gestione di Gaza che ha prodotto immagini insostenibili. Certo, in tema di propaganda arabi e palestinesi sono stati molto abili, Al Jazeera, raccontando in modo parziale le vicende mediorientali ha dato una mano a una certa narrazione anti-israeliana, ma l’impressione è che per Netanyahu e la destra al governo a Gerusalemme il giudizio dell’opinione pubblica occidentale sia del tutto indifferente; il soft-power culturale che Israele era riuscito a costruirsi come eredi delle persecuzioni della storia, con l’epopea dei kibbutz, degli scampati all’Olocausto che costruivano una nazione, il vanto di essere «l’unica democrazia del Medioriente» sono stati polverizzati in nome di una politica fondata esclusivamente sull’uso della forza.
Il 7 ottobre e la risposta militare hanno accelerato questa rottura in modo probabilmente irreversibile. Le immagini di Gaza bombardata, degli ospedali colpiti, dei bambini morti sotto le macerie, sono circolate su TikTok e Instagram con una velocità e una pervasività che nessuna comunicazione istituzionale israeliana poteva, o voleva, controbilanciare.
Eppure Israele resta una democrazia, la gente da mesi scende in piazza contro il governo, la sua riforma giudiziaria, la gestione della crisi degli ostaggi; i media come Haaretz, intellettuali, ex militari, chiedono conto delle politiche dei coloni, sollevano dubbi sulla gestione della tragedia del 7 ottobre; a tutti Netanyahu ha risposto nell’unico modo che conosce: negando la realtà, accusando i critici di antisemitismo, descrivendo qualsiasi obiezione alle operazioni militari come supporto al terrorismo. Questa tattica ha funzionato per anni — l’accusa di antisemitismo è un’arma potente — ma ha finito per erodere il suo stesso credito: quando tutto è antisemitismo, niente è antisemitismo.
L’ambiguo rapporto con Mosca e il mondo arabo
Il rapporto di Netanyahu con Vladimir Putin è uno dei più studiati e meno capiti della diplomazia contemporanea. Israele e Russia condividevano in Siria, durante il regime degli Assad, uno spazio operativo complicatissimo: le forze aeree israeliane colpivano regolarmente posizioni iraniane e di Hezbollah in territorio siriano, e lo facevano con una tacita tolleranza russa che ha reso possibili centinaia di raid. Oggi, entrambi cercano di allacciare rapporti fruttuosi con i nuovi governanti a Damasco.
Netanyahu ha incontrato Putin più volte, ha gestito questo canale con cura, ha evitato di condannare l’invasione dell’Ucraina con la durezza che gli chiedevano i partner occidentali. Questa posizione ha creato attriti con Washington e con l’Europa, ma Netanyahu l’ha difesa con l’argomento che la sicurezza di Israele richiede pragmatismo, non ideologia. C’è del vero in questo, ma c’è anche dell’opportunismo: molti israeliani hanno origini nell’ex spazio sovietico e simpatie ambivalenti. Il calcolo politico interno non è quindi assente.
Con il mondo arabo il quadro è ancora più paradossale. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno normalizzato le relazioni con Emirati, Bahrain, Sudan e Marocco (che si aggiungono a Egitto e Giordania da tempo in relazioni quasi normali con Israele) — un successo diplomatico reale, che Netanyahu ha giustamente rivendicato. L’Arabia Saudita era in procinto di firmare un accordo simile prima del 7 ottobre, ma la guerra di Gaza ha congelato tutto. Il paradosso è che i regimi arabi che Netanyahu ha corteggiato con successo sono precisamente quelli che hanno abbandonato la causa palestinese come priorità strategica: i loro cittadini, però, non l’hanno abbandonata, e le piazze arabe — e musulmane — sono tornate a riempirsi di bandiere palestinesi come non si vedeva da decenni.
I guai giudiziari e la lotta per la sopravvivenza
In una democrazia normale, un primo ministro imputato in tre processi penali avrebbe rassegnato le dimissioni in attesa del giudizio, o quanto meno avrebbe tenuto la questione giudiziaria separata dalla questione politica. Israele non è più una democrazia normale in questo momento. I capi d’accusa contro Netanyahu sono: corruzione (avrebbe ricevuto sigari cubani, champagne e gioielli in cambio di favori politici da un produttore hollywoodiano); frode e abuso di potere in due distinti casi che coinvolgono accordi con editori e broadcaster in cambio di copertura mediatica favorevole. Non sono accuse banali. Non sono complotti della sinistra, come Netanyahu insiste a dire: i procuratori che l’hanno incriminato erano stati da lui stesso nominati o approvati.
La riforma del sistema giudiziario varata nel 2023 — che avrebbe limitato la capacità della Corte Suprema di annullare decisioni del governo — è stata presentata come una questione di equilibrio democratico tra i poteri. Era, nella realtà, uno strumento per proteggere Netanyahu dai suoi processi. La mobilitazione popolare che ne è seguita — centinaia di migliaia di israeliani in piazza per mesi — è stata la più grande nella storia del paese. La guerra del 7 ottobre ha interrotto la protesta ma non ha risolto il conflitto politico che la alimentava.
L’illusione dell’invincibilità
Uno dei vanti di Netanyahu è quello di essere l’unico capace di garantire la sicurezza di Israele (come se prima di lui non fossero esistiti una Golda Meir o un Moshe Dayan). Certamente lo Stato ebraico ha un sistema di sicurezza imponente, lo scudo missilistico «Iron Dome» è quasi impossibile da perforare eppure, negli anni di regno di Bibi, non sono mancati gli attentati di qualche kamikaze, qualche missile è sfuggito allo «scudo» e tutta la nazione ancora si interroga sui buchi e gli errori che hanno consentito la mattanza del 7 ottobre.
Come ha scritto in un post su Facebook la giornalista italo-israeliana Manuela Dviri — per centinaia di migliaia di israeliani le misure di sicurezza non sono infallibili: ci sono centinaia di migliaia di israeliani che non hanno i rifugi nelle loro case né sono in grado di raggiungere un rifugio nei sei minuti di preavviso che ricevono sul cellulare; ci sono anziani, disabili, bambini, malati che non hanno il tempo di mettersi in sicurezza e sono tanti che vivono nell’ansia, esausti, costretti a fingere sicurezza per non impaurire i figli. Non è più una questione di forza e di resilienza ma di assuefazione, abitudine, disperazione. Sono in molti — anche chi pensa che solo Netanyahu li possa salvare — a chiedersi: «fino a quando?»
Resta un’altra questione da chiarire: come si può un popolo di 10 milioni di abitanti (dei quali 2 milioni arabi) vivere sicuro se chi lo governa ha deciso che un altro popolo di 5 milioni e mezzo di anime e che gli sta accanto deve sparire? A nessuno viene in mente che la logica dei Ben-Gvir e di Hamas, quell’idea di fare sparire l’avversario, è irrealizzabile e può portare solo a una guerra infinita? Non è una domanda provocatoria, è quella che si fanno tutti coloro che credono che Israele abbia il diritto di vivere in sicurezza e i palestinesi ad avere uno Stato e — questa sì, è una provocazione tutta mia — tutti coloro che pensano che il mondo non possa essere messo a rischio da chi, per restare al potere, non vuole nessun accordo.
Quando la guerra diventa campagna elettorale
L’attacco israeliano all’Iran nell’aprile 2024, seguito da scambi di missili e droni, e l’escalation successiva con Hezbollah in Libano, hanno una logica militare propria — le posizioni iraniane nel teatro mediorientale rappresentano una minaccia reale per Israele. Ma hanno anche una logica politica interna che sarebbe ingenuo ignorare: ogni escalation sposta l’attenzione dai processi, rafforza la narrativa della minaccia esistenziale, rende difficile per l’opposizione attaccare Netanyahu senza sembrare di fare il gioco del nemico.
Le prossime elezioni israeliane — che Netanyahu rimanda da mesi con ogni strumento a sua disposizione, incluso il mantenimento di un governo di guerra che non può cadere senza conseguenze sulla campagna militare — saranno il giudizio definitivo su trent’anni di potere. I sondaggi attuali sono contraddittori: mostrano che Netanyahu sarebbe sconfitto se si votasse oggi, ma anche che non esiste un’alternativa credibile in grado di formare un governo stabile. Il paradosso è perfetto: l’uomo che ha eroso sistematicamente la qualità delle istituzioni democratiche israeliane potrebbe beneficiare proprio di questa erosione nel momento della resa dei conti. Infatti, se alla fine dell’odierna operazione «Epic Fury» l’Iran non fosse più una reale minaccia (con il rischio di finire nel caos), sarebbe Netanyahu a prenderne i meriti, oscurando le inchieste, gli errori del 7 ottobre, i tentativi di danneggiare la democrazia, ed erigendosi, un’altra volta, a l’unico leader capace di garantire la sicurezza di Israele.
Prima di arrivare al verdetto elettorale, vale la pena guardare il quadro intero. Perché il lascito di Netanyahu non si misura solo in elezioni vinte o perse, in processi evitati o subiti. Si misura in quello che ha fatto all’anima del Paese. Israele era, nella sua fondazione e nella sua prima storia, un progetto laico. I padri fondatori — Ben-Gurion in testa — erano socialisti, agnostici, uomini che avevano lasciato i ghetti dell’Europa orientale portando con sé i libri di Marx e di Herzl, non la Torah. La religione era tollerata, rispettata, ma tenuta ai margini della vita pubblica. Il compromesso originario con il mondo ultra-ortodosso — esenzione dal servizio militare in cambio di neutralità politica — era pensato come una soluzione temporanea per una minoranza piccola e in via di assimilazione. Non è andata così. Netanyahu ha usato i partiti religiosi come stampelle di governo, cedendo alle loro richieste in cambio del sostegno politico: il controllo dello status personale, l’espansione del finanziamento alle yeshivot (le scuole ortodosse), la resistenza a qualsiasi forma di servizio civile alternativo per i giovani ultra-ortodossi, lo smantellamento della laicità dello spazio pubblico. Il risultato è un paese in cui una quota crescente della popolazione — gli haredi (gli ultra-ortodossi) sono oggi circa il 13% e, con tassi di natalità elevatissimi, crescono rapidamente — non partecipano alla vita economica e militare del paese, vivono in un universo parallelo, e votano compattamente i partiti che garantiscono il mantenimento di questi privilegi. L’Israele laico e socialista che aveva vinto le guerre del 1948 e del 1967 è un ricordo. Quello che è rimasto, Netanyahu lo ha plasmato a propria immagine.
Sul piano interno, la divisione è diventata uno spaccato che ricorda più una guerra civile fredda che una normale dialettica democratica. I mesi di protesta del 2023 contro la riforma giudiziaria hanno mostrato un paese spaccato in due con una nitidezza quasi geometrica: da una parte i laici, gli ashkenaziti istruiti, la borghesia di Tel Aviv, i riservisti dell’esercito che minacciavano di non presentarsi alle chiamate; dall’altra il mondo religioso-nazionalista, i coloni, il blocco mizrahi e sefardita che in Netanyahu vede non un politico ma un simbolo di riscatto contro l’establishment laico che per decenni li aveva trattati come cittadini di serie B. Queste non sono divisioni superficiali. Sono divisioni identitarie, e Netanyahu le ha nutrite con cura perché una società divisa ha sempre bisogno di un arbitro — e lui si è candidato a quel ruolo da trent’anni.
Sul piano internazionale, il conto è altrettanto pesante. Israele aveva costruito nel corso dei decenni un capitale di simpatia che poggiava su fondamenta reali: era una democrazia in un mare di autoritarismi, aveva una stampa libera, una Corte Suprema indipendente, un esercito con codici etici propri. Poteva essere criticato — e lo era — ma restava dentro il perimetro dei Paesi con cui il mondo democratico si identificava. Quel capitale non è stato dilapidato in un giorno: è stato eroso lentamente, legge dopo legge, colonia dopo colonia, dichiarazione di Smotrich dopo dichiarazione di Ben-Gvir, fino a Gaza. Oggi Israele è sotto indagine della Corte Penale Internazionale, è stato oggetto di una risoluzione della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto la plausibilità di un’accusa di genocidio, ha perso la maggioranza dell’Assemblea Generale dell’ONU su quasi ogni questione che riguarda i palestinesi. Nessuno di questi sviluppi è solo colpa di Netanyahu — ci sono responsabilità palestinesi, responsabilità arabe, responsabilità della comunità internazionale che per decenni ha guardato dall’altra parte. Ma lui è stato al potere per la maggior parte di questi anni, e le scelte che hanno portato a questo risultato le ha fatte lui.
Amos Oz, il grande scrittore israeliano scomparso nel 2018, aveva una frase che torna spesso in mente quando si parla di Netanyahu: «Il fanatismo è sempre il risultato di una domanda repressa.» La domanda repressa di Israele — che cosa vogliamo essere, quale paese vogliamo costruire, in quale futuro vogliamo vivere — è quella che Netanyahu ha sistematicamente rimandato, sostituendola con la domanda più semplice e più potente: sopravviveremo? Finché quella domanda sembra urgente, lui si è reso necessario. Finché lui è necessario, quella domanda rimane urgente. È una trappola che ha ingabbiato un Paese e permesso il suo potere trentennale. Netanyahu non si è preso solo il potere in Israele, lo ha cambiato profondamente per poterlo tenere in ostaggio. A nessuno oggi è chiaro se Israele riuscirà a fuggire dalla gabbia dove il suo premier l’ha imprigionato.