di Paolo Polli.
Negli ultimi mesi il governo italiano ha avviato, tra accelerazioni e fermate, diverse riforme, dalla giustizia all’autonomia regionale, passando per la revisione della legge elettorale e il premierato. Tuttavia, i recenti rilievi dell’Ufficio del Massimario della Cassazione sollevano interrogativi importanti su legittimità costituzionale e rispetto dei diritti fondamentali. Dal Decreto Sicurezza al Protocollo con l’Albania, fino alle riforme istituzionali, il quadro che emerge è quello di una corsa alla trasformazione che, però, inciampa sempre più spesso sugli argini imposti dalla nostra Costituzione.
Negli ultimi giorni, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione – organo incaricato di analizzare la giurisprudenza di legittimità – ha espresso forti critiche nei confronti del cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato dal governo. Secondo quanto indicato nella relazione, mancherebbero i requisiti di necessità e urgenza richiesti per l’adozione di un decreto legge, come previsto dall’articolo 77 della Costituzione. Una mancanza che, secondo i giudici, comporterebbe un serio rischio di incostituzionalità.
La relazione evidenzia che, nel momento in cui il governo ha varato il decreto, l’iter parlamentare del disegno di legge era ormai prossimo alla conclusione. Un “colpo di mano” – così definito – che avrebbe esautorato le Camere dalla loro funzione legislativa, violando quindi i principi costituzionali.
Questo governo si caratterizza per l’uso smodato dei decreti legge che, secondo la Costituzione, dovrebbero avere i tratti di “necessità e urgenza” e del ricorso al voto di fiducia. Non vi è nessuna necessità pratica per agire in questo modo, la maggioranza ha un solido vantaggio di numeri nei due rami del Parlamento, la questione è politica: impedire che ci sia una discussione libera nelle aule parlamentari come nel Paese e comprimere la discussione nella politica. Per la destra la discussione (anche quando viene dai suoi stessi rappresentanti), il confronto, la ricerca di un compromesso tra interessi diversi, sono un impiccio; eppure sono l’essenza della democrazia. Le strada della destra italiana è quella dei Trump e degli Orban: una volta arrivati al potere silenziare gli spazi di dissenso e forzare le regole per garantirsi un potere senza limiti.
Oltre al decreto, i giudici hanno sollevato perplessità anche sul Protocollo Italia-Albania, che prevede la realizzazione di centri per migranti fuori dal territorio nazionale. Secondo la relazione, il Protocollo potrebbe essere in contrasto con la Costituzione italiana, il diritto internazionale e il diritto dell’Unione Europea, soprattutto in relazione alla tutela del diritto d’asilo, alla salute e alla difesa dei cittadini stranieri.

Le riforme costituzionali sotto la lente
Queste critiche si inseriscono in un quadro più ampio che coinvolge le principali riforme promosse dal governo, oggi al centro di un acceso dibattito. Tra queste, spicca il disegno di legge Meloni-Casellati che introduce l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Approvata dal Senato nel giugno 2024, la riforma è ora in discussione alla Camera. Trattandosi di una modifica costituzionale, dovrà essere approvata due volte da entrambe le Camere e, se non raggiungerà la maggioranza dei due terzi, sarà sottoposta a referendum. Per rendere efficace il Premierato, sarà necessario riformare anche la legge elettorale. L’ipotesi sul tavolo prevede un premio di maggioranza che garantirebbe almeno il 55% dei seggi alla coalizione vincente.
Il Presidente del Consiglio verrebbe eletto per cinque anni, con un limite di due mandati, mentre il Presidente della Repubblica si limiterebbe a conferirgli l’incarico. Molti costituzionalisti, però, hanno sollevato timori: tra questi, la possibilità di ridurre gli spazi di rappresentanza e di alterare gli equilibri istituzionali.
Nel complesso un pasticcio che fa uscire il nostro sistema dall’alveo della Repubblica parlamentare, dove è stato collocato dai costituenti, par portarlo a una specie di presidenzialismo ibrido, mai visto in nessun altro Paese al mondo, dove tutto girerebbe intorno alla figura del premier eletto senza che ci siano i necessari contrappesi a garanzia di un sistema democratico.
Un’altra riforma già approvata è quella sull’autonomia differenziata, che consente alle Regioni, a statuto ordinario, di ottenere maggiori competenze in 23 materie, tra cui sanità, trasporti e istruzione. Tuttavia, il trasferimento effettivo delle competenze sarà subordinato alla definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), per garantire pari diritti su tutto il territorio nazionale.
Questa legge ha subito un pesante stop da parte della Corte costituzionale che ne ha visto la potenziale minaccia di disgregare il Paese, facendo venire meno l’eguaglianza di tutti gli italiani indipendentemente dal luogo di nascita. Oggi rilevanti pezzi della norma andranno riscritti e non è chiaro, al di là delle dichiarazioni di facciata, in che modo la destra intenda procedere.
E Infine, è in corso l’iter della riforma sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, proposta dal ministro Nordio.
Dopo l’approvazione alla Camera e in Commissione al Senato, il governo punta a concludere il percorso entro il 2025, con un possibile referendum l’anno successivo. Tuttavia, i tempi potrebbero slittare a causa della fitta agenda parlamentare.
Nel complesso le riforme mettono a repentaglio l’assetto democratico, l’equilibro di poteri e i diritti dei cittadini. Un guazzabuglio dettato dell’esigenza di ogni partito della maggioranza di portare a casa la propria riforma (premierato per FdI, federalismo per la Lega, giustizia per FI), il tutto senza un disegno organico, senza affrontare le vere priorità del Paese, mettendo gli interessi di parte davanti a quelli della collettività.
Così, mentre la destra si balocca tra pulsioni autoritarie e riforme caotiche i veri problemi, il lavoro, la crescita, l’ambiente, la sanità e i servizi, non vengono affrontati e il Paese scivola indietro.
E’ il momento che il centrosinistra tutto metta in campo un progetto alternativo, radicalmente diverso da quello della destra, per affrontare la scadenza elettorale del ’27 e candidarsi alla guida di un Paese che, finché questi rimarranno al governo, è condannato a un triste declino.