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Un disegno che si fa sempre più chiaro

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Di Red azione.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a uno scontro istituzionale che rivela molto del clima politico attuale e, soprattutto, della destra al governo. Un quotidiano scandalistico della destra ha pubblicato un articolo del suo direttore, Belpietro, che attribuisce al Quirinale un presunto disegno destabilizzante. Si trattava, in realtà, di qualche battuta, pronunciata da uno dei consiglieri del Presidente durante una cena tra amici.

A stretto giro, il capogruppo di Fratelli d’Italia — ricordate, quello che all’addio al celibato, quindi non proprio un bambino incosciente, si è presentato in divisa nazista — ha chiamato in causa il Quirinale, attribuendogli chissà quale complotto contro il governo.

Non è la prima volta che il Colle diventa bersaglio di insinuazioni e attacchi da parte della destra di governo. Ciò che, al massimo, poteva essere un pettegolezzo di un giornale scadente è diventato la scusa per colpire la più alta delle Istituzioni. Tutto questo appare come un frammento di un disegno ben più ampio, che mira a distorcere le fondamenta del nostro sistema democratico.

Le tappe di questa operazione sciagurata sembrano già definite: si comincia con l’attacco all’autonomia della magistratura, rendendola maggiormente esposta alle pressioni della politica e agli interessi esterni; poi si passa alla riforma istituzionale con il premierato, che ridurrebbe il Presidente della Repubblica a un semplice passacarte, riportando tutti i poteri in capo al Presidente del Consiglio. Siccome tale riforma è difficile da portare a termine e sarebbe sottoposta al giudizio referendario degli italiani, si cerca la scorciatoia di una nuova legge elettorale. Un sistema pasticciato, sempre fondato sulla supremazia della figura del ( della ) premier, con una serie di trucchetti elettorali per favorire la coalizione di destra.

A ciò si aggiunge l’autonomia differenziata, con il tentativo di sbriciolare l’unità del Paese e l’eguaglianza dei cittadini, senza passare per una corretta e pubblica discussione parlamentare.

Ad affiancarsi, quasi fosse lo strumento per gestire il dissenso, il decreto sicurezza: un ulteriore passo verso un modello di società più rigido e meno inclusivo, dove la sicurezza diventa strumento di controllo piuttosto che garanzia di libertà.

Messi tutti insieme, questi provvedimenti non sono semplici riforme tecniche. Sono tasselli di un progetto politico che ridisegna il rapporto tra istituzioni e cittadini, tra potere e garanzie democratiche. L’attacco al Quirinale non è dunque un episodio isolato, ma il segnale di una strategia che mira a ridimensionare i contrappesi e a concentrare il potere. Ne è una dimostrazione il fato che, nonostante le assicurazioni della Presidente del Consiglio, la destra tiene aperta la polemica con il Quirinale e questa volta l’ha fatto con il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, uno che non riesce a farsi entrare in testa il fatto che il suo ruolo, quello di seconda carica della Repubblica, dovrebbe tenerlo distante dalla polemica politica quotidiana.

Di fronte a questo scenario, il silenzio sarebbe complicità. È necessario denunciare con chiarezza che la democrazia non si difende solo con le parole, ma con la vigilanza costante e con la consapevolezza dei cittadini. Il rispetto delle istituzioni non è un dettaglio formale: è la condizione minima per garantire che la nostra Repubblica rimanga fedele ai principi della Costituzione.

Occorre una forte unità di intenti tra le forze politiche democratiche e progressiste dell’opposizione e non la loro frammentazione e i continui distinguo, persino su questioni di grande rilevanza, finiscono per rappresentare un vantaggio per questa destra che mai ha rinnegato il suo triste passato. 

Il recentissimo turno elettorale ha proprio dimostrato che quando le forze progressiste mettono da parte le differenze e trovano un punto d’incontro con candidature e programmi credibili possono vincere. L’ha capito pure la destra che si è subito affannata, con il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, a chiedere un cambio della legge elettorale. Un bell’esempio di sentimento democratico: se non si vince, si cambiano le regole.

Bisogna fermarli e lo dimostrano ogni giorno.

Red azione

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