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L’identità di cui (non) sentiamo il bisogno

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di Davide Strukelj del 20/2/2022

Apprendiamo dal quotidiano locale, secondo quanto riportato da un recente articolo, che il Sindaco di Monfalcone “sta investendo molto” su tutto ciò che attiene alla “riappropriazione dei simboli identitari” della città, e specificatamente a “pilo, feràl, biscotto”.

Il “simbolo”, sappiamo, è un segno che sottende un significato. Quanto a “identitario”, sappiamo anche questo, si tratta di un aggettivo che vuole riferire al concetto di appartenenza, di gruppo per una specifica popolazione. Ad esempio, sono simboli identitari la bandiera nazionale, l’inno nazionale, i colori sociali della squadra di calcio e così via, ovvero quegli elementi che permettono al singolo di percepire il suo “far parte” di una collettività.

Stando dunque al citato quotidiano locale, pilo, feral e biscotto sono simboli che permetterebbero ai monfalconesi di sentirsi membri della comunità cittadina. Ma da dove vengono esattamente questi “simboli”, e quale è la loro storia, ovvero quale identità sottendono?

Quanto al “pilo”, con questo termine si intende ovviamente il pilo veneziano, e così l’appartenenza della città della Rocca alla Serenissima Repubblica di Venezia.

In verità che quello sia stato un momento particolarmente felice per il nostro paese, perché al tempo era davvero un paesetto, resta tutto da dimostrare. E resta anche da dimostrare che i veneziani amassero così tanto la nostra città. I monfalconesi venivano allora definiti come “gente semplice, e rozza”, come riferisce il Basilio Asquini nel suo “Ragguaglio geografico storico del territorio di Monfalcone” (1741), e per quanto il territorio fosse fertile e produttivo, per poterli convincere, i Dogi dovettero concedere “favori sui dazi e sulla pesca” ai podestà e ai castellani che inviarono per governare la città e la Rocca, tutti comunque rigorosamente scelti tra “i nobili veneti”, a dimostrazione della grande fiducia che nutrivano nei nostri confronti (“Le cento città illustrate d’Italia – Monfalcone, la sentinella di Venezia”, 1929). La “Dominante” vedeva in Monfalcone una “posizione strategica di questo lembo di dominio incuneato quale italico scudo tra le barbare e minacciose signorie” (ibidem), tanto che i monfalconesi dovettero resistere a caro prezzo prima ai turchi, poi ai croati e agli uscocchi. Alla fine, colpita dalla peste e dal nemico, Monfalcone cadde anche perché “Venezia sembrava accompagnare con sdegnoso abbandono il fedele propugnacolo, difensore della piana indifesa e della civiltà italica”, tanto che presso la Serenissima c’era “chi consiglia(va) il Senato di abbandonare ai nemici la fedele città; chi di fare di Monfalcone un luogo di deportazione” (ibidem). Solo più tardi la Repubblica “emanò alcuni provvedimenti a favore della sventurata Terra” (ibidem), ma il destino era ormai segnato e la città passò in breve a un’altra fase storica.

Arriviamo così al feràl, cioè il lampione simbolo della dominazione austriaca … perché anche in questo caso, come per la “Dominante” Venezia, si trattò proprio di vera dominazione. Certo, che Monfalcone ai tempi non fosse vista benissimo era noto, tanto che “I nemici Triestini e Goriziani, per i quali «Monfalcone, ocio de la Patria, è come un spin negli ochi» e hanno «zurato di rubarlo e far straze e ruinar le mure et far la zente a pezi»” (ibidem). Ma neanche i nuovi padroni vedevano con grande favore l’italianità monfalconese (e non solo monfalconese), così che il 12 novembre 1866, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, in una riunione del Consiglio della Corona a Vienna, espresse “il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno.” (Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867).

La slavizzazione dell’Österreichisches Küstenland, di cui Monfalcone faceva parte, ordinata dagli Asburgo-Lorena, e proprio da quel Franz Joseph dei lampioni austriaci … roba da far accapponare la pelle ai difensori dell’italianità all’ombra della Rocca.

Quel periodo non venne ricordato con favore da chi negli anni successivi si occupò del governo di Monfalcone tanto che, pur ricordando come “qualcuno lo chiamò nido di pescatori e di bifolchi”, il nuovo potere si premurò di ricordare come “un secolo di dominazione austriaca non mutò il carattere veneto della sua gente, rimasta pura contro ogni infiltrazione straniera” (“La rinascita di Monfalcone”, Bruno Coceani, 1938). Il Coceani, nato Coceanig ma ben felice di italianizzare un cognome di dubbie origini, si prodigò nella sua attività di podestà, tanto da meritare un secondo mandato, ma questo non gli fu sufficiente a imprimere un marchio identitario alla città, sorte che toccò invece al suo successore, Giuseppe Dolazza, che così ci regalò il terzo “simbolo identitario”: il biscotto.

Durante il suo quinquennio il Podestà Dolazza si impegnò per dare alla città un po’ di rinnovamento, ma sempre nel rispetto della più ferrea tradizione fascista del tempo. E così, nel riprogettare la viabilità, nel 1935 la piazza del Littorio, che già accoglieva una circolazione carrabile lungo il suo perimetro, fu dotata di un marciapiedi pedonale centrale. Nelle idee progettuali questo spazio sarebbe servito per ospitare il mercato, ma anche le feste cittadine. La forma ovoidale e un po’ irregolare di questo “rialzo” fece subito pensare a un biscotto, e da qui nacque il nome che rimase incollato alla piazza grande della città per molti decenni, superando tutte le vicende che seguirono.

Eccoci dunque alle conclusioni. Abbiamo tre simboli identitari a disposizione, secondo l’amministrazione comunale e per quel che ci racconta la stampa locale.

Il primo è il pilo veneziano, memoria di quei Dogi che ci consideravano semplici e rozzi abitanti di una terra da preservare solo in quanto sentinella e baluardo sacrificabile alle invasioni dei nemici.

Il secondo è il feràl di quel Franz Joseph che voleva slavizzare la nostra terra perché eccessivamente italica.

Il terzo è il biscotto del podestà fascista, nominato Cavaliere dell’ordine dei Santissimi Maurizio e Lazzaro per essere stato “squadrista, legionario fiumano” e, per l’appunto, Podestà di Monfalcone. 

Effettivamente la scelta non è facile, e forse i tre simboli insieme davvero ben rappresentano il pensiero di alcuni monfalconesi. Ma solo di alcuni.

Davide Strukelj

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org