di Stefano Pizzin – Pochi giorni fa l’Istat ha pubblicato una sintesi dell’ultimo report sulle migrazioni interne e internazionali della popolazione residente in Italia. Leggerlo sarebbe utile per tutti, soprattutto per chi amministra la cosa, pubblica per capire come le cose vanno veramente.
Nel biennio 2023-24 gli espatri dei cittadini italiani (complessivamente 270mila, +39,3% rispetto al biennio precedente) e le immigrazioni dei cittadini stranieri (760mila, +31,1%) raggiungono valori mai osservati negli ultimi 10 anni.
I trasferimenti di residenza tra Comuni italiani hanno interessato un milione 424mila individui in media annua, in calo dell’1,6% rispetto al 2021-22.
I trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord nel biennio 2023-24 sono stati 241mila, quelli sulla rotta inversa 125mila, determinando una perdita di 116mila residenti nel Mezzogiorno
Quindi, siamo di fronte a un fenomeno di forte migrazione interna, qualcosa che abbiamo già conosciuto negli anni ‘60, all’epoca del boom economico, e che oggi si ripresenta a dimostrazione del fatto che il sud del Paese vive ancora una situazione di arretratezza che ci stringe le persone, per cercare lavoro e servizi migliori, a spostarsi al nord.
L’aumentare della mobilità interna è evidenziato anche dal fatto che nel biennio appena trascorso sono stati complessivamente registrati poco più di 2 milioni 847mila trasferimenti tra Comuni (1 milione 434mila nel 2023 e 1 milione 413mila nel 2024), con una media annua lievemente in calo (-1,6%) rispetto ai valori osservati nel biennio precedente, a sua volta contraddistinto dalla vivace ripresa della mobilità interna successiva alla contrazione del periodo pandemico.
Quattro trasferimenti interni su cinque hanno riguardato cittadini italiani. Tuttavia, in termini relativi, i tassi di mobilità interna mostrano una propensione dei cittadini stranieri a spostarsi significativamente maggiore rispetto a quella dei cittadini italiani: nel 2023-24 il tasso di mobilità interna medio è pari al 21,7 per mille per i cittadini italiani, oltre il doppio per gli stranieri (49,0 per mille).
Veniamo adesso ai dati sull’immigrazione ed emigrazione. Le iscrizioni dall’estero (immigrazioni) negli ultimi due anni aumentano sensibilmente: sono in media 437mila l’anno (440mila nel 2023 e 435mila nel 2024), mediamente il 6,4% in più rispetto al 2022 quando ammontarono a 411mila. Tale crescita si deve esclusivamente all’aumento dell’immigrazione straniera (+13% nel biennio rispetto al 2022), mentre le immigrazioni dei cittadini italiani (rimpatri) risultano in calo (-23,6%).
Il consistente aumento dei flussi di immigrazione straniera degli ultimi anni è anche il risultato di crisi e conflitti internazionali che hanno condizionato gli equilibri geopolitici provocando crisi umanitarie su larga scala. È il caso dell’eccezionale incremento dei flussi dall’Ucraina causato del conflitto in corso dal 2022, che l’ha resa il principale Paese di provenienza. Rientrano nel novero anche altre situazioni di conflitto e instabilità, specialmente in Medio Oriente e in Africa, che hanno contribuito a intensificare il numero di rifugiati e richiedenti asilo e ad aumentare la pressione migratoria.
In deciso aumento le cancellazioni per l’estero (emigrazioni) che si attestano mediamente a 175mila l’anno nel corso del biennio 2023-2024 (158mila nel 2023 e 191mila nel 2024), registrando un aumento del 16,3% rispetto al 2022, quando ammontarono a 150mila. L’aumento delle emigrazioni è trainato esclusivamente dai flussi in uscita dei cittadini italiani (espatri) che ammontano a 114mila nel 2023 e 156mila nel 2024 (contro 99mila espatri nel 2022). Al contrario, le emigrazioni dei cittadini stranieri rimangono stabili e contenute e si attestano a poco meno di 40mila l’anno nel biennio considerato.
Già da questi primi dati si possono trarre delle conclusioni: finita la fase pandemica ci troviamo davanti a un Paese dove aumenta l’immigrazione dall’estero e, parimenti, l’emigrazione verso l’estero. In pratica, importiamo mano d’opera, spesso poco qualificata, ed esportiamo persone che il nostro sistema scolastico ha prostrato e formato. Da una parte, il nostro sistema produttivo fatica a rinnovarsi e ha sempre bisogno di lavori poco specializzati e a basso costo che sono così ad appannaggio di coloro che provengono da Paesi molto poveri, dall’altra, non dà sufficienti garanzie di continuità e sicurezza economica a coloro che sono maggiormente qualificati che, così, preferiscono andare all’estero.
Un bel lavoro, davvero. Un disastro economico e sociale verso il quale le classi dirigenti (governo e imprenditori in primis) fanno finta di niente, impegnati a strumentalizzare l’immigrazione per scopi elettorali e a cercare il modo per pagare sempre meno il lavoro. La domanda è: può andare avanti così un Paese che ha fatto dell’industria la sua maggiore fonte di reddito?
Monfalcone non è certo esente da queste dinamiche, anzi. Il nostro territorio offre sempre meno opportunità ai lavoratori qualificati e richiama sempre più lavoro mal pagato e precario, ma mentre ciò accade nessuno pare occuparsene e si discute di moschee, presepi, santi e imam.
Chissà, invece di ragionare, progettare il futuro, studiare, trovare strade innovative, ci toccherà pregare e sperare in un miracolo. Nel frattempo chi ha studiato, italiano o straniero che sia, ci lascerà da soli a vivere ancora nel secolo scorso. Auguri.