di Franco Belci del 1/4/2024
Oggi Ilaria Salis, riportata in tribunale in catene, quasi con irrisione nei confronti dell’Italia democratica, non ha una patria se non la galera. Oltretutto, esposta, come il suo avvocato e a quanti, parlamentari, parenti, artisti, l’hanno raggiunta a Budapest, alle minacce dei neonazisti, sulle quali polizia e giudici hanno fatto finta di nulla.
Ritenuta “pericolosa” dai giudici ungheresi perché, sostengono senza averlo mai provato, avrebbe colpito e ferito due neonazisti, procurando loro una prognosi, rispettivamente, di 4 e 8 giorni, per un ipotesi di reato da 24 anni, dopo aver rifiutato un patteggiamento di 11. Tanto per avere un’idea, in Italia una pena per “lesioni gravi” comporta, a seconda dei casi, da 6 mesi a 2 anni di reclusione, ovvero una multa da 309 a 1239 euro.
L’ineffabile Tajani ha ripetuto, in fotocopia, le stesse parole di due mesi fa: per farla tornare in Italia occorre “Diplomazia, serietà, prudenza”. Perché, naturalmente, l’Ungheria è “uno Stato di diritto”. Non so se si renda conto che ha oltrepassato, contemporaneamente, il confine del ridicolo e quello dell’ignavia.
Ma, come sempre, il, ministro degli Esteri si presta a far da parafulmine alla premier. Il cui silenzio assume un preciso significato: siccome Salis ha un passato di antifascista e antagonista, non va disturbato il manovratore, tanto più se si è in trattativa per farlo entrare nel movimento europeo di cui si fa parte. Nemmeno immaginabile il contrario: per entrare devi rispettare i canoni del diritto UE e mettere ai domiciliari Ilaria, possibilmente in Italia, viste le minacce ungheresi.
Si possono non condividere alcune scelte politiche della Salis, e personalmente, per quanto ho letto, non le condivido. Fatto sta che per quelle scelte non le è stata recapitata alcuna notizia di reato. Ma per la premier campionessa di battute e di faccette il discorso non è quello: semplicemente, non viene considerata parte della “patria” della quale il centro destra si riempie la bocca un giorno si e l’altro anche. Penso d’altra parte che non ne facciano parte anche tanti di noi: per essere inclusi occorre infatti votare (e tifare) Meloni.
Non so se la soluzione possa essere quella di candidarla al Parlamento europeo. Il caso Puigdemont è diverso e va studiato con attenzione. Se qualche partito, tuttavia, decidesse di candidarla con la possibilità di essere eletta, per rispondere con la democrazia alla democratura, avrà il mio voto e, forse, una patria europea.