di Enrico Bullian del 26/4/2024
Solitamente ci si sofferma sulla Liberazione dal nazi-fascismo e sulla Resistenza armata che si organizzò fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, quando Alleati e Partigiani vinsero la Seconda Guerra Mondiale. Spesso si ricordano la brutalità delle dittature fasciste e naziste, con i loro sistemi totalitari liberticidi e assassini e si cerca di attualizzare il portato storico e ideale dell’antifascismo.
Oggi proviamo a compiere un viaggio nel tempo, a tappe. Fra poco consegneremo la Costituzione ai 18enni, nati nel 2006. Facciamo un salto all’indietro di un secolo e vi immaginiamo come quelli del “1906”: nel 1924 avreste avuto 18 anni.
Il 1924 è l’anno chiave per il consolidamento di Mussolini come Primo Ministro: o il regime si assesta e si rafforza trasformandosi nella dittatura del Duce o tutto potrebbe rientrare nelle dinamiche conflittuali ma contenibili all’interno dello Statuto Albertino, concesso nel 1848 dal re di Sardegna Carlo Alberto ai sudditi, che poi rimase in vigore nell’allora Regno d’Italia costituitosi nel 1861. All’epoca, dunque, non ci sarebbe stata nessuna Costituzione da ricevere, perché la regolazione dei diritti e dei doveri era ancora a uno stadio molto più arretrato di oggi. Forse ci è difficile immaginare le condizioni di vita di solo un secolo fa, quando trovavamo un Italia ancora in gran parte rurale (ad eccezione di alcune aree industriali, fra le quali anche il Monfalconese passato all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale e già allora caratterizzato dalla cantieristica navale introdotta dall’Impero Austro-ungarico). L’analfabetismo era diffuso e il suffragio universale maschile in Italia era stato introdotto da poco, nel 1912. e fra gli 8, 4 milioni di votanti uomini, 2,5 risultavano analfabeti. Il diritto di voto fu subito sospeso durante la Prima Guerra Mondiale, poi nel 1919 si corse ai ripari introducendo il simbolo dei partiti e dei movimenti politici sulla scheda elettorale per facilitare anche chi aveva poca dimestichezza con la scrittura. Quelle elezioni segnarono una grande avanzata di forze di massa, con metà dei voti raccolti dal Partito Socialista e dal Partito Popolare. Come di lì a poco si finì imprigionati nel regime dittatoriale ve lo lascio come approfondimento da svolgere, mentre mi limito a fornire qualche suggestione. In quegli anni la violenza politica era dilagante, come avvenne a Trieste con il rogo del Narodni Dom ad opera dei fascisti già nel 1920 dimostrando da subito il loro perdurante carattere antislavo, e poco dopo, nel 1922, i fascisti marciarono su Roma e il Re, anziché proclamare lo Stato d’Assedio, incaricò Mussolini di formare il nuovo Governo. Le successive elezioni si tennero in un clima di intimidazioni e scontri, con violenza esercitata soprattutto dai fascisti per evitare la libera espressione del voto. Fu il deputato Giacomo Matteotti, socialista riformista, a denunciarli pubblicamente e il 10 giugno 1924 fu per questo barbaramente sequestrato e assassinato da una squadra fascista. Lo ricordiamo nel centenario della sua dipartita, per omaggiare tutti i caduti per la Libertà nel corso del ventennio fascista. Qui la storia si trovò al bivio: le divisioni delle opposizioni e la secessione dell’Aventino con la ritirata dal Parlamento, consentirono a Mussolini di assumersi la responsabilità politica, morale e storica del clima nel quale l’assassinio si era verificato e aprirono alla fase di instaurazione del regime più feroce, realizzato attraverso le leggi fascistissime del 1925/26, dove fu codificata l’esistenza unicamente del Partito fascista (con la messa al bando di ciò che restava degli altri), la Camera dei Fasci e delle Corporazioni in sostituzione di quella dei Deputati, il solo sindacato fascista, la compressione delle libertà (fra cui quella di stampa e il diritto di sciopero), l’instaurazione del Tribunale speciale fascista, la trasformazione delle elezioni liberali in plebisciti a favore del regime. Qui a Turriaco avreste assistito, come in molti altri Comuni italiani, all’invio da parte dei Prefetti di una lettera ai Sindaci – che a breve non avreste più eletto, ma sarebbero stati nominati dai Prefetti stessi – per far conferire la cittadinanza onoraria a Mussolini, il capo del Governo in carica. A Turriaco solamente tre anni fa il Consiglio comunale revocò quest’onta che era andata nel dimenticatoio.
Dal 1926 gli spazi per gli oppositori diminuirono sempre più e furono gli anni più duri. A quel punto sareste stati poco più che ventenni. Se aveste avuto la forza, il coraggio, la determinazione per non chinare la testa al regime e attivare una prima Resistenza, avreste avuto due strade principali: espatriare, come avvenne per molti militanti di tutte gli orientamenti politici che si opponevano al regime; oppure aderire a quel che restava dell’organizzazione clandestina del Partito Comunista, sostanzialmente l’unica struttura di opposizione rimasta operativa nel Paese fra mille difficoltà, che nel territorio aveva alcune cellule soprattutto nel Cantiere navale di Monfalcone, come documentato nel libro di Galliano Fogar, “L’antifascismo operaio monfalconese fra le due guerre”, che riporta una interessante testimonianza di Fabio Vittor, che avrebbe potuto essere un vostro compagno di lavoro dell’epoca, un vostro maestro-caposquadra che aderiva al Partito comunista clandestino.
«nel ’29, io ero caposquadra, avevo 15-20 o 30 fra operai e ragazzi. Il partito diceva che bisognava sabotare tutto: ma se hai un disegno davanti a te, io dicevo, a questi ragazzi che sono giovani non puoi che insegnare a fare questo disegno e non a rovinare tutto, rovinare i motori. Ma allora quando noi arriveremo a fare la rivoluzione chi farà le navi dopo?». In ciò Vittor era in contrasto coi dirigenti. «Era il 1929-30… Mi sono trovato con un compagno che qui ha scritto la sua vita, Antonio Sfiligoi che è stato il mio maestro, era più che mio padre, a discutere questi problemi e gli ho detto: compagno insegniamo ai giovani a lavorare. Quando abbiamo fatto le navi belle le facciamo saltare magari, ma dobbiamo imparare a fare le navi! Invece no, tu come comunista dovevi sabotare. Su questo io non ero d’accordo e mi sono trovato per circa tre mesi in lotta con tutti coloro che mi erano superiori, compreso quello che ha preso 16 anni (Giovanni) Godeas e anche Donda Camillo. Loro erano del comitato regionale».
Nelle parole di Vittor è ben marcato il senso dell’etica del lavoro propria dell’operaio di mestiere, del militante legato malgrado tutto alla sua professionalità di operaio, di cui sente l’orgoglio, delle contraddizioni e delle contorsioni interiori che viveva.
Fra il 1925/26 e l’azzardato ingresso in guerra del 10 giugno 1940 per coronare i sogni imperiali del fascismo, avvennero fatti tremendi nella fase di massimo consenso del regime, che ripercorriamo per sommi capi e che avreste subito:
La “soluzione finale” inizialmente non era ancora contemplata, ovvero ciò che avverrà qualche anno dopo con lo sterminio nelle camere a gas nei campi di concentramento. Ma questo ci fa riflettere che quando si avvia un processo discriminatorio – senza soluzione di continuità – si può arrivare alla soluzione finale senza che si possano trovare più blocchi in grado di fermare quel piano inclinato. E nei campi di sterminio potreste aver perso più di qualche vostro compagno, dove morirono 6 milioni di ebrei, ma anche molti zingari, omosessuali, persone con disabilità e oppositori politici, 3 nel caso di Turriaco, che sono ricordati dalle Pietre d’Inciampo che trovate disseminate per le vie del Paese.
Nel 1938 l’Austria fu annessa dalla Germania nazista; poi si arrivò agli accordi di Monaco e al tentativo di Inghilterra e Francia di essere accomodanti con Hitler, così si concessero anche i Sudeti (che appartenevano alla Cecoslovacchia), mentre l’Italia inglobò l’Albania come Protettorato. Ciò non fermò l’espansionismo militarista nazista e la iniziale debolezza delle risposte del “mondo libero” (fra virgolette e con tutti i propri limiti) non evitò la sciagura della Seconda Guerra Mondiale. Solo l’intervento successivo e congiunto degli Alleati (inglesi, americani e russi in primis) e la Resistenza armata dei partigiani europei, dopo lunghi anni di guerra, ribaltò le sorti del conflitto, evitando al mondo la dominazione nazista. Questa risposta ci può fornire molte indicazioni per l’oggi: ritengo non si possa essere mai cedevoli verso i dittatori con manie espansioniste, gli invasori di Stati sovrani e gli oppressori di interi popoli e nazioni. Ciò non significa essere guerrafondai, anzi, come dimostra questo passaggio storico, significa prevenire conflagrazioni belliche potenzialmente peggiori.
In una canzone dei Modena City Ramblers ispirata al romanzo di Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno”, che parla dell’esperienza partigiana che fu parte anche della storia personale dell’autore, si descrive bene la situazione che tanti resistenti di ieri e di oggi erano costretti a vivere, con questa doppia dimensione: da una parte pacifista e legata alla fratellanza universale; dall’altra armata contro l’oppressore, il traditore fascista della Patria e l’invasore nazista.
«Italo sogna un futuro
Dove non si dovrà più sparare
Ma intanto seduto è al bivacco
Coi compagni pulisce il fucile».
Ma riprendiamo le nostre tappe del viaggio. Nel 1946, se foste sopravvissuti a queste intemperie, avreste 40 anni, con due Guerre Mondiali alle spalle, di cui una fu anche guerra civile fratricida fra italiani. Il 2 giugno 1946 avreste votato per l’Assemblea Costituente e per il Referendum fra Monarchia e Repubblica e per la prima volta lo avrebbero fatto anche le donne. Vinse la Repubblica e così, potenzialmente, da allora ogni cittadino può ricoprire anche la carica più alta dello Stato e divenirne Presidente, rompendo con le discendenze monarchiche. Fu eletta l’Assemblea Costituente – di cui fecero parte 21 donne, fra cui Nilde Iotti a cui avete appena dedicato la sala consiliare di questo Comune -, che ci donò la Carta costituzionale che dal 1948 orienta e indirizza il vivere civile in Italia.
Mi permetto una veloce digressione personale: avevo promesso a Silvia che, finito il mandato da Sindaco, il primo 25 aprile l’avrei portata a Casa Cervi a Gattatico in provincia di Reggio Emilia. La vicenda è nota: a fine 1943 il padre Alcide si vide ammazzati per una rappresaglia fascista 7 figli e poco dopo la moglie morì di crepacuore. Divennero delle figure di riferimento per tutti i partigiani e gli antifascisti di ieri e di oggi. Siccome sono qua e non a Gattatico, vi leggo questo passaggio di Alcide Cervi, che ci infonde la forza di ricominciare, anche perché ci sono stati periodi della storia – almeno per l’Occidente e l’Italia – ben peggiori di questo:
«Quando mi dissero della morte dei figli, risposi: “Dopo un raccolto ne viene un altro”. Ma il raccolto non viene da sé, bisogna coltivare e faticare, perché non vada a male. Avevo cresciuto sette figli, adesso bisognava tirar su undici nipoti. Dovevano prendere ognuno il posto dei padri, e bisognava insegnare tutto da capo. Quando tornai dal carcere due mesi dopo nacque il terzo figlio di Gelindo, e gli mettemmo il nome del padre. Questo dunque era il più piccolo e la più grande aveva dieci anni, Maria, figlia di Antenore e di Margherita. Erano piccoli, perciò, ma io gli insegnai lo stesso. Li portai una mattina sul fondo e a quelli che potevano capire gli feci vedere come si falcia, ma prima di tutto come si fa per non tagliarsi le dita, quando si affila la lama».
L’Italia così fu ricostruita e avreste avuto 68 anni nel 1974, anno esattamente a metà fra il 1924 dal quale eravamo partiti e oggi. Se dall’Italia vi sareste guardati attorno, nell’Europa mediterranea avreste trovato (fortunatamente ancora per poco) 3 dittature para-fasciste o militari: la Spagna di Franco, il Portogallo e la dittatura dei colonnelli in Grecia; l’Europa orientale nell’orbita sovietica – ancora per un quindicennio – in mano alle nomenclature del partito unico, anche se di segno opposto, ma pur sempre con una natura totalitaria. Questo per ribadire che i diritti e la libertà non sono conquistati ovunque e una volta per tutte, ma vanno coltivati dalle istituzioni, dalla società e dai cittadini. Per questo ritengo non vada sprecato il diritto-dovere di informarci sulle dinamiche amministrative e politiche e recarci alle urne per scegliere i nostri rappresentanti nelle istituzioni ai vari livelli, da quello comunale a quello europeo, come avverrà proprio qui a Turriaco l’8-9 giugno 2024. E non mi si dica che “i politici sono tutti uguali” e “non cambia mai niente”, ci sarebbero numerosi esempi per provare il contrario: la tendenza e le trasformazioni storiche rapidamente ripercorse oggi già lo dimostrano.
Non per drammatizzare in conclusione, ma per tenere presente cosa diceva il Presidente della Repubblica Pertini, che avreste visto eleggere a quella carica prestigiosa nel 1978, dopo una lunga militanza socialista, dopo aver subito le carceri e il confino fascisti e dopo esser stato partigiano combattente:
«Nella vita a volte è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza».
Ricordiamo questo insegnamento e ricordiamo, come dico sempre a mio figlio Amerigo, che siamo – tutto sommato – nati nella parte fortunata del mondo, dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo che altri hanno conquistato la libertà anche per noi e per chi verrà dopo.
Buona Festa di Liberazione!