Di Fulvio Ervas.
L’accoltellamento mortale di uno studente da parte di un compagno e all’interno di un istituto scolastico ha suscitato molta attenzione e anche molto dibattito. E’ un episodio che svanirà dalle cronache, sempre travolte da bufere di accadimenti.
Meriterebbe, invece, qualche riflessione perché sono emersi molti temi importanti: l’aggressività che pare serpeggiare tra i giovani, la diffusione dei coltelli (migliaia secondo alcuni articoli) e la dissacrazione di un luogo, come la scuola, dove la violenza dovrebbe essere bandita totalmente.
Il ministro dell’istruzione e del merito, Valditara, ha colto il momento per lanciare una proposta stringente: inserire negli istituti uno strumento concepito come prevenzione, cioè il metal detector. Proposta che non ha entusiasmato il mondo di chi opera negli istituti, siano dirigenti che professori.
Il sindaco di La Spezia, luogo in cui è accaduto il tremendo fatto delittuoso, si è spinto nell’affermare che solo certe etnie hanno l’abitudine di ricorrere alle lame in precisi frangenti e contesti.
Ora sia la proposta del metal detector, quanto l’accusa che di coltello si muoia solo per mano di nordafricani ( queste sono le etnie di cui il sindaco faceva cenno) sono il solito, superficiale, approccio a problemi complessi.
Temo che, semmai l’idea del metaldetector superi la fase della sparata propagandistica, difficilmente vedremo lo strumento davanti all’entrata dei licei classici o nelle scuole più prestigiose del Regno. Sarà più facile vederlo proporre in certi istituti tecnici o professionali, dove l’ISEE famigliare non scala il Monte Bianco.
Perché è questo un punto su cui riflettere.
Cogliere l’occasione, se si ha il vizio di guardare in modo più ampio, per ragionare quale sia la natura profonda di questi eventi, se essi siano occasionali inciampi del vivere, quindi statisticamente fastidiosi ma eccezionali, o se invece siano sintomi di dinamiche sociali più ampie.
Proviamo a ragionare su un primo fatto: come fa crescere i giovani un mondo in cui, nell’ultimo decennio, in tutti i paesi avanzati (figuriamoci in quelli più poveri) la ricchezza si è concentrata a dismisura rispetto alla sua distribuzione?
Quote irrisorie della popolazione sono ricchissime e la stragrande maggioranza dei cittadini vivacchiano con differenti difficoltà tra un supermercato e un mutuo.
Un mondo siffatto, spudorato per certi aspetti, può essere un mondo privo di tensioni? Un cittadino normale, soprattutto nella sua fase giovanile, vive convintamente felice delle proprie condizioni?
Non credo.
E in quali fasce della popolazione si concentreranno i grovigli di tali difficoltà? Quelli che hanno il commercialista o quelli che si affidano al CAF per la dichiarazione dei redditi?
E nell’ampia comunità dei poco ricchi, se non dei poveri, quale sua parte vivrà con maggiori tensioni?
Probabilmente quella ancora più ai margini, quella di persone poco considerate, alle volte derise, spesso impiegate in lavori con professionalità ridotta. E come cresceranno i figli, i giovani, di questo strato di popolazione?
Tranquilli e pacifici? O, probabilmente, con una certa insoddisfazione che può sfociare in rabbia e anche violenza?
E il mondo di questi ultimissimi anni è forse un esempio positivo per i giovani di ogni luogo o, per usare il pessimo termine del sindaco di La Spezia, di ogni etnia?
Probabilmente sentono salire la rabbia. Probabilmente una mano tesa non solo per discutere ma per sciogliere nodi potrebbe esser d’ aiuto. Ma l’esempio del mondo adulto, delle alte sfere, educa a ragionare, confrontarsi, a trovare soluzioni condivise?
Troppe domande, vero?
Ma è proprio qui che nascono le scorciatoie per accusare i giovani di violenza: non porsi le domande corrette e non cercare percorsi per affrontare seriamente le contraddizioni il che equivale a pensare di fermare un fiume impetuoso a valle.
Non funziona.
Abbiamo bisogno di intelligenza e di visione proiettata nel futuro, non di strumenti preistorici anche quando funzionano con la corrente elettrica come il metal detector.