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Astensionismo di lotta e di governo

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di Franco Belci

Ci aveva già provato Craxi e più di recente, con una pesante invasione di campo, il cardinal Ruini. Ci riprovano coi referendum troppi rappresentanti delle istituzioni, a cominciare dalla seconda carica dello Stato: l’appello all’astensionismo come strumento di lotta politica rappresenta un evidente ossimoro quando è interpretato da chi, per ruolo, dovrebbe sollecitare, come ha fatto il presidente Mattarella, la partecipazione. Del resto esiste già il partito dell’astensione, il più grande d’Italia: sfidarlo sul suo stesso terreno mi pare un atto di autolesionismo. Sorprende che a quell’invito si sia aggiunta anche una grande Confederazione come la Cisl: comunque la si pensi i quesiti riguardano il lavoro e la cittadinanza, e l’invito a disertare l’appuntamento corrisponde a una forma di sfiducia nella capacità di scelta delle persone, sacrificandola a un collateralismo sempre più esplicito rispetto al governo: se non fosse così si sarebbe potuta scegliere la libertà di coscienza. Si è detto che alcuni quesiti sono confusi e che rischiano di avere effetti opposti a quelli che si è proposto chi la indetti. Mi sembra che la migliore prova del contrario sia la decisione di ritenerli ammissibili da parte della Corte Costituzionale che ha il dovere di verificare la coerenza tra le intenzioni dei proponenti e gli effetti della legislazione residuale. Il PD, come il M5S, hanno aderito all’iniziativa. Ma i cosiddetti “riformisti” del PD voteranno “no”, scordando probabilmente che era stato Enrico Letta a parlare, da segretario, di necessità di superamento del “jobs act”, senza suscitare allora grandi scandali. Il merito dei quesiti è semplice. Viene innanzitutto proposto di abrogare la normativa che disapplica l’art.18, ripristinando la versione varata dal governo Monti. Chi si scandalizza (o finge di farlo) ignora il fatto che la Corte Costituzionale ha già cassato alcune norme della legge di Renzi e, in una sentenza abbastanza recente, ha stabilito che in caso di licenziamento nullo, la reintegrazione nel posto di lavoro è sempre obbligatoria, indipendentemente da quanto disposto dalle norme: un chiaro avvertimento sul piano dei principi, accompagnato dall’invito al legislatore a rivedere, in un quadro di equilibrio e coerenza, tutta la materia, sulla quale è intervenuta anche la Corte di giustizia Europea. L’iniziativa della Cgil supplisce dunque a un’inerzia del Parlamento. Sempre in questo contesto viene abolito il tetto massimo di indennizzo per i lavoratori licenziati illegittimamente nelle imprese sotto i 15 dipendenti, affidandone la quantificazione al giudice per superare limiti troppo rigidi: le singole situazioni non sono assimilabili e spesso, nel dibattimento, emergono elementi decisivi. In quanto ai contratti a tempo determinato, possono avere un senso nel caso di particolari esigenze temporanee delle imprese, non come surrogato del lavoro stabile che rende ricattabile il lavoratore e danneggia le imprese che applicano correttamente l’istituto. Per questo, ma non solo, viene reinserito l’obbligo di causale: si tratta di tutelare anche le imprese che applicano correttamente la normativa per tutelare il principio della concorrenza. Ancora, viene estesa all’impresa committente la responsabilità civile e il conseguente obbligo di risarcimento in caso di incidenti sul lavoro che avvengano nei subappalti: una norma che intende porre un freno all’aumento esponenziale degli incidenti in assenza di contromisure efficaci e rimediare alla jungla che si è creata con una normativa lassista. Anche in questo caso si tutelano, oltre ai lavoratori, le imprese più  corrette, quelle che applicano i contratti e si preoccupano della sicurezza dei propri dipendenti. Infine, il referendum “sulla cittadinanza” ridurrebbe da 10 a 5 il numero di anni di residenza legale in Italia necessari per chiederla con gli stessi requisiti oggi esistenti. La modifica è ovviamente volta a rendere meno rigida la normativa, non solo per motivi di sopravvivenza del nostro sistema pensionistico, non solo perché alle imprese serve manodopera, ma perché costituirebbe un passo in avanti per valorizzare la capacità di integrazione di bimbe e bimbi che parlano spesso l’italiano meglio di quelli nati qui e sollecitare, attraverso di loro, quella dei genitori. L’incognita è il quorum: ma la battaglia per invitare all’astensione appartiene alla retroguardia della democrazia.Ci aveva già provato Craxi e più di recente, con una pesante invasione di campo, il cardinal Ruini. Ci riprovano coi referendum troppi rappresentanti delle istituzioni, a cominciare dalla seconda carica dello Stato: l’appello all’astensionismo come strumento di lotta politica rappresenta un evidente ossimoro quando è interpretato da chi, per ruolo, dovrebbe sollecitare, come ha fatto il presidente Mattarella, la partecipazione. Del resto esiste già il partito dell’astensione, il più grande d’Italia: sfidarlo sul suo stesso terreno mi pare un atto di autolesionismo. Sorprende che a quell’invito si sia aggiunta anche una grande Confederazione come la Cisl: comunque la si pensi i quesiti riguardano il lavoro e la cittadinanza, e l’invito a disertare l’appuntamento corrisponde a una forma di sfiducia nella capacità di scelta delle persone, sacrificandola a un collateralismo sempre più esplicito rispetto al governo: se non fosse così si sarebbe potuta scegliere la libertà di coscienza. Si è detto che alcuni quesiti sono confusi e che rischiano di avere effetti opposti a quelli che si è proposto chi la indetti. Mi sembra che la migliore prova del contrario sia la decisione di ritenerli ammissibili da parte della Corte Costituzionale che ha il dovere di verificare la coerenza tra le intenzioni dei proponenti e gli effetti della legislazione residuale. Il PD, come il M5S, hanno aderito all’iniziativa. Ma i cosiddetti “riformisti” del PD voteranno “no”, scordando probabilmente che era stato Enrico Letta a parlare, da segretario, di necessità di superamento del “jobs act”, senza suscitare allora grandi scandali. Il merito dei quesiti è semplice. Viene innanzitutto proposto di abrogare la normativa che disapplica l’art.18, ripristinando la versione varata dal governo Monti. Chi si scandalizza (o finge di farlo) ignora il fatto che la Corte Costituzionale ha già cassato alcune norme della legge di Renzi e, in una sentenza abbastanza recente, ha stabilito che in caso di licenziamento nullo, la reintegrazione nel posto di lavoro è sempre obbligatoria, indipendentemente da quanto disposto dalle norme: un chiaro avvertimento sul piano dei principi, accompagnato dall’invito al legislatore a rivedere, in un quadro di equilibrio e coerenza, tutta la materia, sulla quale è intervenuta anche la Corte di giustizia Europea. L’iniziativa della Cgil supplisce dunque a un’inerzia del Parlamento. Sempre in questo contesto viene abolito il tetto massimo di indennizzo per i lavoratori licenziati illegittimamente nelle imprese sotto i 15 dipendenti, affidandone la quantificazione al giudice per superare limiti troppo rigidi: le singole situazioni non sono assimilabili e spesso, nel dibattimento, emergono elementi decisivi. In quanto ai contratti a tempo determinato, possono avere un senso nel caso di particolari esigenze temporanee delle imprese, non come surrogato del lavoro stabile che rende ricattabile il lavoratore e danneggia le imprese che applicano correttamente l’istituto. Per questo, ma non solo, viene reinserito l’obbligo di causale: si tratta di tutelare anche le imprese che applicano correttamente la normativa per tutelare il principio della concorrenza. Ancora, viene estesa all’impresa committente la responsabilità civile e il conseguente obbligo di risarcimento in caso di incidenti sul lavoro che avvengano nei subappalti: una norma che intende porre un freno all’aumento esponenziale degli incidenti in assenza di contromisure efficaci e rimediare alla jungla che si è creata con una normativa lassista. Anche in questo caso si tutelano, oltre ai lavoratori, le imprese più  corrette, quelle che applicano i contratti e si preoccupano della sicurezza dei propri dipendenti. Infine, il referendum “sulla cittadinanza” ridurrebbe da 10 a 5 il numero di anni di residenza legale in Italia necessari per chiederla con gli stessi requisiti oggi esistenti. La modifica è ovviamente volta a rendere meno rigida la normativa, non solo per motivi di sopravvivenza del nostro sistema pensionistico, non solo perché alle imprese serve manodopera, ma perché costituirebbe un passo in avanti per valorizzare la capacità di integrazione di bimbe e bimbi che parlano spesso l’italiano meglio di quelli nati qui e sollecitare, attraverso di loro, quella dei genitori. L’incognita è il quorum: ma la battaglia per invitare all’astensione appartiene alla retroguardia della democrazia.

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