apertamente_logoapertamente_logoapertamente_logoapertamente_logo
  • Home
  • Statuto
  • Persone
  • Scrivono per noi
  • Attività
  • Premio Roberto Visintin
  • Contatti

Libano alla svolta.

Categories
  • Mondo
Tags

Di Cosimo Risi

Da oltre due anni il Libano era sospeso nel vuoto istituzionale. Non bastassero i numeri dell’economia a generare inquietudine. Il tasso d’inflazione al 192%, il debito pubblico al 195%, il PIL a -6%, la lira a -98% rispetto al 2019. Per non parlare della disoccupazione galoppante fino a condizioni di estrema precarietà sociale, tali da favorire l’assistenzialismo di Hezbollah al sud, nella replica del modello Hamas a Gaza: e cioè milizia armata, partito politico, approccio umanitario. Un trittico volto a guadagnare il consenso della popolazione e non solo il rispetto per il timore.

            Joseph Aoun è eletto Presidente del Libano con 99 voti su 128. Il rivale Suleiman Frangieh, anch’egli cristiano e ben visto da Hezbollah, si ritira dalla corsa e decide di appoggiare il candidato vincente. Aoun, già capo delle forze armate, giura da Presidente in giacca e cravatta e comincia a ricevere i dignitari stranieri venuti ad assicurargli l’appoggio nella titanica opera di ricostruzione.

Anzitutto la Francia, che sul Libano vanta un droit de regard che discende dall’antica spartizione delle quote mediorientali con la Gran Bretagna, l’accordo Sykes-Picot (1916) sulle spoglie dell’Impero Ottomano. Ma anche e soprattutto di Stati Uniti e Arabia Saudita. Il Regno s’impegna infatti nel sovvenzionare la ripresa, a misura della distanza che il “nuovo” Libano prenderà dall’Iran.

            La finestra è stretta. Da novembre 2024 vige il precario cessate il fuoco fra Israele e Hezbollah. La tregua è violata da ambedue le parti, Hezbollah continua a minacciare sporadicamente gli insediamenti nel nord d’Israele, le IDF penetrano in Libano a caccia di terroristi e per smantellare quel che resta dell’apparato militare della milizia. La relativa tranquillità regge, malgrado tutto. Dovrebbe consentire alle LAF (Lebanese Armed Forces) ed all’UNIFIL di prendere il pieno controllo della zona confinaria, sulla base della vetusta, e finora disapplicata, Risoluzione ONU 1701/2006. Israele fuori dal Libano, Hezbollah al nord del Fiume Litani, in mezzo una no man’s land, una zona cuscinetto guardata appunto dal contingente internazionale, cui l’Italia contribuisce largamente, e dall’esercito libanese.

            Il fatto che Aoun provenga dalle LAF dovrebbe facilitarne la tenuta. Le LAF riflettono la variegata composizione etnica e confessionale della Repubblica. Musulmani sciiti e sunniti, cristiano-maroniti, drusi: tutte le componenti dovrebbero unirsi nel patto di difesa nazionale.

            La svolta è possibile, non si sa quanto probabile. Non è la prima volta che si tenta la stabilizzazione del Libano come termometro della stabilizzazione regionale. Stavolta le premesse ci sono. Sulla svolta pesa la politica energica, per non dire brutale, del Governo Netanyahu.

Impegnato su vari fronti, Israele ha decapitato i vertici di Hezbollah e smantellato le strutture militari, con la motivazione dell’autodifesa: proteggere i propri cittadini del nord, migliaia di sfollati interni, dai lanci di razzi dal Libano. Ha smantellato le infrastrutture iraniane in Siria, con ciò favorendo la caduta del regime degli Assad, di cui ha spezzato il legame con Teheran e fiaccato quello con Mosca. Ha smantellato l’apparato di difesa contraerea dell’Iran, così aprendo la possibilità al blitz sui siti nucleari se e quando riceverà il via libera da Washington.

            La partita si gioca lungo l’asse Gerusalemme-Teheran-Washington, con Mosca da convitato di pietra. Alti militari americani continuano a visitare i colleghi israeliani per essere pronti in qualsiasi momento giunga l’ordine. Se, quando, da chi?  Sono tre domande in attesa di risposta.

L’atteggiamento di Trump è ermetico sul punto. Scontata la sua contrarietà di principio all’Iran, durante il precedente mandato uscì dal Piano d’azione sul nucleare voluto da Obama, sembra oscillare fra la ricerca di un nuovo e più stringente compromesso con l’Iran e la minaccia di disgregarne l’apparato nucleare, da solo o per il tramite di Israele. La minaccia militare servirebbe ad ammorbidire la teocrazia per indurla a più miti consigli. La soluzione ottimale sarebbe il ribaltamento del regime, il cui tasso di impopolarità è alto presso i giovani e le donne. La maggioranza delle donne rifiuterebbe l’abbigliamento tradizionale, non solo in privato dove è quasi prassi, ma persino in pubblico, dove pure si rischia l’arresto.

La scena mediorientale si muove sotto l’effetto Trump e con la preparazione di Netanyahu, il suo amico della prima e dell’ultima ora. Il Primo Ministro vanta già innumerevoli telefonate con il Presidente eletto: tutte, a suo dire, cordiali e costruttive.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org