di Andrea Bellavite del 20/2/2022
Il 15 febbraio 2003, circa 15 milioni di persone erano scese nelle più importanti piazze del mondo cosiddetto occidentale per manifestare il proprio dissenso nei confronti del ventilato intervento militar degli Stati Uniti in Iraq. Due anni prima, nel 2001, nel mese di luglio, la settimana di lavoro pe 2un altro mondo possibile” aveva riunito a Genova importanti politici ed economisti i quali, insieme a migliaia di persone provenienti dall’Europa e dal Mondo, avevano tratteggiato i fondamenti di un nuovo sistema, alternativo al capitalismo liberista.
La repressione nel sangue della contestazione nonviolenta al G8 di Genova, l’attacco terroristico alle Twin tower di New York con la conseguente guerra i cui semi di morte continuano a fruttificare venti anni dopo, l’intervento americano contro i cittadini e il regime di Baghdad, basato su false notizie riguardanti i presunti armamenti micidiali di Saddam Hussein, tutto ciò ha avuto conseguenze devastanti dirette e indirette.
Quelle dirette sono purtroppo facili da constatare, con decine di migliaia di vittime innocenti nei Paesi coinvolti, con la realtà politica di un Pianeta e soprattutto di un Medio Oriente più instabile che mai e con le troppo micce accese vicino alle varie potenziali polveriere internazionali.
Quelle indirette riguardano la pressoché totale sfiducia nel ruolo di mediazione nelle controversie delle Nazioni Unite – in oltre settanta anni mai riformate in modo da renderle effettivamente libere dalle pressioni degli uni o degli altri “poteri forti” – e il dubbio nei confronti di un’informazione trasmessa, non dalle centinaia di autentici martiri del giornalismo che hanno rischiato e spesso perso la vita sui campi di battaglia, ma dalle veline totalmente prodotte dagli eserciti contrapposti per sostenere senza alcuna possibilità di verifica le tesi della propria parte.
Un’altra vittima è il movimento per la Pace e la Nonviolenza. Sono lontani i tempi della marcia del sale di Gandhi, del “mettete i fiori nei vostri cannoni” e degli altri slogan dei prodromi della rivoluzione del ’68, delle marce guidate da Tonino Bello e dai Beati i costruttori di pace, verso la Sarajevo messa in ginocchio dai cecchini serbo-bosniaci, dei sit-in permanenti nel frastuono degli F14 che partivano rombanti da Aviano verso i cieli dell’ex Jugoslavia. Non che ci siano più iniziative del genere, solo la diminuzione del numero di partecipanti è stata direttamente proporzionale allo scemare del loro entusiasmo. Se non lo si è fatto prima, occorre prenderne atto, il Movimento per la Pace internazionale e il Movimento nonviolento per una transizione oltre i limiti del liberismo sono finiti. Per il momento hanno vinto le “ragioni” dei più forti, di un’economia mondiale svincolata da ogni regola democratica, di una politica debole di fronte agli interessi più o meno garantiti da legislazioni in bilico tra la potenza delle finanze planetarie e quella delle fortissime mafie internazionali.
Gli attuali venti di guerra sono una dimostrazione di questa situazione di estrema debolezza di chi ritiene che le armi debbano essere bandite dalla faccia della terra. Il generico appello al “fate l’amore non fate la guerra” non scalda più gli animi, gli appelli all’etica delle guide religiose sembrano non tenere conto della molteplicità delle visioni etiche nell’epoca del relativismo globale, si ha una nuova malinconica consapevolezza dell’ignoranza della stragrande maggioranza dei cittadini, privi di qualsiasi criterio per poter prendere una posizione.
Se era ancora possibile gridare “né con Bush né con Saddam” nel 2001, ritenendo possibile una terza via che non prevedesse l’intervento armato, è assai meno incisivo dire oggi “né con Putin né con Biden”. Nonostante la descrizione degli eventi offerta da fior di esperti e giornalisti sul territorio, come riuscire a farsi un’idea dei conflitti etnico-culturali nell’Ucraina del dopo URSS, della reale “democraticità” dell’attuale regime di Kiev, degli interessi russi e di quelli americani, del ruolo tra l’incudine e il martello di un’Unione europea troppo divisa per poter sostenere una comune posizione condivisa?
In queste condizioni ci sono gli ottimisti che speranzo che si tratti di un gioco delle parti destinato a finire con alcuni accordi, naturalmente sottoscritti sulla pelle della povera gente. Ci sono i pessimisti, che non vedono altra via di uscita che una guerra dalle conseguenze imprevedibili. C’ è chi invoca l’allargamento della NATO per difendere i “poveri” ucraini e c’è chi al contrario ritiene giunto il momento di andarsene da un’Alleanza così scomoda e minacciosa. C’è chi pensa ancora perfino agli americani come i “liberatori”, chi li accusa di essere non richiesti gendarmi del mondo. C’è chi vede in Putin un incosciente criminale e chi lo considera il garante della stabilità di una pace duratura. Insomma, una grande confusione, nella quale il pacifismo, riconoscendosi in questo momento soprattutto nell’autorità morale di Papa Francesco, non riesce a dire altro che l’ovvio, come il famoso Catalano di Alto Gradimento, “è meglio fare la pace che fare la guerra”. Un po’ poco, per riportare di nuovo in piazza le masse!
E allora, preso atto di tutto ciò? Che cosa si può fare oltre che “incrociare le dita”? Come cantava Bob Dylan, “Risposta non c’è o forse chissà, dispersa nel vento sarà”?
No, la risposta c’era e c’è. Non è facile e richiede purtroppo tempi lunghi, ma è urgente incamminarsi su questa strada. Ha due versanti, uno è teorico e si chiama Filosofia, chiamata a proporre una nuova sintesi del pensiero globale, in grado di unire le varie sfaccettature del pensiero occidentale con quello orientale, individuando verità e certezze condivise sulle quali reimpostare l’edificio dell’umana convivenza. Il secondo versante è pratico e si chiama Politica (con la P maiuscola), capacità di tradurre le tante e diverse istanze etiche ideali riconoscibili nel Mondo in concrete scelte a favore di ogni essere vivente e dell’ambiente che lo ospita, una nuova forma di “comunismo”, nel senso etimologico del termine, dove possa effettivamente accadere che “ognuno esprima le sue capacità e abbia ciò di cui ha bisogno”.
Ma questo è un altro argomento e se ne parlerà in un prossimo articolo…
Andrea Bellavite