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Agenda per il 6 novembre.

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di Cosimo Risi

Chiunque vinca il 5 novembre, smaltita l’euforia del successo, dall’indomani dovrà studiare i dossier principali di politica estera, ai quali conferire la propria esperienza, la propria cultura, la propria origine.

Ambedue i candidati alla presidenza americana hanno esperienza internazionale. Donald Trump è stato quattro anni alla Casa Bianca come Comandante in capo. Ora dichiara di avere la ricetta risolutiva per le crisi in atto. Anzi: le crisi non sarebbero scoppiate con l’intensità che conosciamo se lui avesse avuto responsabilità di governo al posto di Joe Biden.

Kamala Harris viene da circa quattro anni di Amministrazione in qualità di Vicepresidente. Non è lo stesso che essere Comandante in capo, le pesa l’essere stata tenuta a distanza dalle questioni scottanti e relegata in un ruolo di rappresentanza. Fino ad essere ripescata come candidata dopo la rinuncia di Biden.

Le loro formazioni sono diverse. Trump, sia pure nella sua maniera a volte urlata, ha coscienza dell’origine europea, un incrocio di Scozia e Germania. La moglie è slovena e cattolica, la prediletta figlia Ivanka è ebrea per matrimonio. L’Europa lo irrita: è sostanzialmente ignava e riottosa a provvedere alla propria sicurezza. Spende più soldi per il welfare, il famoso European way of life, che per gli armamenti. Tanto a quelli pensano gli Americani: sono seguaci di Marte quanto gli Europei sono seguaci di Venere, secondo un vecchio detto neoconservatore.

Harris non ha alcunché di europeo. Di padre giamaicano e madre indiana, essa stessa esoticamente coloured, non è mai stata particolarmente vicina alle vicende europee. È probabile che da Presidente guarderà all’Indopacifico ed all’America Latina, quella che tradizionalmente gli Stati Uniti considerano il ridotto di casa.

Mentre Trump ha un interesse quasi familiare per il Medio Oriente, il genero Jared Kushner era il suo inviato nell’area e continua a dettare la linea sul futuro di Gaza, Harris asseconda Israele da tradizione democratica. Allo stesso tempo strizza l’occhiolino alla comunità arabo-americana in cerca del suo voto. Che sarà meno determinate di quello ebraico, ma comunque farebbe numero se lo scarto fra i candidati fosse stretto.

Quale che sia l’esito del voto, l’Europa sarà chiamata ad una prova di maturità. Non c’è niente di più salutare di una crisi esterna per richiamarci alle nostre responsabilità ed avvertirci circa le priorità strategiche. La sicurezza è in testa alla lista. Sicurezza variamente declinata: sanitaria dopo la pandemia e nel timore di nuove, militare per le minacce che vengono dall’esterno, ambientale.

Sullo sfondo è l’irrisolto tema del rapporto con Ucraina e Russia. Lo stiamo affrontando in maniera correttamente emotiva grazie al sostegno a Kiev. Dovremo affrontarlo in maniera freddamente razionale in vista di un negoziato. Il conflitto, avviato al terzo anno, deve chiudersi in qualche modo. L’agognata vittoria sul campo dei Nostri è lungi dal manifestarsi.

Un timido segnale verso il disgelo è dato dalla prossima missione a Malta del Ministro russo degli Esteri. Sergej Lavrov si recherà per la prima volta in uno stato UE dal 2021, per una riunione dell’OSCE. L’Organizzazione con sede a Vienna dovrebbe garantire la sicurezza europea, al pari di altre organizzazioni internazionali segna il passo.

Che la ministeriale di Malta rilanci l’OSCE è una speranza da coltivare, se vogliamo rimettere  il rapporto con Mosca nei binari del confronto diplomatico.

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