di Marina Mastroluca Strisciarossa
“Un posto minuscolo. Quattro pareti e una porta di ferro, tutto dello stesso colore, spesso bianco. Non c’è luce naturale nella cella. Non c’è aria. Non puoi sentire nessun rumore là dentro, e non puoi parlare o interagire con nessun altro essere umano. Non ci sono giornali, libri, carta e penna. Non hai niente, eccetto tre sottili, logore coperte, una camicia e un paio di pantaloni. Un secondino può autorizzarti ad usare il bagno e la toilette oppure no”. Un mondo sospeso, senza colori. Con gli occhi bendati, o le luci sempre accese, 24 ore su 24, i carcerieri unico legame con il mondo. E’ così che Narges Mohammadi descrive la detenzione in isolamento nelle carceri iraniane, un incubo che diventa spesso l’anticamera della pena di morte. Perché in questo stato di deprivazione totale i detenuti spesso finiscono per confessare qualunque cosa si voglia da loro, alcuni – è sempre lei a raccontarlo – hanno firmato letteralmente a occhi bendati, senza sapere che quel tratto di penna li avrebbe appesi ad una forca, o forse sapendo, e preferendo la fine ad una tortura infinita.
Parla per esperienza diretta, Narges Mohammadi, neo-laureata premio Nobel per la pace, “per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani e della libertà di tutti”. Un premio che dichiaratamente è un “riconoscimento anche per le centinaia di migliaia di persone” che hanno protestato contro la violenza del regime di Teheran dopo l’assassinio di Mahsa Amini, il movimento che si riconosce nello slogan “Donna, vita, libertà”, una bandiera che “esprime la dedizione e il lavoro di Narges Mohammadi”, come sottolinea il Comitato per i Nobel.
Quelle quattro pareti bianche, il vuoto dell’isolamento, lei lo ha conosciuto per 64 giorni. Ingegnere, giornalista e cofondatrice con l’avvocata Shirin Ebadi (anche lei insignita del Nobel nel 2003, oggi in esilio all’estero) del Centro dei difensori dei diritti umani, Narges è stata arrestata 13 volte, condannata cinque per un totale di 31 anni di carcere e 154 frustate, oltre a due anni di allontanamento da Teheran, dove vive, due anni di divieto di appartenenza a movimenti della società civile e altrettanti di divieto di rilasciare interviste o usare i social. Tuttora è in carcere nonostante seri problemi di salute, le autorità le hanno negato l’assistenza sanitaria e persino trattenuto i farmaci, e solo dopo una serie di attacchi di cuore lo scorso anno è stata trasferita in ospedale e operata d’urgenza. Le hanno negato i colloqui con il marito, Taghi Ramani, “il giornalista iraniano con il maggior numero di arresti”, secondo Reporters sans frontières, costretto a fuggire all’estero con i due figli, i gemelli che non vedono la madre da 8 anni e che non sentono da tempo: le autorità iraniane hanno vietato anche le telefonate settimanali, che erano l’unico momento di contatto.
Narges Mohammadi è stata arrestata la prima volta nel’98 per aver criticato il governo. Da allora è stato un susseguirsi di condanne e carcere, con brevi intervalli di vita fuori, nell’immenso carcere che è l’Iran per le donne e anche per molti uomini. I suoi crimini, secondo il regime, sono stati la “fondazione di un gruppo illegale”, cioè il Centro dei difensori dei diritti umani, “reati contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”, per aver chiesto l’abolizione della pena di morte e dell’isolamento carcerario e aver descritto pubblicamente il trattamento umiliante, gli abusi sessuali e le violenze contro le donne detenute. L’ultima condanna per aver denunciato di essere stata picchiata dal direttore del carcere, dopo aver organizzato una protesta insieme alle altre detenute contro la violenza del regime sui manifestanti che protestavano contro il caro-vita nel 2019: Narges Mohammadi aveva chiesto inutilmente trasparenza sul numero di morti e sugli arrestati.
Dal carcere è riuscita comunque a far giungere il suo sostegno al movimento “Donna, vita, libertà”. E nei brevi intervalli di vita libera ha raccolto in un libro i racconti di 16 detenuti in isolamento, “White torture”, tortura bianca, il titolo, lo stesso di un documentario di denuncia girato con infiniti stratagemmi per eludere i controlli del regime. “Molto dolore e sofferenza sono state alleviate dai progressi umani nella scienza – scriveva due anni fa Narges Mohammadi -. Purtroppo la scienza è stata abusata anche per infliggere pene e sofferenze. Governi non democratici e illegittimi sono sopravvissuti usando la scienza per opprimere le persone”. Torture psicologiche e fisiche studiate per minare la resistenza dei detenuti e piegarne la volontà al volere del regime. Sistemi tecnologici di videosorveglianza e riconoscimento facciale per reprimere le proteste e rafforzare la repressione sulle donne che si oppongono all’obbligo del velo. Ma anche da una cella, l’attivista aveva visto arrivare con un anno di anticipo l’ondata di protesta delle iraniane. “Le donne hanno sempre più consapevolezza dei loro diritti e iniziano a disobbedire agli uomini – aveva detto in un’intervista nel 2021 -. La legge però è contro i diritti femminili e questo crea un pericoloso cortocircuito”.
Mahsa Amini
Una vita dura quella di Narges Mohammadi, non diversa però da quella di numerose altre attiviste, giornaliste, avvocate e manifestanti perseguitate dal regime. Non diversa da quella di chi in Iran contesta la corruzione, la violenza e il disprezzo dei diritti umani delle autorità. Teheran definisce il Nobel come un atto “politico e fazioso”, l’agenzia filo-governativa Fars scrive che l’attivista ha “ricevuto un premio dagli occidentali” grazie alle sue “azioni contro la sicurezza nazionale”. “Non smetterò mai di battermi per la democrazia, la libertà e l’uguaglianza – ha fatto sapere Narges Mohammadi all’annuncio del premio –. Sicuramente il Nobel mi renderà più resiliente, determinata, speranzosa e entusiasta su questa strada e accelererà il mio passo”. Un’ex compagna di cella nel carcere di Evin, Nazanin Zaghari Ratcliffe, ha commentato in lacrime. “Questo premio appartiene a ogni singola donna iraniana che, in un modo o nell’altro, è stata ed è vittima dell’ingiustizia in Iran”.
Fonte Strisciarossa