di Loredana Panariti del 10/11/2021
«Si va dritti a casa, senza più pensare che la guerra è bella anche se fa male» cantava De Gregori in una sua famosa canzone che si intitola Generale. E se i soldati della canzone al fatto che la guerra fosse bella non ci credevano più (e chissà, forse la maggior parte non ci aveva mai creduto), la retorica nazionalista e maschilista, le due cose, effettivamente, spesso viaggiano insieme, ha spesso avanzato l’idea della guerra come qualcosa da amare. Giovanni Papini nel suo Amiamo la guerra sosteneva che «La guerra è spaventosa e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi»[1]. Chris Hedges ne Il fascino oscuro della guerra[2] ha descritto l’attrazione che essa esercita sui giornalisti e Alessandro Baricco, nel suo testo sull’Iliade, ha sottolineato la «meraviglia» della guerra e il suo carattere «spettacolare», proponendo, tuttavia, la costruzione di «un’altra bellezza» capace di liberarci dall’idea di guerra bella e unica strada sicura per una vera pace[3].
Ma la convinzione che la guerra abbia effetti positivi ha superato la letteratura e, anche in economia, i conflitti armati sono considerati da più autori fattori decisivi per l’innovazione tecnologica e lo sviluppo, utili generatori di innovazione, come capita di leggere anche nei nostri manuali di storia economica. Per esempio, i dati sui movimenti del PIL tra il 1938 e il 1944, che mostrano per gli Stati Uniti un incremento pari al 114,4%[4], sono spesso citati a sostegno della tesi in cui si afferma che la vera uscita dalla crisi del 1929 fu la II guerra mondiale. Il premio Nobel per l’economia Douglass North, in una intervista pubblicata da “Il sole24ore”, ha dichiarato: «Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale»[5]. Che la guerra sia stata la porta d’uscita della Grande Depressione è, del resto, convinzione diffusa e condivisa. Più precisamente, è il nesso tra sviluppo economico e spese militari a essere considerato positivo in quanto si finanziano progetti capaci di trasferire innovazione anche all’industria civile. Progetti che, probabilmente, non si sarebbero potuti realizzare – o avrebbero richiesto molto più tempo – se non ci fossero stati l’urgenza, la necessità e i ritmi serrati imposti dalla guerra. Si tratta, tuttavia, di una visione meccanica che non tiene conto dei fattori scatenanti delle crisi interne dei paesi in conflitto e che considera la soluzione militare come l’unica praticabile ed è interessante che la questione della II guerra mondiale come elemento risolutivo della crisi venga proposta anche in diversi manuali di management.
Pure la Germania nazista, con i suoi ostentati successi in campo economico e la forte riduzione della disoccupazione, ha attirato l’attenzione degli economisti e tra questi alcuni hanno cercato di dimostrare l’ipotesi che gli armamenti rappresentassero la spina dorsale della piena occupazione[6]. In molte delle ricerche, anche quelle che mettono in evidenza tutti gli elementi di rapina organizzata di quella economia, si riconosce un nesso tra politica di riarmo e innovazione. Si tratta di un’idea diffusa anche ai giorni nostri. La rete di Internet viene spesso presentata come un frutto delle ricerche militari, mentre, come ha affermato Raul Caruso nel suo Economia della pace, si tratta un’invenzione scippata alla ricerca dai militari, militari che non riuscirono a svilupparla e la restituirono, poi, alla ricerca[7]. La guerra, invece, ritarda l’innovazione in quanto la segretezza che riguarda tutte le innovazioni militari non prevede che esse possano essere usate nella vita quotidiana, nella vita civile delle persone.
Ma l’idea che le armi e la guerra siano motori di sviluppo ha superato l’ambito economico contemporaneo. Ian Morris nel suo War! What is it Good For? Conflict and the Progress of Civilization from Primates to Robots[8], ha scritto che, guardando nel lunghissimo periodo, grazie ai conflitti che hanno caratterizzato l’esistenza dell’umanità, c’è stato modo di creare società più grandi e organizzate che hanno notevolmente ridotto il rischio che i loro membri potessero morire violentemente. A suo giudizio la guerra è stata utile in quanto ha permesso di creare delle società che funzionano meglio, meglio organizzate, con condizioni di standard di vita più elevati e crescita economica. «Insomma la guerra non solo ci ha resi più sicuri, ma anche più ricchi», ha dichiarato dalle pagine del Washington Post nel 2014[9]. Se la guerra è sempre foriera di progresso e miglioramento socio-economico, come sostiene Morris, vediamo, dunque, come affronta la questione della Germania hitleriana. Nel suo libro dichiara che la domanda che gli pongono più spesso è proprio quella che riguarda la guerra come elemento propulsivo del regime nazista. Così risponde: «Se è vero, come ho affermato, che la guerra è stata produttiva creando società più grandi, che si pacificano internamente e generano crescita economica, allora cosa dire di Hitler? Pur avendo il controllo su gran parte del continente europeo, come non accadeva dai tempi dell’impero romano, sicuramente ha impoverito i cittadini e reso le loro vite molto più pericolose; l’esatto opposto di una guerra produttiva». Continua e liquida la questione affermando che bisogna esaminare i processi in un’ottica di lungo periodo, ricorda le persecuzioni nella storia nei confronti degli ebrei e sostiene che il problema di Hitler non sia un vero problema. Si premura di aggiungere che non è un vero problema secondo la sua teoria, ma lo è stato, invece, per le persone che hanno vissuto nel suo regime di terrore. «Si tratta di un caso estremo negli annali dell’atrocità – conclude -, dovuto anche al fatto che gli Stati Uniti in quel momento non avevano assunto il ruolo di centro del mondo dopo che la Gran Bretagna vi aveva rinunciato»[10]. In pratica una non risposta orientata a espungere dal ragionamento ciò che non combacia con il modello proposto.
Le politiche economiche e monetarie perseguite dalla Germania nazista, però, specie in rete, riscuotono consensi e nutrono una solida mitologia che non lascia indifferente la ricerca. Il tema della riduzione della disoccupazione è spesso enfatizzato e così pure i mezzi finanziari utilizzati per raggiungerla[11]. Manca, in queste narrazioni, l’osservazione che la politica di creazione di posti di lavoro non fu così decisiva. I consumi e i salari reali subirono una forte compressione e l’incremento della produzione militare provocò un indebitamento così grande che non si poteva che arrivare alla guerra. Una politica economica che annientò il sindacato, cancellò ogni tipo di relazioni industriali ed esercitò la rapina delle risorse dei Paesi occupati e dei loro abitanti. Non si trattava, pertanto, di un’economia forte, ma di un’economia fragile travestita da forte grazie alla propaganda e che aveva come unico scopo, pena il crollo, la guerra. Ogni trasformazione dell’economia in un’economia di guerra può, grazie al superindebitamento dello Stato e alle misure autarchiche mostrare dei momenti che sembrano positivi, ma che preparano solo alla guerra e non bisogna dimenticare che si tratta di politiche basate sulla morte delle persone, sulla distruzione e sulla violazione dei diritti umani.
Il ruolo innovativo della guerra è enfatizzato anche nel saggio Unified China and divided Europe[12], che mette in comparazione la Cina e l’Europa. Gli autori sostengono che una grave e unidirezionale minaccia di invasione esterna ha favorito la centralizzazione in Cina, mentre l’Europa ha affrontato una più ampia varietà di minacce esterne ed è quindi rimasta frammentata. Se all’inizio la centralizzazione della Cina ha avuto effetti positivi, a lungo andare i Paesi europei hanno investito di più in tecnologia e modernizzazione proprio a causa dell’insicurezza causata dalle rivalità con i vicini. Di nuovo la guerra viene individuata come elemento che spinge verso l’innovazione e la crescita le società, dimenticando gli effetti essenziali che nella storia dell’umanità ebbe lo scambio inter-culturale su tutti i piani.
In un articolo apparso sul New York Times nel 2014, Tyler Cowen si è spinto ancora più in là imputando il lento sviluppo degli ultimi decenni alla mancanza di guerra: «Siamo in un momento di stasi dal punto di vista della crescita economica perché c’è la pace» – leggiamo -, e, secondo Cowen, per quanto controintuitivo possa sembrare, la maggiore tranquillità del mondo, cioè l’assenza di guerre del peso delle due guerre mondiali, potrebbe rendere meno urgente l’impegno per raggiungere tassi di crescita economica più elevati e quindi rendere in qualche modo più pigri i Paesi[13]. Eppure, basterebbe anche una semplice lettura de L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, o una visita al sito omonimo[14], per confutare queste affermazioni: guerre, persecuzioni e devastazioni non sono mai scomparse dal pianeta, il fatto che non avvengano da noi, non significa che non esistano e, spesso, le relazioni tra le nostre democrazie occidentali e quei luoghi martoriati sono opache.
Il costo umano delle guerre successive all’11 settembre è stato al novembre 2018 tra 480 e 507.000 persone, questo solo in Afghanistan, Iraq e Pakistan, senza contare, per esempio, la Siria, lo Yemen e altri conflitti regionali e in questa drammatica aritmetica sono assenti gli effetti dei conflitti sugli spostamenti di popolazioni[15].
Nel 2019, le spese militari sono aumentate su scala globale a 1,78 mila miliardi di euro, con un incremento del 3,6 per cento su base annua, il più elevato degli ultimi dieci anni. Non è facile quantificarle: in Italia, per esempio, le «missioni di pace» non sono considerate spese militari e vengono conteggiate in altri capitoli. È evidente che se parliamo di spese militari la situazione dei Paesi democratici è diversa da quella dei Paesi non democratici, anche se il legame tra armamenti e politica è abbastanza stretto. Dovrebbero, in Italia, essere in vigore delle leggi piuttosto severe per quanto riguarda la vendita di armi a determinati Paesi, ma l’Italia vende armi all’Arabia Saudita, paese che le usa per bombardare lo Yemen, e ciò ci rende complici delle violazioni dei diritti umani perpetrate a danno di quelle popolazioni. Ci sono riviste e istituzioni che forniscono dati dettagliati e aggiornati su queste questioni[16].
L’idea che la guerra possa portare dei benefici espansivi è un cortocircuito mentale. Investire in armi, se possiamo parlare di investimento, dirotta risorse che potrebbero essere utilmente impiegate in altri settori più produttivi e quindi determina un impoverimento a livello generale. Pensare che la distruzione possa portare dei vantaggi è un errore che, ancora nel 1850, Frédéric Bastiat, nel suo illuminante saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, ha illustrato raccontando la storia della finestra rotta. Un ragazzo lancia un sasso contro la finestra del panettiere e la rompe. Al momento, le persone che assistono all’atto di vandalismo lo condannano, ma poi, riflettendo, cominciano a pensare che, dopo tutto, il guaio ha un lato positivo: dà lavoro al vetraio. Il vetraio, poi, spenderà i suoi soldi, chi li incasserà acquisterà qualcos’altro e così via, con un effetto favorevole sui consumi e sul lavoro. Così il lancio del sasso, alla fine, nel sentire comune, diventa un’azione positiva. Ma ciò che la gente non sa (e non vede) è che il panettiere pensava di acquistare un abito, cosa che non farà perché deve riparare il vetro. Quindi il guadagno del lavoro del vetraio è la perdita del lavoro del sarto[17]. «Sotto mille travestimenti il falso ragionamento del vetro rotto è il più persistente di tutta la storia dell’economia»[18] ed è forse più applicato alle grandi che alle piccole distruzioni. La guerra non fa bene all’economia e la pandemia in cui siamo coinvolti dovrebbe sollecitare, come suggerisce Bastiat, la ricerca di ciò che non si vede utilizzando le risorse disponibili per l’ambiente, la salute e la ricerca. In altre parole per promuovere un’economia di pace.
Intervento presentato al 7° convegno Convivere con Auschwitz, memoria sotto scorta (22 gennaio 2020). Gli atti sono disponibili in https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/31212/8/Convivere-con-Auschwitz_7b.pdf
[1] G. Papini, Amiamo la guerra, in “Lacerba”, I ottobre 1914, www.pavonerisorse.it/storia900/tests/papini.htm, (sito consultato il 10/6/2020).
[2] C. Hedges, Il fascino oscuro della guerra, Roma-Bari, Laterza, 2004.
[3] A. Baricco, Omero, Iliade, Milano, Feltrinelli, 2004, Un’altra bellezza. Postilla sulla guerra.
[4] Si veda l’intervista di Paolo Mattei a Giuseppe Guarino: Finché c’è guerra c’è ricchezza, tratta da “30 giorni”, 6, 2002, www.30giorni.it/articoli_id_83_l1.htm, (sito consultato il 10/6/2020).
[5] L’articolo è citato da G. Santommaso, Quella strana correlazione Guerra-Ripresa Economica, in SUNeconomist, http://suneconomist.altervista.org/strana-correlazione-guerra-crescita/, (sito consultato il 10/6/2020).
[6] Si veda la rassegna di E. Galli della Loggia, Il capitalismo tedesco nel periodo nazista, in “Quaderni Storici”, 24 (3), 1973, p. 1023.
[7] R. Caruso, Economia della pace, Bologna, Il Mulino, 2017.
[8] I. Morris, War! What is it Good For? Conflict and the Progress of Civilization from Primates to Robots, New York: Farrar, Straus & Giroux; London: Profile Books, 2014.
[9] I. Morris, In the long run, wars make us safer and richer, in “The Washington Post”, 25 aprile 2014, www.washingtonpost.com/opinions/in-the-long-run-wars-make-us-safer-and-richer/2014/04/25/a4207660-c965-11e3-a75e-463587891b57_story.html (sito consultato il 10/6/2020).
[10] I. Morris, War! What is Good For?,cit., pp.78-79.
[11] S. Sylos Labini, L’ipotesi moneta fiscale in Italia? Il miglior precedente è… tedesco, in “Econopoly”, 15 febbraio 2016, www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/02/15/lipotesi-moneta-fiscale-in-italia-il-miglior-precedente-e-tedesco/ (sito consultato il 10/6/2020).
[12] C. Yu Ko, M. Koyama, T.-H Sng, Unified China and divided Europe, in “International Economic Review, 59, 2017, pp. 285-327.
[13] T. Cowen, The Lack of Major Wars May Be Hurting Economic Growth, in “The New York Times”, 13 giugno 2014, www.nytimes.com/2014/06/14/upshot/the-lack-of-major-wars-may-be-hurting-economic-growth.html, (sito consultato il 10/6/2020).
[14] Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, IX edizione, Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2020, anteprima disponibile in www.atlanteguerre.it/ (sito consultato il 10/6/2020).
[15]Neta C. Crawford, Costs of War. Human Cost of the Post 9/11 Wars: Lethality and the Need for Transparency, Watson Institute, International & public affairs, Brown University, November 2018, https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2018/Human%20Costs%2C%20Nov%208%202018%20CoW.pdf (sito consultato il 10/6/2020).
[16] Si veda Sipri Yearbook 2019. Armament, Disarmament and International Security, Oxford University Press, 2019.
[17] F. Bastiat, Ciò che si vede e ciò che non si vede (trad. it. di Ce qu’on voit et ce qu’on voit pas, 1850), Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2005.
[18] H. Hazlitt, L’economia in una lezione, Milano, IBL libri, 2016, p. 23.