Di Cosimo Risi.
Non si capisce se quella di Benjamin Netanyahu in Siria sia una cupio dissolvi o una esibizione di potenza in una regione dove la media potenza iraniana si occulta dietro alle milizie alleate e la grande potenza americana si sfianca nelle mediazioni.
La campagna di Gaza continua imperterrita con la contabilità delle vittime da aggiornare così costantemente che l’impatto umano sparisce dietro alle cifre. Oggi sono più o meno di ieri, domani quante saranno? Le domande poste cinicamente mostrano il grado di indifferenza che le IDF e la GHF (Gaza Humanitarian Foundation, la fondazione israelo-americana addetta all’assistenza) mostrano nei confronti della popolazione lacera e bisognosa di tutto. Gelido è il comunicato GHF: nessun incidente è accaduto presso i siti di distribuzione del cibo. Ignora che migliaia di persone si muovono verso i siti, in marcia dall’alba dal nord sprovvisto di aiuti al sud che li distribuisce, a piedi, nel caldo rovente, con scarsa acqua.
L’acme si raggiunge con il bombardamento della chiesa cattolica ed il ferimento del parroco. Il Primo Ministro avverte l’esigenza di chiamare Leone XIV per scusare “l’errore”. Il Segretario di Stato della Santa Sede dubita dell’errore conoscendo la precisione del tiro delle IDF. Pare invece verosimile che Israele voglia sgomberare il presidio cristiano per continuare ad agire senza l’occhio politicamente vigile del Pontefice americano.
Ecco allora aprire il fronte siriano. L’IAF attacca alcuni edifici pubblici nel cuore di Damasco. Lancia l’avvertimento al Governo di lasciare in pace la minoranza drusa di stanza a Sweida. Circa 500mila Drusi si trovano non lontano dal confine con Israele, collegati alla minoranza drusa residente nel Golan, le Alture conquistate e detenute da Israele dalla Guerra dei Sei Giorni.
I Drusi vivono principalmente in Siria, Israele, Libano. In Israele sono alquanto integrati, militano nei servizi di sicurezza e nelle forze armate. Si comprende perciò la pretesa di Gerusalemme di tutelarli ovunque si trovino. È un passaggio importante nella politica israeliana: il porre la sicurezza dello Stato al di sopra e al di là delle artificiali barriere imposte dagli effimeri confini del Medio Oriente. Si codifica così il diritto dello Stato ad intervenire a tutela, in via preventiva e fuori dal territorio nazionale.
Il fronte siriano apre una nuova falla nell’intesa che si pretende perfetta fra il Governo Netanyahu e l’Amministrazione Trump. L’inviato presidenziale per la Siria incontra il Presidente provvisorio Ahmed al-Sharaa, gli assicura il sostegno al tentativo di unificare il paese dopo la lunga parentesi degli Assad e degli Alawiti.
L’argomentare di Tom Barrack è così convincente che al-Sharaa prospetta la normalizzazione dei rapporti con Israele, all’insegna degli Accordi di Abramo. La messa in guardia che viene da Gerusalemme va nella direzione opposta: vi sono zone di Siria come Sweida che devono conservare l’autonomia dal governo centrale, addirittura preservando la milizia armata.
L’autonomia dei Drusi influenza la trattativa che al-Sharaa conduce a nord con i Curdi. Anch’essi rivendicano l’autonomia e la facoltà di conservare le armi anziché consegnarle al Governo ed integrarsi nell’armata nazionale. Il rapporto con i Curdi stinge sul rapporto con la Turchia. Ankara ha favorito la cacciata di Assad e la vittoria dell’ex terrorista ISIS trasfigurato in leader moderato della nuova Siria.
Ed infine il rapporto con l’Iran. L’ex Capo di Stato Maggiore IAF conta che 500 missili balistici e 1000 droni sono stati impegnati dall’Iran contro Israele. Il più massiccio attacco aereo subito dallo Stato nella sua storia, secondo per intensità solo ai bombardamenti della Germania sul Regno Unito nella Seconda Guerra Mondiale e della Russia sull’Ucraina. Con la differenza fondamentale che Israele è molto più piccolo del Regno Unito e dell’Ucraina e che i danni subiti sono di gran lunga inferiori.
L’esito deludente per l’Iran si deve a vari fattori, non ultimo la disciplina con cui la popolazione israeliana si è sistemata nei rifugi e la tenacia con cui subito dopo l’allarme ha ripreso l’attività quotidiana. Fino alla famosa immagine dei giovani che giocano a pallavolo sulla spiaggia di Tel Aviv. Quasi irridente nei confronti di chi trema alla prima minaccia. L’Iran conserva il potenziale nucleare, la minaccia nei confronti di Israele è solo spostata in avanti. A meno che non intervenga una soluzione politica, considerato che l’opzione militare ha prodotto effetti parziali.
La campagna di Siria e soprattutto quella di Gaza consumano la credibilità del Governo Netanyahu sul piano esterno. Fino a mettere in dubbio l’efficacia dell’approccio personalistico di Donald Trump alle relazioni internazionali. Come se non bastassero le difficoltà che egli incontra con Vladimir Putin sul fronte europeo.
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