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La guerra giudaica di Gaza – ultima parte

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Di Cosimo Risi

La resistenza giudaica è oggetto di nuove letture accademiche, a gettare una luce di attualità alla vicenda. L’attuale battaglia giudaica di Gaza trova una chiave interpretativa nel passato remoto: nella strenua difesa dell’identità nazionale a cospetto di una minaccia esistenziale quale portata da Hamas nell’ottobre 2023. Il che contribuisce a capire la indifferenza del Governo di Gerusalemme alle critiche interne e internazionali. Non si tratterebbe di un mero atteggiamento tattico, certo il prolungare del conflitto allontana la minaccia giudiziaria dal Primo Ministro, ma di una strategia difensiva declinata all’eccesso.

 Il caso degli Zeloti è significativo. Lo studioso Hershey Friedman approfondisce il rapporto tra la tradizione religiosa e la politica della resistenza. Le Scritture ebraiche sono un punto di riferimento essenziale per giustificare la rivolta armata contro Roma. Gli Zeloti non erano solo fanatici religiosi, ma espressione di una più ampia crisi sociale e politica all’interno della Giudea. Friedman analizza la distruzione di Gerusalemme e del Secondo Tempio nel 70 d.C., traendo lezioni applicabili alla leadership e alla società contemporanea, in particolare agli Stati Uniti.

L’autore esplora i motivi della caduta di Gerusalemme, ponendo l’accento su fattori interni come corruzione, divisioni sociali, estremismo religioso e conflitti tra fazioni ebraiche. Pone a confronto la situazione di Gerusalemme con quella degli Stati Uniti: la polarizzazione politica, la retorica dell’odio, le divisioni sociali possono portare al declino di una nazione, proprio come accadde nell’antichità.
La leadership politica è cruciale per evitare il collasso sociale: i leader devono promuovere l’unità e il dialogo anziché fomentare il conflitto.


Un buon governo dovrebbe puntare su giustizia, equità sociale e rispetto reciproco per mantenere la coesione sociale. La demonizzazione dell’avversario politico può portare a fratture insanabili nella società.  Per rendere l’America (o qualsiasi nazione) veramente “grande” bisogna imparare dagli errori del passato e lavorare per unire invece che dividere. La storia di Gerusalemme nel 70 d.C. è un avvertimento: quando una società si consuma dall’interno, nemmeno la più grande forza esterna può salvarla.

La distruzione di Gerusalemme non è stata percepita immediatamente come un trauma collettivo, la sua memoria si è sviluppata gradualmente. Secondo questa prospettiva, l’evento traumatico è stato rielaborato nel tempo attraverso narrazioni bibliche e testi rabbinici, che hanno costruito un comune patrimonio di ricordi, un impasto di sofferenza e resistenza.

Il patrimonio è destinato a rigenerarsi nell’attuale temperie. Di qui le reazioni del Governo israeliano alle critiche provenienti dalle organizzazioni internazionali.  ONU e Corti Internazionali di Giustizia lanciano messaggi di antisemitismo: sono, come tali, fallaci alla radice. Di qui la pianificazione dell’attacco ai siti nucleari dell’Iran per ritardare la costruzione dell’Arma.

Torna il motivo della minaccia esistenziale, cui opporre una resistenza pugnace. Gioca oggi il fattore alleanze. Scontando la scarsa simpatia della comunità internazionale, rileva il coordinamento con gli Stati Uniti. La dialettica fra Gerusalemme e Washington ci può stare, era acuta con l’Amministrazione Biden, leggera con l’Amministrazione Trump, non può raggiungere il punto di rottura. L’ombrello americano è essenziale sia in fase di difesa che di offesa, lo si è visto nelle tensioni con Iran, Libano, Siria, Yemen.

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