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di Bianca della Pietra del 8/9/2021

Le dichiarazioni del Ministro Di Maio, a conclusione della sua visita in Pakistan il 6 settembre, con le quali esprime grande preoccupazione per il rispetto dei diritti umani e l’importanza della presenza femminile nel nuovo governo afgano, mi lasciano perplessa.

L’Italia che ha raggiunto nel corso degli anni una miglior percentuale di rappresentanza femminile nelle istituzioni può considerarsi per questo un paese democratico? I diritti civili sono direttamente proporzionali della presenza femminile nelle istituzioni? Ce ne accorgiamo ora? In Afganistan il problema è la presenza femminile e le migliaia di persone che fuggono… con il pericolo di trovarceli in casa nostra, in Egitto la verità e la giustizia per Giulio e la libertà per Patrick sembrano ancora lontane (e sappiamo di molti altri).

Ma per fare affari tutto questo non costituisce problema alcuno.

Nel proseguire il ragionamento, mi sono chiesta in Italia come siamo messi con la rappresentanza delle donne al Governo, cioè assegnatarie di ministeri.

Sono quindi andata alla ricerca dei dati negli ultimi 40 anni. Ecco cosa ho scoperto[1].

Dal 1979 al 1992 (VIII, IX e X Legislatura) le donne con l’incarico di ministro erano da 1/25 (una su venticinque) a 1/32.

Alcuni dettagli:

Governo Berlusconi I: 1/25  

Governo Dini: 1/19

Governo Berlusconi II (dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005) c’è un unico ministro donna su 23 ministeri

Spesso però le donne erano presenti con la carica di sottosegretario.

Interessante sarebbe un’analisi approfondita su quali siano i ministeri assegnati, la durata, il numero dei ministeri totale:

ad esempio, passiamo da 31 cariche del Governi De Mita

32 con Andreotti VII

18 cariche dei governi Monti e Gentiloni

Un’altra analisi interessante sarebbe rilevare se il ministero assegnato ad una donna sia con portafoglio o senza.

A questo proposito, nel Governo Prodi II su 7 ministeri gestiti da donne, ben 5 sono senza portafoglio. Il rapporto è di 7 donne su 26 ministeri.

Nei governi Letta e Conte II si raggiunge il massimo della rappresentanza femminile al Governo: rispettivamente 7/21 nel primo e 9/23 nel secondo.

Avere tante donne al governo ci qualifica come democratici, immagino, ma la loro presenza incide? Comporta mutamenti di mentalità e di prospettiva nell’affrontare i problemi? Si è posto il problema del linguaggio, ma non è un tema legato solo al governare.

Dopo questo breve excursus mi sono posta un’altra domanda: ma possiamo applicare gli stessi nostri criteri di gestione della res publica a tutti gli altri stati? L’esperienza della Bosnia (esperienza abbastanza recente e a noi vicina) in cui abbiamo “esportato” la democrazia con l’LDA[2] , non è stata poi così fruttuosa. E poi, cosa vuol dire al di là delle definizioni? Certo il numero degli interventi, delle persone coinvolte, del denaro speso, delle presenze in loco, sono stati importanti, ma che cosa hanno lasciato?

Mi pare che una riflessione di Jovan Divjak , scomparso l’8 aprile 2021, esprima bene la situazione 20 anni dopo (2012) “Si utilizza l’espressione “Stato di Bosnia Erzegovina”, ma di fatto questo non esiste, esiste come concetto geografico, ma nella politica, nella cultura, nell’istruzione, nella realtà non trova riscontro. Lei sa che il treno Sarajevo-Beograd ha tre vagoni? Uno della Federazione, uno della Republika Srpska e uno della Repubblica di Serbia, e i passeggeri comprano il biglietto per il “proprio” vagone, poi strada facendo si cambiano i locomotori. Questo è folle, è un’immagine chiara di questo Paese.”[3]

Secondo me è sì rilevante che quel contesto sia stato conosciuto, si siano create relazioni anche significative, si siano studiati e sperimentati modelli che però saranno adottati, forse, secondo interpretazioni della cultura locale e, soprattutto, dei poteri in gioco.

Elena Maria Brusca afferma che “…nonostante i Balcani agiscano in base ai criteri dell’Unione Europea, registrano un calo nella qualità della democrazia. Infatti, la condizionalità europea non migliora la democrazia a causa della cosiddetta state capture; questa designa un particolare tipo di corruzione in cui le istituzioni statali e gli intermediari sono infiltrati da network clientelari che cercano di trasformare pratiche informali in formali.”[4]

La cosa importante in tutti i Paesi in cui sono a rischio i diritti umani, e con essi la rappresentanza femminile nelle istituzioni, è che le forze sane, laiche e progressiste siano sostenute e non abbandonate. La democrazia non è data una volta per tutte: è una conquista che richiede impegno costante, anche noioso se vogliamo. Quante volte ci siamo trovati a dire o a pensare: “ma questo l’avevamo già fatto noi”. Già fatto, ma da altri. I percorsi di civiltà, innovazione e di democrazia devono essere fatti propri e mangiati ogni giorno.

Per questo, Ministro, guardiamo un po’ in casa nostra prima di andare a predicare cosa dovrebbero fare gli altri. Quando avremo una politica attiva che tuteli i diritti di ogni essere umano in quanto tale (al di là delle categorie di appartenenza), quando sapremo per davvero evitare le mistificazioni con cui scambiamo diritti umani con benefici economici, allora potremo andare a portare consigli agli altri.


[1] I dati riportati sono estratti dal sito:

https://www.governo.it/it/i-governi-dal-1943-ad-oggi/191

[2] https://www.alda-europe.eu/wp-content/uploads/2021/02/ESLD_Jan2020-1.pdf

[3] https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/La-Bosnia-indipendente-venti-anni-dopo-113396

[4] https://www.geopolitica.info/in-bilico-la-democrazia-in-bosnia-ed-erzegovina/

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