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Italiani brava gente? Una consapevole bugia che ancora ci impedisce di fare i conti con la storia

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di Luciano Patat   21/10/2021 

Quest’anno ricorre l’80° anniversario dell’invasione nazifascista della Jugoslavia che ha permesso all’Italia di annettere alcuni territori (le province di Lubiana, Zara, Spalato e Cattaro) e di accuparne militarmente degli altri (il Montenegro e parti di Kosovo, Macedonia e Bosnia).

Alla lotta partigiana, subito intrapresa dai popoli jugoslavi, l’Esercito italiano e le autorità di occupazione rispondono con estrema durezza e brutalità.

Del resto i comandanti militari giungono in Jugoslavia con alle spalle una lunga esperienza di atrocità commesse nelle guerre africane degli anni precedenti quando il comandante delle truppe di occupazione, il generale Pietro Badoglio, e il suo vice Rodolfo Graziani, si rendono responsabili di innumerevoli crimini di guerra che culminano con la deportazione di 100.000 libici nei campi di concentramento nel deserto della Sirte e con i bombardamenti dei villaggi etiopi con i gas asfissianti e l’iprite.

La strategia repressiva, sperimentata in Libia e in Etiopia, viene replicata in Jugoslavia e codificata da tutta una serie di direttive e di circolari emesse dai comandi militari.

La prima direttiva viene emanata dal generale Vittorio Ambrosio, comandante della 2^ armata che opera in Slovenia e Dalmazia, che stabilisce la fucilazione sul posto dei partigiani presi prigionieri, la distruzione delle loro case, l’incendio dei paesi dove gli abitanti sostengono i partigiani e la deportazione della popolazione civile.

In applicazione delle direttive del suo superiore, il generale Mario Robotti, comandante delle truppe in Slovenia, nella circolare del 4 settembre 1941 introduce anche la norma che prevede la fucilazione per rappresaglia di ostaggi, scelti fra i civili, mentre il prefetto di Cattaro, Francesco Scassellati Sforzolini, precisa che non vi devono essere limiti nella scelta dei civili da fucilare: “Non bisogna passare per le armi solo i maschi adulti catturati con le armi in mano, ma anche le donne, i bambini e i preti ortodossi”.

Gli fa eco Francesco Giunta, governatore della Dalmazia, l’ex capo delle squadre fasciste triestine responsabile dell’incendio del Narodni Dom, che stabilisce di fucilare gli ostaggi anche per le azioni di sabotaggio (“Per ogni palo telefonico abbattuto dovrebbero essere fucilati tre ostaggi”).

Le istruzioni e le circolari emanate dai vari comandi sono riunite e codificate dal generale Mario Roatta, che nella famosa Circolare 3/C dell’1 marzo 1942, un opuscolo di 200 pagine inviato a tutti gli ufficiali, ribadisce che per reprimere la resistenza non ci dovevano essere limitazioni e che nessun eccesso o abuso commesso dai militari sarebbe stato punito: “Il trattamento da riservare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma da quella di testa per dente”.

Significativo il richiamo che il generale Mario Robotti fa nei confronti del suo capo di stato maggiore, il colonnello Annibale Gallo, che dopo un combattimento arresta decine di civili ma non procede a rappresaglie: “Chiarire bene il trattamento dei sospetti, perché mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3^ Circolare, e quelle successive? Conclusione: qui si ammazza troppo poco!”

Il generale Pirzio Biroli, comandante dei reparti in Montenegro, il 2 agosto 1941 scrive ai comandi sottoposti: “I popoli della penisola balcanica rispettano soltanto chi è forte; hanno bisogno di un trattamento forte, come tutti i popoli rozzi e primitivi. Sono finiti i tempi della favola dell’italiano buono! Egli è soprattutto un guerriero!… Non impietositevi della miseria del popolo la cui terra voi occupate. Questa miseria è stata voluta dallo stesso popolo montenegrino. Odiate questo popolo. Ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo.”

Anche qualche gerarca fascista si rende conto che la politica repressiva usata dai militari si rivela controproducente perché alimenta la ribellione, l’odio verso gli italiani e quindi la lotta partigiana.

L’alto commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, di fronte alle proteste del Vaticano per le drammatiche condizioni di vita dei civili deportati nei campi di internamento in Italia, dopo aver letto il rapporto del medico inviato in ispezione nel campo di Arbe in cui si sottolineva che gli internati «presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame», chiede chiarimenti al generale Gastone Gambara, nuovo comandante delle truppe dislocate in Slovenia. Quest’ultimo gli risponde con un appunto scritto di proprio pugno: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo»

I crimini commessi in Jugoslavia dai militari e dalle autorità fasciste italiane sono stati enormi e in numero non facilmente quantificabile. Per fare un solo esempio, il governo jugoslavo chiede l’estradizione per processarlo del generale Mario Roatta, quello della Circolare 3/C e del “testa per dente”, a cui viene imputata la responsabilità della fucilazione di 1.000 ostaggi, dell’uccisione di 8.000 civili, dell’incendio di 3.000 case, della distruzione di 800 villaggi, dell’internamento di 35.000 persone e della morte per stenti e malattie nei campi di concentramento di 4.500 prigionieri.

Alla fine della guerra il governo jugoslavo chiede l’estradizione di 750 militari e gerarchi fascisti italiani, accusati di crimini di guerra. Non è però il solo governo a farlo in quanto il governo greco chiede di processare 180 italiani, quello albanese 140, quello francese 30, quello sovietico 12 e quello etiope 10: numeri e luoghi questi che testimoniano come, laddove le truppe italiane hanno occupato terre straniere, ovunque si sono macchiate di crimini e di atrocità.

Peraltro le accuse jugoslave sono precise e circostanziate in quanto indicano, oltre alle date, ai fatti e ai luoghi, anche i reparti e i nomi dei comandanti autori e responsabili di eccidi, fucilazioni, deportazioni e incendi di paesi. Infatti dopo l’8 settembre 1943, con il disfacimento dell’esercito italiano, le formazioni partigiane entrano in possesso di una grande quantità di documenti delle divisioni italiane impiegate in Jugoslavia e di conseguenza dei rapporti che i comandanti di reparto inviavano ai comandi superiori dopo ogni operazione militare, in cui riportavano il numero delle perdite subite, di quelle inflitte al nemico, delle fucilazioni, degli incendi e delle deportazioni.

In quanto tratti da documenti di fonte militare italiana, i fatti denunciati dagli jugoslavi vengono di fatto confermati dalla stessa commissione italiana costituita per far luce sui crimini di guerra.

L’Italia adotta quindi una strategia difensiva volta a dimostrare che i militari eseguivano degli ordini e che le uniche responsabili erano le autorità fasciste, che questi ordini emanavano e di conseguenza spettava all’Italia il compito di giudicare coloro che erano accusati di crimini di guerra.

Questa linea difensiva viene appoggiata nel dopoguerra anche dagli alleati angloamericani tanto che nessuno dei militari e nessuno dei gerarchi fascisti italiani denunciati per crimini di guerra viene estradato, nessuno viene giudicato né da tribunali internazionali e nemmeno da quelli italiani per i crimini commessi all’estero.

Vengono messi sotto inchiesta solo alcuni gerarchi e alti ufficiali dell’Esercito ma non per i crimini di guerra commessi in Jugoslavia ma solo per la loro successiva adesione alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini e per la loro collaborazione con i tedeschi dopo l’8 settembre 1943.

Così il generale Vittorio Ambrosio, il primo a dare delle direttive sul modo con cui reprimere la rivolta, il generale Mario Robotti, quello del “qui si ammazza troppo poco”, e il generale Alessandro Pirzio Biroli, quello che a proposito dei montenegrini scriveva ai suoi sottoposti ”Ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo”, alla fine della guerra vengono posti in quiescenza e non subiscono alcun processo.

Il generale Mario Roatta, quello del “non dente per dente ma testa per dente”, viene mandato a processo ma non per i crimini commessi in Jugoslavia ma per essere stato uno dei  mandanti dell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli in Francia. Arrestato e ricoverato in un ospedale militare, il 4 marzo 1945, alla vigilia della sentenza, evade e si rifugia in Vaticano. Con il sostegno della Santa Sede raggiunge la Spagna, dove può contare sulla protezione del dittatore Francisco Franco, che aveva servito nella guerra civile spagnola come comandante delle truppe “volontarie” italiane.

Anche il generale Gastone Gambara, quello del “campo di concentramento non significa campo di ingrassamento”, prima dell’inizio del processo per collaborazionismo si rifugia in Spagna e dopo l’assoluzione ottiene il reintegro nell’esercito mentre Francesco Giunta, il capo del fascismo triestino, viene processato come uno dei mandanti dell’omicidio di Giacomo Matteotti ma viene assolto e può ritirarsi a vita privata a Roma.

Posto sotto processo per aver aderito alla RSI e successivamente assolto, se la cava con un breve periodo di carcere preventivo Temistocle Testa, il prefetto di Fiume, il responsabile di una delle più efferate stragi commesse in Jugoslavia, quella avvenuta nel paese di Pothum, a pochi chilometri da Fiume, dove il 12 luglio 1942 per suo ordine vengono fucilati 108 civili, 889 persone vengono deportate ad Arbe e il villaggio saccheggiato e raso al suolo.

L’unico che viene condannato, ma non per i crimini commessi all’estero, è il prefetto di Cattaro Franco Scassellati Forzolini. Passato al servizio della RSI e mandato sotto processo per aver ordinato la fucilazione di un gruppo di partigiani e per aver fatto deportare gli ebrei di Como, viene condannato a morte per fucilazione ma, al momento della sentenza, è latitante.

Il mito degli italiani brava gente non corrisponde quindi alla verità, con la quale però non vogliamo ancora fare i conti.

Va detto comunque che, nei territori occupati della Penisola Balcanica, molti furono i militari che difesero l’onore e il prestigio del proprio Paese. Furono quelle decine di migliaia di soldati e ufficiali dell’Esercito italiano che dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di cedere le armi ai tedeschi e con le divisioni “Garibaldi” e “Italia” in Jugoslavia, con il battaglione “Gramsci” in Albania e nelle formazioni dell’ELAS in Grecia combatterono contro i nazifascisti a fianco dei partigiani jugoslavi, greci e albanesi.

Luciano Patat

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