di Franco Belci del 21/8/2021
E’ impresa improba definire, oggi, perimetro e identità della “sinistra”. Appare difficile inserirvi il PD che, condizionato dalla compresenza di istanze molto distanti, caratterizza la propria identità prevalentemente sul terreno del pragmatismo, della governabilità e del senso di responsabilità istituzionale, che possono essere apprezzati, ma non considerati credenziali di appartenenza. Al di là dei “democratici”, esiste una costellazione sempre più nebulosa, dal peso politico irrilevante, caratterizzata da riferimenti ideologici più che ideali, povera di idee e divisa in un arcipelago di spezzoni identitari tra loro non comunicanti. Insomma, chi, nel Novecento, si è riconosciuto in quel luogo della politica, corre il rischio di sentirsi orfano. Però, una via d’uscita potrebbe esserci: quando le prospettive si esauriscono, è spesso necessario cambiare punti di vista, rinunciando alle certezze delle appartenenze e cercando la strada di un nuovo pensiero. Non si tratta di abbandonare i punti di riferimento della Storia, ma di riflettere sul loro significato e sulla loro fruibilità nella stagione che viviamo. In questo senso è utile ricordare che il termine “sinistra” non trae origine da elaborazioni politiche e/o filosofiche, ma dalla casualità dei fatti, che spinse i rappresentanti della parte radicale del Terzo Stato ad occupare, nella sede dell’Assemblea costituente della Francia post rivoluzionaria, quella parte dell’emiciclo: da lì trae la sua connotazione di “parte” legata alla difesa dei ceti più poveri. E, sempre per restare nel campo della Storia, va ricordato che quel termine ha trovato riferimenti precisi soprattutto nelle esperienze collettive che si sono espresse, con forti connotazioni ideali, per favorire l’emancipazione dei ceti più deboli ed emarginati in un progetto di allargamento ed arricchimento del perimetro della democrazia, puntando soprattutto sulla dignità e sulla qualità del lavoro. In questo senso, la “sinistra” si è effettivamente identificata come “parte” politica e sociale nell’ambito di un percorso che ha trovato nella dimensione della dialettica e del conflitto con portatori d’interessi diversi e contrapposti, un modo per spostare i rapporti di forza nella società. Non c’è dubbio che, da questo punto di vista, rimanga radicata nella Storia. Ma sbaglia chi crede che quel radicamento assegni un’ identità inalterabile, forte di una carica rivoluzionaria che solo gli abbagli del capitalismo e i cedimenti della socialdemocrazia hanno sopito, ma la cui vitalità va sempre testimoniata, in attesa di trovare il soggetto sociale capace di interpretarla. E’ cambiato infatti radicalmente un terreno dirimente: quello della rappresentanza. Nel secolo scorso, i soggetti sociali costituivano aggregazioni identificabili, con un loro preciso corredo di bisogni e di interessi che li rendevano, al loro interno, notevolmente coesi: si trattava di dare ad essi espressione politica. La progressiva egemonia del neoliberismo su scala globale, la finanziarizzazione dell’economia, la rivoluzione tecnologica che ne ha seguito la direzione, li hanno progressivamente ma radicalmente modificati, ridefinendo quegli interessi e disperdendo i loro riferimenti. Sono cambiate, insomma, misure e caratteristiche del campo di gioco, spostando il baricentro dai SOGGETTI alle CONDIZIONI che si sono create nella società su diversi versanti. Il mainstream del profitto a breve, che sempre più spesso ha dirottato gli investimenti dalla produzione ai prodotti finanziari, ha provocato effetti profondi: ha relegato il lavoro alla natura di merce, separandolo dalla persona e dalla sua dignità, parcellizandone la natura e facendo della precarietà la condizione ordinaria della vita dei giovani; ha favorito lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, senza alcun riguardo per la qualità dell’ambiente destinato alle generazioni future; ha portato, in ogni settore, all’aumento delle diseguaglianze; ha prodotto l’indebolimento del welfare e sostenuto le privatizzazioni, in una logica di competizione e di profitto, di funzioni vitali del sistema pubblico, indebolendolo nel suo complesso, senza oltretutto conseguire i promessi risultati di maggior efficienza, come la pandemia ha fin troppo chiaramente dimostrato. E’ questo il passaggio che le forze che si richiamano alla “sinistra” dovrebbero affrontare, allargando il perimetro di riferimento e cercando le risposte a queste domande: sarebbero però necessarie l’umiltà di rinunciare a un pensiero ingessato dall’ideologia, la capacità di rinnovare gli strumenti di analisi e la volontà di aprirsi alla ricerca di nuove prospettive.
Trovo ancora profetiche, da questo punto divista, le parole scritte nel novembre 1967 da Alexander Langer: “Solo chi è in grado di leggere e interpretare i “segni dei tempi” è anche capace di comprendere se stesso, i suoi simili, il mondo in cui viviamo, e di intervenire su di essi in modo efficace e al passo coi tempi. Chi oggi pensasse di poter trascurare questi “segni” non solo si precluderebbe ogni possibilità di creare una qualsiasi cultura autentica e perciò valida, ma rimarrebbe probabilmente spettatore inerte del proprio tempo, viaggiatore straniero nelle terre del presente”.
Val la pena rileggerle. E magari pensarci sopra.