di Luciano Patat del 10/11/2021
La storia della deportazione della comunità ebraica nei registri del carcere di Gorizia
I registri dei detenuti del carcere goriziano di via Barzellini sono una fonte documentaria di particolare importanza che permette di ricostruire con precisione alcuni fatti della nostra recente storia locale, fra i quali quelli che si riferiscono agli arresti e alla successiva deportazione degli ebrei di Gorizia nei campi di concentramento e di sterminio tedeschi.
Dai registri del carcere risulta che, dopo la liberazione di 142 prigionieri politici avvenuta il 10 settembre 1943 per ordine del generale Bruno Malaguti, comandante della Zona militare di Gorizia e della divisione “Torino”, e dopo l’avvenuta occupazione tedesca della città, il primo arresto di un ebreo goriziano si verifica il 17 settembre 1943, quando gli agenti della Questura di Gorizia conducono in carcere per “misure di pubblica sicurezza” il cameriere sessantacinquenne Ferruccio Leoni, residente in via Diaz.

Il giorno successivo, i poliziotti arrestano per i medesimi motivi in varie zone della città altri nove appartenenti alla comunità ebraica goriziana. A finire in carcere sono i tre componenti della famiglia Armani, abitanti in largo Pacassi, il capofamiglia, il commerciante Adolfo Umberto Armani, la moglie Bianca Elena Alphandary e il figlio, lo studente Gino Armani.
Con loro vengono incarcerati anche due membri della famiglia Iacoboni residenti in via Tunisi, la madre Frida Weissmann e la figlia Gisella Iacoboni, e le due sorelle Golberti abitanti in via Sant’Antonio, Adele e Irene, quest’ultima rilasciata nel corso della giornata dopo una detenzione in prigione di poche ore. Entrano nelle carceri di via Barzellini anche il ragioniere Iginio Luzzatto abitante in corso Verdi e l’impiegato triestino Bruno Levi residente in corso Vittorio Emanuele.
Il giorno successivo le quattro donne vengono rilasciate ma lo stesso giorno 19 viene arrestato il negoziante Giovanni Felberbaum, che a propria volta, dopo aver trascorso una notte in galera, viene rimesso in libertà il 20 settembre, data di ingresso nel carcere goriziano dell’industriale Ladislao Ercoli, che abita in via Lunga e che proprio quel giorno compie 37 anni.

Alla fine di settembre risultano detenuti in carcere sei uomini, riportati nel registro del carcere come professanti la religione ebraica, che nei giorni successivi passano a disposizione del Comando della polizia tedesca: Ferruccio Leoni, Adolfo e Gino Armani, Iginio Luzzatto, Bruno Levi e Ladislao Ercoli.
Il primo arresto di ebrei operato dalla polizia tedesca si registra il 2 ottobre quando lo Sicherheitsdienst, il Servizio di Sicurezza delle SS, traduce in carcere Giovanni Felberbaum, già imprigionato nei giorni precedenti dagli agenti della Questura, e la casalinga Elda Michelstaedter Morpurgo, già componente del direttorio del fascio femminile goriziano, che compie 64 anni proprio il giorno dell’arresto.
Dopo che, per disposizione del Comando della polizia tedesca, il 25 ottobre viene rimesso in libertà l’impiegato Bruno Levi, rimangono in carcere sette membri della comunità israelitica.
La sera del 23 novembre 1943 gli agenti del Servizio di Sicurezza delle SS, dopo aver circondato l’area circostante la Sinagoga, procedono al rastrellamento della zona e all’arresto di 20 ebrei, 16 donne e 4 uomini, che vengono tradotti nel carcere goriziano nel corso della notte.
Fra gli arrestati ci sono anche le cinque donne fermate e rilasciate nel settembre precedente: vengono infatti incarcerate per la seconda volta le sorelle Adele e Irene Golberti, arrestate assieme alla madre Malvina Michelstaedter, la casalinga Bianca Alphandary, che raggiunge il marito Umberto Armani e il figlio Gino già detenuti, e Frida Weissmann che, con la figlia Gisella, ritorna in carcere assieme agli altri due figli, Sofia e Giacomo Iacoboni, mentre l’altro figlio Adolfo riesce a sfuggire all’arresto perché, trovandosi fuori casa, viene avvertito dell’operazione di polizia in corso e ha il tempo di allontanarsi dalla città.


Nel corso dell’operazione vengono inoltre arrestati Elisa Richetti, moglie di Igino già in carcere, e la figlia Rina, i coniugi Davide Schumann e Matilde Rechnitzer, e le sorelle Margherita ed Edvige Gentilli. Con loro vengono tradotte in prigione altre quattro donne, le casalinghe Irma Rachele Russi, Anna Paola Luzzatto, Prospera Speranza Vitale Bolaffio e Ester Lea Michelstaedter, e due uomini, l’architetto Massimiliano Pernetz e l’agronomo Arrigo Senigaglia.
Gli ebrei arrestati vengono registrati con i numeri di matricola dal 8242, assegnato a Irma Russi, al 8261, imposto a Arrigo Senigaglia, ma le loro generalità vengono riportate sul registro dei detenuti con le sole indicazioni del nome e del cognome. Non vengono infatti compilati gli spazi relativi agli altri dati anagrafici, ai connotati e ai contrassegni particolari, e non vengono riportate né le ragioni dell’arresto, nè le impronte digitali: per tutti la scritta a matita negli spazi lasciati in bianco “non potuto completare perché uscito subito”.
Infatti i 27 detenuti ebrei, sia quelli entrati in carcere il 23 novembre e sia quelli arrestati nelle settimane precedenti, per disposizione del Comando della polizia germanica, il 24 novembre 1943 vengono trasferiti nel carcere del “Coroneo” di Trieste, dove vengono registrati con i numeri di matricola dal 3460, assegnato a Gisella Iacoboni, al 3486, imposto ad Arrigo Senigaglia.
Dopo due settimane di detenzione nel carcere triestino, il 7 dicembre i 27 ebrei goriziani vengono condotti in stazione e sono fatti salire sui vagoni del trasporto n. 14 che, messo a disposizione dall’Ufficio centrale della sicurezza del Reich, è diretto al campo di concentramento polacco di Aushwitz.
Il treno, che trasporta oltre 150 deportati, viene unito ad un altro convoglio ferroviario, formato soprattutto da ebrei arrestati nei mesi precedenti in varie località del centro e del nord Italia e partito il giorno precedente dal binario 21 della Stazione centrale di Milano.
Dopo un viaggio di oltre quattro giorni, durante il quale muore l’ottantanovenne Ester Luzzatto Michelstaedter, madre dello scrittore e filosofo goriziano Carlo Michelstaedter, il treno giunge a destinazione nel campo di concentramento di Auschwitz l’11 dicembre.
Nel lager viene effettuata un’unica selezione per entrambi i gruppi di deportati: nel campo di Auschwitz vengono internati 61 uomini, a cui sono assegnati i numeri di matricola progressivi da 167969 a 168029, e 35 donne, che ottengono i numeri dal 70397 a 70431, mentre i rimanenti, oltre 500, vengono uccisi nelle camere a gas e cremati.
Buona parte degli ebrei goriziani, costituita soprattutto da persone anziane, non supera la prima selezione e non viene immatricolata ma è avviata direttamente alle camere a gas e ai forni crematori il giorno stesso o quelli immediatamente successivi all’arrivo nel campo.
Per diversi deportati, infatti, la data di morte riportata nei documenti di Auschwitz è quella dell’11 dicembre 1943: è così per Ferruccio Leoni, Adolfo Armani, Giovanni Felberbaum, per le sorelle Margherita ed Edvige Gentilli, per Anna Paola Luzzatto, Elisa Richetti, Ester Luzzatto, Prospera Vitale, Massimiliano Pernetz, Matilde Rechnitzer, Bianca Alphandary, Davide Isacco Schumann e Arrigo Senigaglia.
Solo cinque degli ebrei della comunità goriziana vengono registrati nel lager, anche se non è noto il numero di matricola di tutti, e di loro è certo anche il trasferimento in altri campi di concentramento. Infatti Elda Michelstaedter viene tradotta a Ravensbrück mentre Frida Weissmann e i suoi tre figli Gisella, Sofia e Giacomo Iacoboni vengono inviati a Bergen Belsen.
Tutti gli ebrei goriziani deportati con il primo convoglio per Auschwitz partito dal Litorale Adriatico trovano la morte nei lager ad esclusione di Giacomo Iacoboni, l’unico che riesce a sopravvivere alla Shoah. Il giovane, che al momento dell’arresto e dell’ingresso ad Auschwitz non ha ancora compiuto i 15 anni, viene immatricolato nel lager polacco con il numero 167999.
Dei 26 ebrei goriziani deceduti, ad esclusione di coloro che vengono soppressi all’arrivo ad Auschwitz, non si conoscono con precisione la data e il luogo di morte: per alcuni viene riportata quella presunta del 31 dicembre 1943 mentre per altri viene usata la formula generica di disperso nei “Vernichtungslager”, i campi di sterminio. Complessivamente sono 22 gli ebrei goriziani, nove uomini e tredici donne, che muoiono a Auschwitz, mentre altre tre donne, Frida Weismmann, Gisella e Sofia Iacoboni, risultano disperse a Bergen Belsen e una, Elda Michelstaedter, risulta deceduta a Ravensbrück.
Gli ebrei della comunità goriziana deportati ad Auschwitz con il trasporto n. 14
Alphandary Bianca di 58 anni
Armani Adolfo di 62 anni
Armani Gino di 21 anni
Ercoli Ladislao di 37 anni
Felberbaum Giovanni di 72 anni
Gentilli Edvige di 75 anni
Gentilli Margherita di 70 anni
Golberti Adele di 51 anni
Golberti Irene di 56 anni
Iacoboni Giacomo di 14 anni
Iacoboni Gisella di 22 anni
Iacoboni Sofia di 23 anni
Leoni Ferruccio di 65 anni
Luzzatto Anna di 79 anni
Luzzatto Iginio di 57 anni
Luzzatto Ester di 89 anni
Luzzatto Sara di 59 anni
Michelstaedter Malvina di 87 anni
Michelstaedter Elda di 64 anni
Pernetz Massimiliano di 68 anni
Rechnitzer Matilde di 79 anni
Richetti Elisa di 85 anni
Russi Irma di 55 anni
Schumann Davide di 63 anni
Senigaglia Arrigo di 58 anni
Vitale Prospera di 81 anni
Weissmann Frida di 56 anni