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Trieste e l’Italia *

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di Franco Belci

Sono passati vent’anni dalla celebrazione del cinquantesimo anniversario del ritorno di Trieste all’Italia e, in questo 2024, si torna alle suggestioni della cifra tonda. In un suo recente editoriale, Fabrizio Brancoli ha messo in guardia rispetto alla “caccia intensiva alle ricorrenze”, alle ripetizioni seriali, suggerendo criteri ispirati alla selettività delle scelte.

E ha citato un bellissimo volumetto che Anna Rossi Doria scrisse 25 anni fa sul rapporto tra storia e memoria. Quest’ultima, sostenne la studiosa romana, “tende a unire presente e passato”; la storia “pur partendo dalle domande del presente, ne certifica e ne persegue la irreparabile separazione”. Tuttavia ci sono fili comuni tra l’una all’altra che chiamano in causa il nesso tra identità e responsabilità. E’ esattamente questo, a mio avviso, il profilo che la città, è chiamata a rappresentare, partendo da quanto di buono ha accompagnato la ricorrenza del cinquantenario, coinciso, va ricordato, con l’allargamento della UE alla Slovenia.

Allora, le due vicende si intrecciarono e si sommarono: il ricordo del ritorno all’Italia si accompagnò ad un’ inebriante sensazione di libertà per il venir meno di quelle barriere con le quali i triestini avevano convissuto per diversi lustri. Seguendo i contorni di questo profilo si possono intravvedere, in filigrana, tre temi. Innanzitutto quello dell’Europa, i cui sommovimenti sono sempre stati decisivi nel determinare il destino di Trieste. Poi quello dei confini e della loro storia complessa e drammatica; infine quello degli orizzonti che la città intende darsi riflettendo su se stessa. Insomma, si dovrebbe rinunciare alla logica generalista e alla retorica celebrativa per cercare tracce magari meno visibili, ma utili al futuro della città. L’allargamento della UE alla Slovenia suscitò grandi speranze. Si poteva immaginare un rinnovato ruolo per Trieste, non più tormentata dai nazionalismi del Novecento, e protesa verso Est in un contesto nel quale si erano da poco spenti gli echi della guerra nei Balcani che avevano raggiunto le nostre case. Si poteva pensare ad un’Europa che fosse soggetto fondato sulla solidarietà, unione di minoranze che, al di fuori di ogni egemonia, si riconoscessero nella costruzione e nel rispetto di regole comuni e nella condivisione dei diritti di cittadinanza e di quelli sociali. Le aspettative di allora sono state deluse, non solo perché il nazionalismo spesso è riaffiorato, sotto la forma rappresa della propaganda.

E’ stata anche l’Unione a fare molti passi indietro. Il modello fondato sulle politiche di bilancio non regge di fronte ai nuovi problemi politici ed economici e alle emergenze sanitarie che il Continente è stato chiamato ad affrontare. E il vincolo dell’ unanimità nelle scelte strategiche è divenuto un serio ostacolo per l’esercizio effettivo di un metodo democratico, sollecitando talvolta lo scambio improprio tra ragioni dell’economia e diritti fondamentali della persona. Infine, si sono rimaterializzati barriere e filo spinato per contenere, peraltro senza successo, i flussi migratori, e appare lontana una soluzione solidale. Ma queste condizioni non si superano tornando indietro: occorre trovare idee ed energie per rilanciare lo spirito e i principi della Carta dei diritti fondamentali di Nizza. Quello che possiamo fare noi triestini, che, per primi, ne abbiamo provato concretamente gli effetti, è testimoniare l’eredità del 2004.

Certo, non sarà qui che si decideranno le sorti dell’Europa. Ma dalla tradizione cosmopolita della città, dalla sua ricchezza culturale, dalle vicende complicate e drammatiche delle sue 5 appartenenze statuali, riscritte in questi ultimi anni da una ricerca storica libera dai condizionamenti della propaganda, possono arrivare contributi importanti.

Abbiamo ancora bisogno di quei “costruttori di ponti”, di quegli “esploratori di frontiera” ai quali si riferiva Alex Langer alla fine degli anni ’80 e che la città, in forma minoritaria, ha sempre saputo esprimere. Persone capaci di coniugare due parole in apparenza opposte: appunto, orizzonti e confini. Sono termini che ispirano infinite metafore. I primi suggeriscono l’idea di spazi infiniti, ma impongono i limiti della percezione. I secondi richiamano chiusure e limitazioni, ma sollecitano anche i concetti di incontro e di passaggio (“cum finis”).

Letti assieme, costituiscono una rappresentazione delle contraddizioni e delle ambiguità della realtà, ma anche della ricchezza intellettuale della città. da Il Piccolo 11 gennaio 2024 *

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