di Stefano Pizzin del 24/11/2022
La protesta contro il velo si è trasformata in una lotta contro il regime oppressivo
degli Ayatollah
Nella notte di giovedì 17 novembre diversi manifestanti hanno assaltato e dato alle
fiamme la casa museo dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica
iraniana e del suo sistema di governo teocratico. Alcuni giorni dopo, in Qatar, poco
prima della partita dei Campionati del mondo di calcio contro l’Inghilterra, i giocatori
iraniani si sono rifiutati di cantare l’inno nazionale.
Due azioni simboliche, una in sfregio a uno dei luoghi più sacri della Repubblica
islamica, l’altra andata sugli schermi internazionali è fatta dalla amatissima
nazionale di calcio. Due gesti che mostrano di come lo scontro tra il regime e una
sempre più grande parte della popolazione si stia inasprendo e diventando
difficilmente ricomponibile. Già negli scorsi decenni il Paese è stato pervaso da
proteste contro il sistema illiberale che lo governa della caduta dello Scià e
l’instaurazione del regime islamico nel 1979, ma questa volta la repressione,
sempre violenta e feroce, non riesce a sedare una rivolta che dilaga in tutti i settori
della società.
Come spesso accade, c’era bisogno di una scintilla che appiccasse il fuoco del
profondo scontento che serpeggia nella società iraniana, in particolare tra i giovani
e le donne. A incendiare la situazione è stata la vicenda di Masha Amini, una
ragazza curdo-iraniana di 22 anni che, agli inizi di settembre, mentre si trovava con
la famiglia a Teheran in visita ai parenti, viene arrestata dalla polizia morale perché
il velo non le copre completamente i capelli. Tre giorni dopo il suo arresto Masha
entra in coma e muore in ospedale. La polizia parla di problemi cardiaci della
ragazza che si sarebbero verificati durante la detenzione, il capo della polizia
definisce l’accaduto uno “sfortunato incidente”, in quanto Masha sarebbe morta per
un infarto. Ma è subito evidente che una ragazza di poco più di vent’anni, in buona
salute, non può essere colta da infarto, mentre, invece, è certo che, come spesso
accade, la ragazza è stata vittima delle percosse della polizia.
La polizia morale non è nuova ad atti violenti. Essa agisce con avvisi, multe,
detenzione in strutture di correzione: le donne possono essere rilasciate da queste
strutture solo quando un parente uomo fornisce assicurazioni e garanzie sul
rispetto delle regole. Basta poco per finire nelle grinfie della polizia morale, anche
una ciocca di capelli fuori posto. Il clima intimidatorio nei confronti delle donne è
costante da decenni e si è inasprito con l’elezione a presidente del conservatore
Ebrahim Raisi che nell’agosto scorso ha proposto l’emanazione di un decreto per
far rispettare ancora più severamente la legge sull’hijab, cioè il velo che copre i
capelli delle donne.
Dall’ instaurazione della Repubblica islamica la vita delle donne iraniane è
diventata sempre più difficile. Non solo hanno una condizione giuridica inferiore agli
uomini e la loro partecipazione alla vita pubblica è fortemente limitata ma la stessa
vita privata viene rigidamente regolata e controllata. Dal 1979 per le donne è
obbligatorio coprire praticamente tutto il corpo tranne le mani, il viso e il collo, e
devono nascondere il più possibile le forme del corpo. I capi di abbigliamento più
comunemente usati oltre all’hijab, il velo che è obbligatorio nei luoghi pubblici,
sono il Manteau, una sorta di cardigan lungo utile per coprire le forme del corpo, e
lo Chador, un velo che copre dalla testa ai piedi, solitamente utilizzato per
l’ingresso nei luoghi religiosi. Le donne sono obbligate a indossare l’hijab nel posto
di lavoro e in luoghi pubblici. Dal 1983 per le donne che non si coprono in pubblico
vengono previste 74 frustate e, recentemente, sono stati previsti fino a 60 giorni di
carcere. Negli anni non si contano le intimidazioni e le violenze contro le donne che
hanno cercato di ribellarsi a questi obblighi. Basti pensare che durante la
presidenza di Hassan Rouhani, considerato un “riformatore” e che tenne l’incarico
dal 2013 al 2021, 106 donne sono state impiccate per i più diversi reati.
La vicenda di Masha Amini ha scosso profondamente un Paese dove i giovani
sono in numero straordinario (il 38% degli iraniani sono sotto i 25 anni, mentre in
Italia sono il 23%) e che, grazie ai mezzi di comunicazione più moderni, sebbene
spesso censurati dal regime, conoscono le condizioni di vita all’estero e non
sopportano più il sistema bigotto e reazionari al quale sono costretti. Le proteste
che da settembre hanno coinvolto scuole e università, sono state represse con
inaudita violenza dai Basij, corpi paramilitari nati durante la guerra tra Iran e Iraq e
oggi destinati alla repressione delle proteste interne. In questi quasi due mesi sono
state registrate, secondo l’organizzazione Human Right Watch, almeno 326
uccisioni. Tra le vittime si segnalano anche anche 43 bambini, come Kian Pirfalak,
di dieci anni, colpito a morte mentre si trovava in auto con il padre. Secondo le
autorità, si è trattato di un attacco da parte di un “gruppo terrorista” ma la famiglia di
Pirfalak ha puntato il dito contro le forze di sicurezza iraniane. Kian “stava tornando
a casa con suo padre ed è stato colpito da proiettili sparati dal regime corrotto della
Repubblica islamica. La macchina è stata attaccata da tutti e quattro i lati», ha
riferito un familiare in un audio trasmesso da Radio Farda, un’emittente
dell’opposizione che si trova a Praga. Oltre ai morti sono migliaia i feriti, gli
imprigionati e cinque le condanne a morte fino a ora comminate a chi protesta.
Mentre le proteste si allargano, tenendo in linea di massima un atteggiamento non
violento, la repressione non accenna a diminuire e il regime non intende in alcun
modo indietreggiare o aprirsi a un confronto. La guida suprema, Alì Khamenei, che
nella struttura istituzionale della Repubblica islamica detiene i maggiori poteri ha
dichiarato che coloro che protestano “sono troppo deboli e troppo piccoli per
danneggiare il sistema. Falliranno e il male sarà sconfitto”. Intanto si moltiplicano gli
scioperi in diverse aziende a anche nei bazar cittadini che hanno da sempre un
importante ruolo sociale e di orientamento dell’opinione pubblica. Quella che era
una protesta partita dalle donne ora coinvolge gran parte della società, compresi gli
uomini; padri, mariti, fratelli, amici, sono in prima linea per una protesta che mette
in discussione l’intero impianto del regime teocratico.
Come già accaduto, la risposta del potere è quello di spostare il centro
dell’attenzione dal tema dei diritti civili a quello dell’integrità della nazione: così la
repressione si è scatenata in modo particolare nel Kurdistan iraniano, nel tentativo
di dimostrare che le proteste sono organizzate da gruppi separatisti finanziati da
potenze straniere. Negli ultimi giorni le milizie governative, in particolare i Pasdaran
della Rivoluzione equipaggiati con armamenti pesanti, hanno attaccato nelle
località curde, uccidendo almeno 11 persone tra Sanandaj , Bukan, Sarvabad e
Kamiyaran. Altrettanto violenta la repressione si è accanita in Belucistan,
evidenziando la strategia di colpire le aree dove sono presenti delle minoranze e
quelle anche le più depresse dal punto di vista economico e sociale. Inoltre,
attacchi con morti e feriti sono stati lanciati anche nel Kurdistan iracheno più vicino
al confine con l’Iran. In questo quadro pare rinsaldarsi l’alleanza tra l’Iran e la
Russia di Putin con uno scambio, come evidenziato dai servizi occidentali, di droni
iraniani per missili russi.
Mentre le vicende iraniane riempiono le prime pagine della stampa internazionale,
quella italiana, seppure con lodevoli eccezioni come il Manifesto, Radio Radicale,
con il suo corrispondente dalla Turchia Mariano Giustino, e Huffington Post, danno
poco spazio alle vicende è altrettanto poco è l’interesse delle forze politiche, in
particolare quelle di destra, sempre pronte a occuparsi di diritti umani a corrente
alternata.
Difficile prevedere come si svilupperà la situazione e se l’ottusa repressione del
regime è identica a quella delle passate proteste, questa volta il moto di ribellione
appare ben più diffuso e radicato e, seppure non si distingua ancora una vera
leadership rivoluzionaria, questa volta i manifestanti stanno mettendo in
discussione l’identità stessa della Repubblica islamica.
Come Apertamente, ci impegniamo ad aggiornarvi su una situazione che in Italia
non si dovrebbe in alcun modo sottovalutare o, peggio ancora, ignorare del tutto.