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La guerra giudaica di Gaza – seconda parte

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Di Cosimo Risi

La Giudea del I secolo è una terra segnata da profonde tensioni. La presenza romana si manifesta attraverso governatori, soldati e tributi, la popolazione locale la considera un affronto politico e religioso. L’idea di un dominio pagano su una terra consacrata a Yahweh è inaccettabile a molte fazioni della società giudaica. Di qui una serie di rivolte fino alla grande guerra giudaica (66-73 d.C.).

Alla morte di Erode il Grande (4 a.C.), la Giudea passa sotto il diretto controllo romano. La presenza di governatori romani, tra cui Ponzio Pilato, porta all’’imposizione di tasse, al controllo amministrativo, alle ingerenze nella vita religiosa.

Tra i gruppi di resistenza, gli Zeloti (Ζηλωταί) rappresentano la fazione intransigente e radicale. Essi si rifanno a un ideale di purezza religiosa e di indipendenza politica. Il loro nome deriva dal greco “ζηλόω”, che significa “essere zelante” o “essere ardente”. Ritengono infatti che la lotta contro Roma sia un dovere politico ed  un imperativo religioso.

Tito Giuseppe Flavio li descrive come “un popolo che non accetta padroni se non Dio”.  La loro attività si intensifica durante la prima guerra giudaica (66-73 d.C.), culmina nella resistenza a Gerusalemme e, successivamente, nella roccaforte di Masada.

Nel 66 d.C., la ribellione esplode con violenza. Gli Zeloti prendono il controllo di Gerusalemme e cacciano la guarnigione romana. La loro incapacità di unirsi sotto un’unica guida e le lotte interne minano la resistenza. Nel 70 d.C., dopo un lungo assedio, l’esercito romano guidato da Tito espugna Gerusalemme. Il Tempio è distrutto.

Giuseppe Flavio racconta in dettaglio gli eventi che portano alla ribellione contro Roma, l’assedio di Gerusalemme e la caduta della città: “Una cosa che colpisce è poi il corso preciso della ruota del destino; infatti, come ho già notato, esso attese il ritorno dello stesso mese e dello stesso giorno in cui il tempio era stato precedentemente incendiato dai babilonesi”.

Gli uomini non possono sfuggire al loro destino nemmeno se lo prevedono. Una parte degli Ebrei interpreta la distruzione di Gerusalemme come il compimento di una profezia biblica: un destino inevitabile secondo la volontà divina. La distruzione del Tempio pone fine alla rivolta, avvia la diaspora ebraica, trasforma la natura del giudaismo.

L’ultimo baluardo della resistenza giudaica è Masada, una fortezza nel deserto prospiciente il Mar Morto. Un migliaio di ribelli, tra cui donne e bambini, resistono fino al 73 d.C. Quando diviene chiaro che la sconfitta è inevitabile, i difensori preferiscono il suicidio collettivo alla resa.

La caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio hanno conseguenze enormi per il popolo ebraico. La diaspora disperde gli Ebrei in tutto l’Impero Romano, ridefinisce l’identità ebraica, porta la popolazione a adattarsi alle nuove realtà politiche e sociali. La fine del sacerdozio del Tempio trasforma il giudaismo, che si basa sempre più sulla Torah e sulla tradizione orale, con la rinnovata centralità della sinagoga come luogo di culto e aggregazione.

La dominazione romana si rafforza ulteriormente. La Giudea è una provincia ancora più sorvegliata e sottoposta a pesanti imposte. Si consolida il potere imperiale su una regione assai turbolenta.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org