di Davide Strukelj
Cari amici monfalconesi (e non…), oggi mi rivolgo a voi con un ragionamento un poco lungo. Se avrete voglia di seguirmi, armatevi di pazienza e di un calice da degustare durante la lettura, così, se quest’ultima non risultasse meritevole, almeno vi resterà il ricordo di un buon vino.
Cominciamo.
Nella nostra città, da anni, si consuma una dialettica politica molto incentrata sull’identità. Identità locale, identità straniera, identità musulmana… tutto ruota intorno a questa benedetta identità. Proprio per questo, e da molto tempo, avrei voluto chiedere ad alcuni politici locali, tipicamente ai conservatori, cosa sia secondo loro questa benedetta identità locale di cui tanto discutono. In verità non ho mai trovato il momento giusto, ma forse e più propriamente, non ho mai trovato il coraggio di farlo, sapendo che il coraggio, in realtà, sarebbe stato quello necessario a sorbirmi delle orride spiegazioni.
E così, discorrendo con voi, vorrei partire da questa citazione: “In certi discorsi sull’immigrazione, per esempio, non è difficile udire la denuncia di una cultura che ha già perso la propria identità e che si spaventa nel vedersi confrontata a un’altra ancora in vita. Questa denuncia non esprime l’identità ma ne rivela la perdita.”[1]
Prima di entrare nel dettaglio, vorrei evidenziare che secondo questo autore (e anche secondo molti altri), l’identità è l’espressione di una cultura, tanto che l’identità di un individuo o di un gruppo è plasmata e influenzata dalla cultura in cui quell’individuo o quel gruppo si sono formati. Bene.
Molti di voi si staranno ora chiedendo chi mai potrebbe aver scritto la citazione che ho riportato sopra. Forse un filosofo di sinistra? Un radical chic? Un pseudo-pensatore di qualche centro sociale? No, non è così. L’autore di questa citazione è Alain de Benoist.
Chi è Alain de Benoist? Vabbè, dovete sapere che de Benoist è uno dei principali teorici della nuova destra, la versione italiana della francese Nouvelle Droite. Aspettate a sorprendervi, perché de Benoist precisa meglio che “è indubbio che la presenza di un nemico designato rafforzi la coesione del gruppo che si ritiene minacciato (e che lo avversa, N.d.A.)” (ibidem). Bella scoperta, direte voi: lo sosteneva Le Bon[2] 130 anni fa e ce lo ha ripetuto bene Eco[3] parlando di fascismo eterno. Ma aggiunge, sempre de Benoist, che “questa denuncia (quella di chi avversa gli immigrati, N.d.A.) non esprime un’identità ma ne rivela la perdita” (ibidem). Avete capito bene, chi si lamenta dell’arrivo degli immigrati e vuole preservare la propria identità, lo fa perché sa di averla già persa. Solo per questo.
Ecco dunque che chiedere che cosa sia l’identità “autoctona” agli autoctoni che avversano gli immigrati è del tutto inutile, visto che questa continua lotta contro gli immigrati rivela esattamente la perdita di identità degli autoctoni stessi. Questo secondo Alain de Benoist, ovviamente.
Ok, diciamo pure che il teorico della nuova destra non ci piace tanto, né a noi progressisti (in senso lato) e nemmeno ai conservatori locali, almeno da oggi in poi… E allora proviamo ad affrontare l’argomento da un altro punto di partenza.
Secondo Edgard Schein[4] le organizzazioni, e più generalmente i gruppi di persone, tendono a formare una loro cultura, dalla quale, come abbiamo visto, deriva una percezione di identità. Ora, le varie culture si differenziano nel tempo e nello spazio per varie caratteristiche, cosicché alcune culture divengono culture “forti”, mentre altre rimangono o diventano culture “deboli”. Quando una cultura forte incontra una cultura debole, la cultura debole viene fagocitata dalla cultura forte.
E sapete perché una cultura diviene forte? Ebbene, una cultura diviene forte sulla base delle difficoltà che il gruppo ha affrontato e ha superato nel tempo. In altre parole, una cultura si radica nel gruppo e diventa elemento fondamentale della sua identità in base ai risultati che ha conseguito nel tempo, ovvero in base ai successi che ha portato alla comunità, superando le difficoltà e producendo miglioramenti e progresso. Ovviamente, quanto più questi successi sono recenti, tanto più essi concorrono a produrre un’identità forte e vincente.
Vi dice qualcosa?
Proviamo ancora un altro approccio.
In un bel saggio sulla conquista del nuovo mondo da parte degli spagnoli, l’intellettuale bulgaro-francese Tzvetan Todorov [5] delinea le dinamiche che segnarono le vicende storiche delle conquiste di Cortés, alcuni racconti di Las Casas e le tristi vicende delle popolazioni dell’America centrale negli anni successivi alla celebre scoperta di Cristoforo Colombo.
Sostiene Todorov che uno dei motivi per cui Cortés ebbe vita facile con le popolazioni locali risiede nella capacità comunicativa, e specificatamente nella facilità di interpretazione e comprensione del linguaggio e della cultura delle popolazioni locali, cosa che gli permise di soggiogarli rapidamente volgendo a proprio favore usanze e credenze di quelle genti. Dice Todorov che questo processo fu agevolato dal fatto che gli spagnoli (di quel tempo) erano molto abituati a confrontarsi con altre culture e lingue (dominazioni arabe, conflitti europei, culture cristiane, musulmane ed ebree, guerre commerciali con portoghesi, francesi, inglesi e olandesi, eccetera). Le popolazioni centro-americane, invece, pur registrando una certa dinamicità culturale e politica, godevano di relativa stabilità e pochi conflitti inter-culturali.
In altre parole, gli spagnoli erano abituati a confrontarsi con l’”altro”, e a dover sopravvivere al confronto (che spesso era vera e propria sopraffazione), i centro-americani molto meno. Questa “abilità” li rese più furbi e scaltri nel soggiogare il nemico.
Bene. Ora proviamo a fare un riassunto.
Secondo alcune interpretazioni, chi parla troppo della difesa dell’identità, nei termini dei rischi cui sarebbe esposta a causa dell’arrivo di immigrati, sta solo denunciando la cronica perdita di una propria identità culturale (vedi de Benoist).
D’altro canto, una cultura è forte quando il gruppo che la detiene è stato capace di affrontare difficoltà, trovare soluzioni e così confrontarsi con altre culture preservando la propria identità. Chi invece è poco coeso, ha vissuto nella bambagia e non ha superato dei veri problemi nel suo recente passato, si trova in una posizione di debolezza e vive con angoscia il rischio di essere sopraffatto (vedi Schein).
Inoltre, le culture capaci di dialogare con l’”altro”, e capirne l’identità, risultano maggiormente adatte a gestire processi di coesistenza, sperabilmente senza soggiogare nessuno, ma semplicemente coordinando i processi di convivenza e preservando le proprie peculiarità culturali (vedi Todorov).
Ora finisco, promesso, con questa domanda: alla luce di quanto sopra, secondo voi, cosa dovrebbero fare gli autoctoni monfalconesi (perché immagino ce ne siano, eh…) per preservare la loro mitologica identità? E soprattutto, questo continuo gridare “Al lupo! Al lupo!” della destra cittadina serve davvero a qualcosa che non sia solo becera propaganda? (vedi Le Bon ed Eco).
Naturalmente lascio a ciascuno di voi la risposta, scusandomi per la limitatezza di contenuti e per l’estrema sintesi rispetto a un tema così complesso… e soprattutto sperando che il vino che avete degustato abbia valso la pena, almeno lui, di arrivare fin qui.
Davide Strukelj
[1] Alain de Benoist, “La scomparsa dell’identità”, titolo originale “L’identité sans fantasmes”, 2023
[2] Gustave le Bon, “Psicologia delle folle”, titolo originale “Psychologie des Foules “, 1895
[3] Umberto Eco, “Il fascismo eterno”, titolo originale “Eternal fascism”, 1995
[4] Edgar H. Schein, “Cultura d’azienda e leadership”, titolo originale “Organizational culture and leadership”, 1985
[5] Tzvetan Todorov, “La conquista dell’America – il problema dell’altro”, titolo originale “La conquete de l’Amerique. La question de L’autre”, 1982