di Davide Strukelj del 29/7/2021
Cari Massimo e Giorgio,
Premetto che sono un Vostro lettore (per quel che posso leggere e capire) e che seguo con attenzione le Vostre opinioni (per quel che posso seguire e capire). E così ho letto anche il Vostro recente contributo apparso sul sito dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici dal titolo “A proposito del decreto sul “green pass”” (https://www.iisf.it/index.php/progetti/diario-della-crisi/massimo-cacciari-giorgio-agamben-a-proposito-del-decreto-sul-green-pass.html , 26 luglio 2021). Mediamente mi trovo d’accordo con quanto scrivete e asserite, e anzi le Vostre opinioni mi aiutano a capire e razionalizzare i molti temi aperti che quotidianamente incrociano i pensieri di chi vuole (modestamente) guardare al mondo per cercare di capire.
Sui contenuti di quest’ultimo intervento mi trovo però in dissenso, e cercherò brevemente di spiegare perché.
Al primo punto c’è il tema che ponete ab initio, ovvero quello della discriminazione. Ora, cerchiamo di essere pragmatici: la vita comune induce (quasi) necessariamente la discriminazione, questo è evidente. Anche lo Stato democratico più perfetto e utopico, e dunque non quelli che citate Voi (ovvero Cina e Unione Sovietica, sic.), adotta politiche discriminatorie. Ad esempio si discrimina per età: per il diritto di voto o di essere eletti, per il diritto di circolare liberamente, di avere un’istruzione, di accedere al pensionamento e via discorrendo. Si discrimina per le caratteristiche morali, ad esempio per le opinioni: ai tempi della leva obbligatoria, chi obbiettava di coscienza per astenersi dall’uso delle armi non poteva partecipare ai concorsi pubblici per le forze armate e di polizia (salvo che non rinunciasse formalmente all’obbiezione). Si discrimina per caratteristiche fisiche, ad esempio se non si raggiungono i 190 centimetri di altezza (ora i 180 e i 185 per gli ufficiali) non si può diventare Granatiere. Si discrimina per cultura: per i titoli di studio, le abilitazioni professionali, le licenze amministrative, le iscrizioni ad albi e ordini e per le competenze tecniche acquisite.
Insomma, i cittadini sono divisi (e divisibili) in molteplici classi e di conseguenza discriminati (da discriminatio, nel suo significato di divisione, separazione), così come ogni oggetto della vita reale e che dunque non è un archetipo, un’idea pura e cristallina.
Ma cosa rende la discriminazione insopportabile? Semplice: l’arbitrarietà e la mancanza di razionalità. Ad esempio, posso dire che chi è alto 160 centimetri non può fare il Granatiere perché è richiesta una certa prestanza fisica, e quindi nessuno si offende, ma non posso dire che per fare il Granatiere bisogna essere di pelle bianca perché in questa discriminante non c’è alcun criterio giustificabile. Allo stesso modo, posso dire che per votare bisogna avere 18 anni, perché si richiede una certa maturità che mediamente si immagina raggiunta a tale età, ma non posso certamente dire che per votare bisogna essere di sesso maschile: sarebbe inaccettabile. Perché? Perché queste sarebbero discriminazioni (divisioni) prive di alcun senso razionale, e sarebbero lesive della dignità di alcune persone “discriminate” (appunto separate dagli altri) senza un motivo logico.
Venendo al tema del “green pass”, la discriminazione tra chi lo ha e chi non lo ha è dotata di una base razionale? Ragioniamo. Chi ha avuto il vaccino si ammala e infetta di meno (https://www.nature.com/articles/s41591-021-01407-5); chi è guarito dal COVID-19 ha anticorpi naturalmente indotti, anche se questo non garantisce l’immunità di lunga durata, e infatti costoro vengono avviati alla successiva vaccinazione (https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(21)00575-4/fulltext); chi ha un tampone negativo non si ammala ne trasmette la malattia (giacché, banalmente, non ha il virus in copro).
Ma allora la discriminazione tra chi può avere il “green pass”, ovvero vaccinati, guariti e negativi al tampone, e chi non lo può avere è razionale e produce differenze basate su evidenze… e dunque non lede la dignità di alcuno. Insomma è una discriminazione accettabile.
Che dire poi del passaggio in cui sostenete che “Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso” perché “Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica”?
Beh, sulla religiosità del simbolo, al di là del delicato rapporto tra il segno e il suo significato, resta certo che nell’evidenza scientifica c’è ben poco di dogmatico, di metafisico, insomma di “religioso”, così come nell’”arte del possibile” (la politica) si riscontra mediamente una scarsa passione per la brutale oggettività della statistica.
E ancora, circa la deriva democratica, cosa dovrebbero sostenere allora i minorenni ai quali è vietato il diritto di voto? Sono forse cittadini di serie B perché hanno compiuto appena 17 anni di età?
Quanto poi alle evidenze scientifiche … ne ho già riportate sopra alcune, e mi spiace dover scrivere che forse sarebbe un bene che i filosofi si occupassero di filosofia (che amo) e lasciassero le citate evidenze scientifiche (che ho studiato) agli scienziati, anche perché, da sempre, trarre conclusioni su argomenti che non si “maneggiano” abitualmente espone i relatori al rischio di incorrere in clamorose “sviste” … e questo davvero non è da Voi.
Concordo, infine, sul fatto che “tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie”, l’ho sostenuto in apertura, ma non serve “renderlo oggi legge”, perché è legge da tempo, almeno dai tempi dell’uomo sacro e probabilmente anche da prima perché, per vivere soli, ovvero fuori dalla “città”, come sostenne Aristotele, bisogna essere o belve o dei … o, come aggiunse Nietzsche, essere entrambi, ovvero essere filosofi. Dentro alla città, più banalmente, tocca adeguarsi al discrimine, pretendendo sì, con tutte le proprie forze, che sia quanto più razionale possibile.
Cordialità,
Davide Strukelj