di Simonetta Lucchi – Bolzano
Meriterebbe di essere maggiormente approfondita la storia della famiglia Berghinz, sicuramente originaria della Val d’Isonzo, probabilmente anche in riferimento al ramo che emerge all’attenzione nella seconda metà del sec. XIX per l’attiva presenza di alcuni suoi membri nella vita della comunità udinese. Di questo periodo si ricorda Giuseppe Berghinz (1843-1900) che si dedicò all’attività di famiglia, il commercio dei cascami di seta e le cariche assunte nell’amministrazione comunale e nella Banca cooperativa udinese. Guido (1872-1940) fu docente di pediatria all’Università di Padova e direttore del nuovo ospedale di Udine dal 1905 al 1939, oltre che autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Raffaele (1879-1954), avvocato, ricoprì l’incarico di Ufficiale istruttore del Tribunale di guerra durante il primo conflitto mondiale e quindi di commissario governativo in alcuni Comuni friulani negli anni Venti. Studioso di storia locale, si inserì nel contesto culturale cittadino quale socio corrispondente dell’Accademia di Udine e membro della Società filologica friulana. La moglie Maria era figlia di Pietro Piani e della nobile Teresa Vanni Degli Onesti di Fagagna. Giuseppina, l’artista della famiglia, si dedicò all’insegnamento della pittura. E’ trascorso poco tempo anche dalla scomparsa di Alessandro Berghinz, il 29 gennaio 2025, che ricordava la sua come una famiglia di patrioti, fra combattenti accanto a Garibaldi e resistenti durante la Liberazione: una vita spesa nella politica, nel sociale e nel volontariato, cugino della Medaglia d’oro al valor militare Giovanni Battista Berghinz, i funerali si sono tenuti nel Duomo di Udine. E prima di ripercorrere, in occasione di questo 25 aprile, l’importante e significativa vicenda di Giuseppe Berghinz, un pensiero va ai Berghinz isontini, miei stessi parenti, tenaci anch’essi come i precedenti nominati: Anna, contadina e maestra sia in scuole italiane che slovene, Anastasia, dai lunghi capelli rossi, domestica a Trieste, suo fratello, Joziph, internato in Germania, il fratello Mario morto sul Don, il padre geniale e sfortunato, Anton. Ne ho scritto nel mio ultimo libro “Freddo in Noi. Racconti a Nord Est” (gruppo Santelli ed.). Perché anche le piccole storie sono illuminanti, di un periodo. Quello tragico, per il Confine Orientale, della Prima e Seconda Guerra Mondiale. Un vortice da cui famiglie plurilingui, multiculturali, povere o ricche, giovani e vecchi, donne e uomini, sono stati ugualmente investiti. E mi piace pensare che la mia trisnonna si fosse incontrata con la madre di Giuseppe Berghinz, entrambe agli ultimi mesi di gravidanza, profughe sui carri o a piedi, e si siano scambiate parole di speranza e timore. Sul futuro, incerto, che le aspettava. E una ebbe una bambina, Maria, il parto avvenne a Vercelli. Morta poi a un anno per la febbre spagnola. Giovanni Battista nacque invece a Montecatini l’ 8 febbraio 1918. Fu un tragico destino anche il suo, quello che lo portò a morire a soli 26 anni a Trieste, dopo un lungo giro, proprio vicino alla terra d’origine della sua famiglia. Ventisei anni vissuti però intensamente.
Cresciuto sotto il fascismo, intraprese la carriera militare: fu destinato all’Africa Orientale italiana, e in Abissinia si distinse per alcune azioni.
Ebbe in quelle imprese modo di vedere e riflettere sul senso della guerra e sulla sua realtà, che non era quella esaltata dalla propaganda di parte.
Restò in Africa fino alla conquista britannica, poi rientrò in Italia e fu quindi destinato al fronte francese. L’ armistizio dell’ 8 settembre lo colse proprio in Francia, all’ aeroporto di Hieres. Rifiutò decisamente di aderire alla repubblica Sociale, come invece fecero parte dei membri dell’ Aeronautica e dei reparti di volo dell’Esercito, e questo segnò le sue scelte future.
Riuscì sempre a fuggire dalla Gestapo, per raggiungere sulle montagne del Friuli i partigiani della Brigata Osoppo. E fu un gioco del destino ritornare proprio nei luoghi da cui la sua famiglia era partita tanto tempo prima.
Combatté con il nome di battaglia di “Barni”, trovando anche il tempo per conseguire la laurea in Legge nell’Università di Bologna appena liberata dai nazi-fascisti. In un’azione dietro le linee nemiche, fu tuttavia catturato dai nazisti ed internato nel campo di sterminio di San Sabba.
Ebbe la sfortuna di incrociare sulla sua strada, o meglio, nei corridoi delle carceri, Odilo Lothar Ludwig Globocnik, generale e politico austriaco, di nazionalità slovena e nato a Trieste. Ufficiale delle SS e supervisore della costruzione di diversi campi di concentramento in Polonia, fu uno dei maggiori responsabili dello sterminio di milioni di persone durante l’Olocausto. Noto anche come “boia di Lublino, il compito principale di Globočnik consisteva nel combattere i partigiani, ma iniziò anche una tragica opera di persecuzione degli ebrei italiani: di questi 1450 transitarono per la Risiera di San Sabba prima di essere deportati nei campi di sterminio nell’Europa centrale o lì furono direttamente eliminati.
Aveva i begli occhi verde azzurri della famiglia Berghinz, Giuseppe, ma si sa solo che li perse, in quei giorni: fu torturato crudelmente e per lungo tempo al fine di estorcergli il nome dei suoi compagni, inutilmente.
Reso ormai quasi completamente cieco, seguì il destino degli altri prigionieri, forse impiccato, forse fucilato, o nelle camere a gas. Poche altre notizie sono disponibili.
Venne insignito della medaglia d’oro al valor militare. Ma raccontiamo le piccole e grandi storie di coraggio, per questo 25 aprile. Il fascismo e il nazismo non sono un’opinione. E c’è sempre chi combatte, in diversi epoche e diversi modi, per la libertà.