di Massimo Bulli
È estremamente grave la decisione dell’Amministrazione Comunale di Monfalcone di applicare un articolo della L.R. 19/2009, il 45, per avviare l’acquisizione di un immobile di proprietà del Centro Culturale Islamico Darus Salaam. Tale decisione arriva al termine di un contenzioso durato circa un anno, motivato dal Comune con un presunto abuso sulla destinazione d’uso dei locali. Tuttavia, è evidente che la vera ragione sia la volontà di creare uno scontro frontale con le comunità musulmane presenti nell’area di Monfalcone, a fini di propaganda politica.
Le azioni del Comune appaiono chiaramente pretestuose, mascherate dietro principi quali la “tutela dei cittadini”, il “rispetto delle regole” e la “sicurezza”. In realtà, l’intento ideologico è palese; ciò nonostante i sostenitori dell’Amministrazione accettano questa narrazione populista e demagogica senza una reale analisi critica.
Mentre sulla regolarità degli atti interverranno i tribunali e gli avvocati (un ulteriore ricorso è già in atto), resta il dubbio su alcuni aspetti procedurali: se il contenzioso è giunto nelle aule di tribunale e il TAR ha emesso una prima sentenza favorevole alla comunità islamica, perché i novanta giorni per la requisizione dei locali non decorrono dalla data della sentenza definitiva del Consiglio di Stato, il 2 aprile?
Naturalmente, esperti del settore stanno lavorando sul caso e troveranno le risposte. Dura lex, sed lex, e noi potremo solamente accettare il verdetto, proprio come accade per altre norme discutibili.
Dal punto di vista politico, etico e sociale, l’esproprio — o “acquisizione” — è un provvedimento inquietante. Molti potrebbero essere soddisfatti di questa misura, basata su una legge poco ricordata, varata dal centrodestra alcuni anni fa che consente al Comune di acquisire beni in caso di irregolarità. Questo escamotage burocratico è strumentalizzato per colpire una comunità specifica, in nome di una presunta difesa della legalità. Il termine “acquisire” è stato preferito a “confiscare” o “nazionalizzare”, probabilmente per evitare connotazioni troppo forti. Tuttavia, il principio rimane lo stesso: il principio della proprietà privata viene messo in discussione.
Vi ricordate la celebre frase attribuita a Karl Marx (ma in realtà di Pierre-Joseph Proudhon): «La proprietà è un furto»? È spesso usata per ridicolizzare le idee comuniste, ma oggi potremmo riflettere sul fatto che, attraverso cavilli giuridici, la proprietà può essere sottratta senza reali tutele.
Per porre fine a un confronto culturale, religioso e politico, si sfrutta una lacuna normativa per espropriare un bene e ottenere il plauso dell’elettorato. Il tutto senza considerare le conseguenze: tensioni sociali, il disagio delle comunità islamiche e l’alimentazione di stereotipi che dipingono gli islamici come una minaccia. E ancora, senza pensare che questo stesso meccanismo di “acquisizioni” potrebbe essere usato in futuro contro altre categorie.
Ricordate ancora il celebre sermone di Martin Niemöller (erroneamente attribuito a Bertolt Brecht): “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”
Oggi il Comune prende la casa ai musulmani e alcuni applaudono, perché li trovano fastidiosi. E poi?
Secondo il nuovo Presidente del Consiglio Comunale: “Il rispetto della legge non è opinabile. L’irregolarità, specie quando incide sulla libertà degli altri cittadini, non può essere difesa in nome di diritti che presuppongono proprio il rispetto delle regole.”
Ma quali libertà sarebbero state limitate dalla preghiera collettiva nei locali in questione? Certo, la normativa stabilisce che gli edifici non possano essere adibiti a luoghi di culto se non idonei, ma la legge dovrebbe regolare la costruzione di edifici religiosi e non impedire alla gente di pregare in una sede associativa. Se in un appartamento si gioca a tombola anziché pregare, quale sarebbe la differenza?
L’ordinanza di acquisizione cita una cinquantina di verbali della Polizia Municipale, tra marzo 2024 e marzo 2025, nei quali si denuncia la presenza di gruppi di persone tra 35 e 215, intente a pregare. Ma viene da chiedersi: se invece di pregare, quelle persone fossero state venditori riuniti per un corso di formazione, l’atteggiamento del Comune sarebbe stato lo stesso?
L’Amministrazione sostiene che sia legittimo discutere le sentenze, ma non trasformare l’applicazione delle norme in un attacco contro il Comune e i suoi tecnici. Certamente, i funzionari svolgono il proprio dovere, ma sembra che la politica si nasconda dietro di loro per evitare di assumersi le responsabilità di decisioni discutibili.
Anteporre fini politici personali al benessere della comunità è una strategia che alcuni hanno utilizzato persino per ottenere incarichi parlamentari. Un’Amministrazione che si proclama paladina della legalità e della libertà dovrebbe garantire anche il diritto di culto, soprattutto per comunità in cui la spiritualità gioca un ruolo fondamentale.
Questa decisione segna un precedente pericoloso: mostra come un’Amministrazione Comunale possa condurre una battaglia ideologica contro una parte significativa della popolazione, strumentalizzando il concetto di legalità. E lo fa con il consenso di una larga parte dell’elettorato, che alimenta la divisione sociale, trasformando la società in un’arena di conflitti dove si distinguono “amici” e “nemici”. Questa logica dello scontro, sostenuta ed esasperata, rappresenta la base del consenso della destra, ma mina le fondamenta dell’integrazione e del dialogo.
Alla fine, queste politiche creano le premesse per uno scontro sociale nel quale perderemo tutti.