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Bumbaca Gorizia 08.02.2013 KD libro Hack Di Piazza IO CREDO - Fotografia di Pierluigi Bumbaca

di Andrea Bellavite del 16/5/2022

Ho conosciuto personalmente Pierluigi Di Piazza nell’autunno del 1989, durante un incontro sulla pace organizzato dalla comunità parrocchiale di Gradisca d’Isonzo. Da allora ho avuto la possibilità di osservare da vicino la sua straordinaria attività e soprattutto di condividere molti momenti importanti.

Dagli inizi degli anni ’90, è stato con i Beati i costruttori di pace, il vero motore della preparazione e della realizzazione delle “via crucis” annuali, dodici chilometri di partecipata condivisione, da Pordenone alla base USAF di Aviano. Sono stati sempre momenti che non soltanto hanno rafforzato il legame, ma hanno creato anche una delle tante reti che intorno alla sua persona sono state tessute. Sì, perché forse uno dei più significativi suoi obiettivi di vita è stato proprio quello di “creare reti aperte di amicizia e collaborazione”. E’ stato capace di generare relazioni fra i giovani studenti delle scuole superiori che hanno avuto la fortuna di averlo come insegnante di religione, fra le donne e gli uomini impegnati nei percorsi di richiesta di giustizia e pace nel mondo, fra le persone e i gruppi che si impegnano ogni giorno nell’accoglienza di migliaia di persone che fuggono dalla fame e dalla guerra, anche fra un gruppo di preti e affini che si sono incontrati regolarmente nella sua casa per condividere i percorsi di vita, per sostenersi nelle difficoltà, per scrivere ogni anno alle genti del Friuli-Venezia Giulia una lettera natalizia piena di spunti e di motivi di riflessione.

Bumbaca Gorizia 08.02.2013 KD libro Hack Di Piazza IO CREDO – Fotografia di Pierluigi Bumbaca

Pierluigi ha amato tanto. Ha amato la sua terra, Tualis in Carnia e la sua famiglia, della quale non si stancava di condividere semplici insegnamenti e momenti di intensa e profonda commozione, come quando volle rendere partecipi tutti gli amici del dolore per la perdita della madre. Ha amato ogni comunità, o meglio ogni componente delle tribù di quello che spesso chiamava “il pianeta Terra”. Ha viaggiato molto per conoscere e partecipare alla vita dei più poveri, soprattutto nell’America Centrale e Meridionale, intessendo rapporti con i protagonisti di molte lotte per la liberazione dall’oppressione di un sistema che strangola la Natura e gli esseri umani. Ha trasformato la sua casa nella casa di tutti, allargando progressivamente l’orizzonte di un’accoglienza illimitata, soffrendo soltanto l’impossibilità di fare ancora qualcosa di più. Ha saputo amare e trattare ognuno come un dono prezioso, dedicando il suo tempo all’incontro e all’ascolto di chiunque, sempre con il rispetto dell’umana dignità, si trattasse di papa Francesco, del Dalai Lama o di un filosofo acclamato, di un politico o di un vescovo, soprattutto di una persona semplice, impegnata nell’ordinaria avventura della quotidianità. Ha amato ciascuno per sé stesso, facendolo sentire importante, parte integrante della sua vita, tutta proiettata nella costruzione di relazioni di autentica pace.

Se Pierluigi non può essere identificato solo con l’esperienza del Centro Ernesto Balducci, è impossibile non collegare la sua storia personale con quella di questo straordinario luogo, da lui voluto e costruito, con l’aiuto di tanti volontari, mattone dopo mattone fino alle ragguardevoli dimensioni attuali. La grande intuizione operativa, perseguita fin dal suo arrivo come parroco a Zugliano negli anni successivi al terremoto del 1976, è stata quella di unire la dimensione dell’Accoglienza a quella della Cultura. La sua abitazione è diventata un po’ alla volta tetto, stanza e cucina per migliaia di poveri, impegnati nella lotta per la sopravvivenza, fuggiti da condizioni molto difficili provocate dalla mancanza di cibo, di lavoro e di pace, provenienti da tanti posti dimenticati dei diversi continenti. Accanto all’alloggio, c’è stato sempre il racconto riflesso e approfondito delle storie delle persone accolte, ancor di più della Storia attuale di un sistema che produce ingiustizia e rigetta da un giorno all’altro intere Nazioni nello spettro dell’assoluta povertà. Come dimenticare i sempre eccezionali Convegni di settembre, prima a Pozzuolo poi nella sala Petris di Zugliano, le conferenze, le presentazione di libri, gli incontri ad ogni livello? In quelle tante occasioni, come pure nei suoi innumerevoli interventi nelle sale della Regione e di tante altre zone d’Italia, ha delineato veramente “un altro mondo possibile”, dove fosse bandito l’uso delle armi, dove non ci fossero più i confini e gli sbarramenti fra gli umani, dove fosse possibile realizzare la giustizia, prima fra tutte quella collegata alla richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni.

E’ stato anche un grande e instancabile comunicatore. Ha scritto molti libri, criticamente costruttivi nei confronti un po’ di tutte le istituzioni che determinano l’andamento della vita sociale. E’ stato ottimo giornalista, scrivendo molto spesso i suoi pensieri sui quotidiani e sulle riviste, divenendo anche referente regionale della splendida realtà di giornalismo alternativo denominata Articolo 21. Nei suoi scritti è sempre presente l’anelito alla libertà, personale e dei popoli, così come emerge una forte esigenza di impegnarsi – fino al limite delle forze – per costruirla giorno dopo giorno insieme a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. In una simile visione dell’umana avventura, è facile comprendere come la parola “pace” sia stata quella da lui più volte pronunciata. La convinzione secondo la quale “la guerra è una follia” e “le armi non possono risolvere mai alcun vero problema tra Stati e Nazioni”, lo ha portato a contestare ogni politica degli armamenti, a diffondere i messaggi inequivocabili di Gandhi, di don Milani, di Padre Ernesto Balducci, di mons. Romero e di molti altri. Citandoli, spesso ripeteva che “se il XXI non sarà il secolo della pace, non sarà”. E anche in questo senso, la sua scomparsa proprio nel momento in cui oscure ombre si vanno proiettando sul destino di tutti, è una specie di segno simbolico e profetico da tenere in attenta considerazione.

Un’ultima parola, almeno in questo contesto, va alla sua inquietudine. Ho lasciato deliberatamente per ultimo un aspetto peraltro fondamentale, l’essere prete all’interno della Chiesa cattolica. La sua umanità delicata, sensibile, scevra da qualsiasi tentazione di protagonismo e una diffidenza innata nei confronti di qualsiasi forma di Potere, non potevano essere facilmente compatibili con il sentirsi parte importante di una delle più potenti strutture planetarie. In effetti questa appartenenza è stata alla base di una profonda sofferenza interiore. Da una parte si è sempre sentito parte integrante di questa famiglia, anche dentro le numerose critiche costruttive finalizzate a proiettarla “fuori dal tempio”, nella piena condivisione con le gioie e le speranze, le angosce e le preoccupazioni del tempo. Dall’altra si è spesso sentito incompreso e marginalizzato, percependo quanto l’attuazione del Vangelo di Gesù di Nazareth fosse distante dalle forme e dai progetti strategici del presbiterio diocesano e della chiesa italiana. Il suo spirito ecumenico, la passione per il dialogo interreligioso, la partecipazione convinta alla laicità della fede cristiana e alla ricerca della verità che caratterizza ogni essere umano, non gli hanno impedito di essere fedele fino all’ultimo, costi quel che costi, alle promesse e agli impegni – anche quelli da lui stesso messi in discussione – dell’ordinazione sacerdotale. Forse il suo dolce sorriso, sempre velato da una sottile tristezza, derivava da questa lotta interiore fra ciò che percepiva come consono al Vangelo e ciò che vedeva nello svolgersi concreto della “pastorale”. Solo negli ultimi anni, con l’avvento di papa Francesco, sembrava aver riconosciuto un afflato nuovo, come se la guida attuale della Chiesa incarnasse finalmente le istanze di rinnovamento che erano state portate avanti in passato da preti che avevano dovuto pagare con tante umiliazioni e denigrazioni la loro passione per Dio e per l’umanità. 

Ci sarebbe senz’altro molto ancora da dire e da scrivere intorno a Pierluigi Di Piazza, incarnazione di quella visione dell’”Uomo planetario” descritto mirabilmente da Ernesto Balducci. E’ una di quelle figure destinate a rimanere presenti nella vita di chi lo ha conosciuto e nella società nella quale ha vissuto. Le sue parole non ci lasceranno tranquilli e la sua stessa “partenza” – così praticamente rapida e inattesa – sembra volerci lasciare un messaggio pieno di impegno e di responsabilità. E’ necessario continuare la strada intrapresa, stare ancora con Pierluigi dalla parte dei più deboli e fragili, vivere una Politica con la P maiuscola, dove le parole Pace, Giustizia, Accoglienza, Fraternità non siano esercizi retorici, ma concreta realtà di tempi, luoghi e persone capaci di costruire insieme una nuova civiltà, radicata nella verità e nell’amore.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org