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Di linee rosse che impallidiscono in rosate.

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Di Cosimo Risi

Di linea rossa, o red line per dirla in diplomatichese, ricordiamo quella tracciata da Barack Obama nei confronti della Siria di Bashar al-Assad. Se il Presidente siriano l’avesse superata adoperando le armi chimiche contro la sua stessa popolazione, gli Stati Uniti gli avrebbero dato una lezione da ricordare. Assad superò la linea rossa e fu salvato in corner da Vladimir Putin, il russo si fece garante della sua buona condotta. Allora funzionava il duopolio russo-americano, le due superpotenze si sostenevano a vicenda, nel comune obiettivo di non superare le rispettive linee rosee. Oltre sarebbe scoppiata la guerra nucleare che nessuna voleva e neppure ipotizzava a scopi propagandistici.

Un’altra linea rossa è stata tracciata da Joe Biden nei confronti di Israele. Rafah non si tocca, troppi civili ammassati nell’ultimo ridotto di Gaza, l’assalto finale a Hamas comporterebbe una nuova strage degli innocenti. Un prezzo troppo salato per un’Amministrazione democratica che si erge a paladina dei diritti umani. Per non parlare delle ripercussioni che avrebbe sull’elettorato americano alla vigilia delle presidenziali.  Al solito il dossier Israele da punto dell’agenda internazionale è motivo di dibattito politico interno.

Le IDF sono entrate a Rafah, controllano la porta di accesso all’Egitto, la controllano d’intesa con l’esercito egiziano, scoprono gallerie note agli Egiziani, che questi “per disattenzione” non avevano bloccato, ne rivelano di nuove. Le gallerie avrebbero fornito armi a Hamas anche dopo l’ottobre 2023. Un arsenale di fortuna ancora funzionante in piena crisi. La buona notizia è che l’Egitto continua ad essere, con il Qatar, l’onesto mediatore per il rilascio degli ostaggi. La cattiva notizia è che due soldati egiziani sono stati uccisi in scontri a fuoco con i colleghi israeliani. Un tragico errore, dichiara il portavoce IDF. Errore da parte di chi?

La linea rossa di Rafah è apparentemente varcata da Israele, l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti non è scalfito. Al Consiglio di Sicurezza la delegazione americana blocca la proposta di risoluzione dell’Algeria per l’immediato cessate il fuoco.

In Ucraina un’altra linea rossa sta per cadere. Sul fronte europeo le parti interessate sono numerose e ciascuna è portatrice di una diversa visione. Il Segretario Generale NATO, sempre più portavoce delle istanze dei membri bellicisti, vuole che le armi occidentali fornite all’Ucraina siano utilizzate sul suolo russo. In chiave di difesa avanzata: per colpire principalmente le postazioni russe da cui partono gli attacchi devastanti sulle città ucraine di confine.

Gli Stati Uniti stanno per autorizzare l’uso delle loro armi fuori area, farebbero così cadere la linea rossa del divieto. Altri stati membri, i paesi dell’Est europeo in testa, seguono l’esempio. Resiste l’Ungheria di Orbàn, da sempre schierata fra i dialoganti con Mosca. È scossa dai dubbi l’Italia. La Presidente del Consiglio propende per rafforzare la contraerea ucraina in Ucraina, lascia trapelare l’intenzione di desecretare quantità e qualità delle armi italiane fornite a Kiev. 

Il timore presso alcune cancellerie, quella tedesca tace come d’abitudine da qualche tempo, è che superare questa linea rossa induce il Cremlino a superare la linea rossa dell’impiego di armi nucleari tattiche. Solo per una esercitazione dimostrativa nell’immenso retroterra russo? O sul campo di battaglia se non al confine con un paese baltico? I Baltici sono membri NATO, implicarli nella guerra significa chiamare l’intervento dell’Alleanza nel suo insieme. Uno scenario a dir poco inquietante.

Di linea rossa in linea rossa, in spregio della coerenza originaria, rischiamo di trovarci nel campo rosso della battaglia frontale con il nemico che non avremmo voluto dichiarare tale.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org