di Anna Di Gianantonio del 12/12/2022
La strage di Piazza Fontana ha cambiato il modo di pensare di tanti giovani. La bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano è stata l’apice di una serie di attentati che solo in quell’anno sono stati 145, uno ogni due giorni, come ricorda il magistrato Guido Salvini che per 30 anni ha indagato sulla strage. Il 1969 è l’anno dell’autunno caldo, del movimento operaio e del contratto dei metalmeccanici, l’anno dei movimenti studenteschi e di quelli sociali che investono tutta la società e le professioni. L’Italia chiede riforme, in un paese in cui la “crescita è senza sviluppo”, cioè gli avanzamenti economici non sono accompagnati a mutamenti politici e a riconoscimento di diritti individuali e collettivi. La stagione di lotte, che segna tutti gli anni ‘60 e ‘70 e che potrebbe preludere a maggioranze politiche più avanzate, viene fermata dalle stragi, sino alla metà degli anni ‘80. L’Italia vive dunque dalla fine del secondo conflitto mondiale nel clima della guerra fredda, diversamente declinata negli anni, ma con obiettivi simili: evitare l’avvicinamento del PCI al governo. La riflessione sui lunghi anni della guerra fredda ci interroga sulla nostra democrazia, fragile e incompiuta, e ci impone un ragionamento sulla politica di quegli anni, sui depistaggi, gli “accompagnamenti” all’estero dei neofascisti implicati nei delitti da parte del SID, le incredibili lungaggini dei processi, i tentativi di deviare le indagini dalla verità. Due sono i livelli dello stragismo: quello di gruppi neofascisti come Ordine Nuovo con i suoi legami con il Movimento Sociale di Giorgio Almirante e quello dei mandanti delle stragi, pezzi di stato ai massimi livelli, apparati del Ministero degli Interni, servizi segreti italiani e americani. Sono cose che riguardano le grandi metropoli e lasciano fuori i piccoli centri come Gorizia? Non è così, perché la guerra fredda ha origine proprio al confine orientale, nel Terzo Corpo Volontari della Libertà confluito in Gladio e perché il gruppo che pose l’esplosivo al cippo della Transalpina era lo stesso che agì a Piazza Fontana. Rimuovendo questi fatti, che sono poco conosciuti dai giovani, non è possibile comprendere il presente del nostro paese.