di Franco Belci del 5/12/2023
L’aspetto più interessante nella nascita del nuovo movimento di Alemanno, “Indipendenza!” mi pare, più che il fatto in sé, il feeling che si è instaurato tra chi è legato a mai rinnegate radici fasciste e chi, persone o partiti, si rifà a una genealogia comunista. Una sintonia ufficializzata nel corso dell’evento fondativo, al quale hanno ritirato all’ultimo momento la loro adesione Moni Ovadia ed Elena Basile, quando si sono accorti di fare da involontari testimonial. Marco Rizzo, oggi leader di “Democrazia sovrana e popolare”, ha invece tirato dritto: “Tanti dei miei vecchi compagni del Pci oggi sono al servizio dei banchieri e io non posso parlare con Alemanno?”. La scelta di Rizzo, in realtà, si colloca in un contesto più vasto: Qualcosa di simile sta avvenendo in Germania, dove la “nuova sinistra” di Sahra Wagenknecht e l’estrema destra dell’Afd convergono sul programma di opposizione “al totalitarismo globale e alla guerra alla Russia”.
Dunque, il movimento di Rizzo sembra rappresentare un luogo di aggregazione per convinzioni, modi di essere e di pensare effettivamente affini a quelli che caratterizzano “Indipendenza!”. Le radici comuni affondano soprattutto nel periodo della pandemia: la contestazione delle scelte sanitarie e delle limitazioni alle libertà personali assunte dai governi di allora, spinsero a cercare nuove esperienze e nuove solidarietà, facendo passare in secondo piano le altre dimensioni. Vennero meno posizioni politiche apparentemente inossidabili e si formarono nuovi crinali, sovrapposti a quelli tradizionali. Le une e gli altri sono sopravvissuti alla pandemia, assumendo progressivamente un carattere “antisistema”. Rizzo vuole l’Italia fuori dalla Nato e dalla UE, contesta l’euro e persegue l’obiettivo del conflitto “tra ricchi e poveri” concepito, par di capire, come sbocco escatologico più che come mezzo per cambiare i rapporti di forza. Del resto, per l’ex parlamentare, la “finta destra” e la “finta sinistra” fanno le stesse cose, salvo qualche variante sulle questioni di poco conto, e le classi lavoratrici sono state irrimediabilmentee tradite dai sindacati. Alemanno gli fa eco, affermando che Meloni e Schlein sono interpreti dello stesso copione: vanno perciò organizzate battaglie comuni contro il pensiero mainstream che vedono FdI e PD sostanzialmente accomunati “sulle cose importanti”. Per quanto riguarda valori e riferimenti ideali, si rimane sul terreno dell’indeterminatezza. Il più esplicito è Alemanno, che cita Almirante tra i suoi ispiratori, rivendica le proprie radici culturali nel ventennio e proclama che “sui valori” il suo movimento è “il più a destra di tutti, sui diritti sociali il più a sinistra”. Più nebulosa appare la posizione di Rizzo, anche se non mancano i riferimenti alle diseguaglianze e alla giustizia sociale e si prospetta la ricerca di un soggetto sociale, posto che “i poveri” possano considerarsi tale. Le posizioni sulla famiglia e sull’immigrazione appaiono quantomeno originali: la prima “va difesa, perché è un ordinamento dello stato sociale”; la seconda va affrontata favorendo l’indipendenza dei Paesi africani: “Noi vogliamo che gli africani restino in Africa”. Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle. Rimangono inesplorate intere aree di pensiero politico: dalla questione ambientale a quelle di genere, ai diritti delle persone. Silenzio sulla riforma costituzionale della Meloni, considerata, evidentemente, soltanto una variante del pensiero unico. La visione, insomma, è quella di un mondo semplificato, diviso tra le verità indiscutibili promosse da Rizzo e Alemanno e l’asservimento “al potere” di tutto il resto del sistema. L’informazione è totalmente asservita al potere e i giornalisti, senza eccezioni, “prezzolati” e, per definizione, venditori di falsità. In quanto al passato, con le ingombranti esperienze storiche di destra e sinistra, non ha alcun ruolo. Tuttavia il messaggio ha capacità di presa: il senso di impotenza nei confronti dei centri di potere, lontani e irraagiungibili, è sentimento condiviso, e la complessità dei problemi non trova più spazio e considerazione. Tanto più in una situazione nella quale a sinistra (quella “storica”) latita una capacità di lettura dell’ignoto nel quale siamo precipitati e non si trovano orientamenti adeguati ai nuovi territori da esplorare. Non si tratta di immaginare soluzioni palingenetiche, ma di muoversi con radicalità ed efficacia dentro le contraddizioni del pensiero e delle politiche neoliberiste. Spesso le visioni alternative si formano nella politica quotidiana, come sosteneva lucidamente Alex Langer che affidava alle “utopie concrete” “un assaggio del mondo che deve venire”.